Bruno, così bruciò il desiderio
dell'infinitoMentre la città celebra il filosofo, il cardinale Sodano ribadisce: "mea culpa" senza riabilitazione Un riesame pacato, oltre gli steccati ideologici. Rifiutò le verità cristiane, ma era
spinto da un afflato religioso |
| Dunque per Giordano Bruno "mea culpa", ma senza riabilitazione: questo, in sintesi, il
contenuto del messaggio recante la firma del Segretario di Stato, il cardinale Angelo
Sodano, letto in apertura dei lavori del convegno sul filosofo nolano, in corso a Napoli, nel
quarto centenario della sua morte sul rogo, e promosso dalla sezione "San Tommaso" della
Facoltà Teologica Meridionale. Il documento ribadisce posizioni note: il riconoscimento, per
esempio, su alcuni punti decisivi, della incompatibilità del pensiero di Bruno con la dottrina
cristiana; rinnova il rammarico profondo della Chiesa per alcuni aspetti delle procedure con
cui si svolge l'inquisizione ed in particolare per il suo esito violento; aggiunge altresì che
intorno alla teologia del frate domenicano "spetta ad un'indagine ulteriormente approfondita
valutare l'effettiva portata della sua divaricazione dalla fede".
"Il convegno napoletano nasce proprio dal desiderio di fare chiarezza storico-teologica
sull'opera di Bruno, al di là dei miti e delle passioni e fazioni - ha detto Pasquale Giustiniani,
membro della commissione scientifica - scendendo in profondità nei luoghi del suo pensiero
e compiendo altresì un sereno esercizio di rilettura della stessa verità dell'uomo, alla luce
degli eventi che condussero al tragico epilogo".
Un convegno, in sostanza, alimentato da quello spirito di "purificazione della memoria",
indicato dal Pontefice, che è "un riguardarsi con serena obiettività - ha detto nel suo
intervento Georges Cottier, teologo della casa pontificia e autore di un saggio appena edito
dalla San Paolo intitolato appunto "Memoria e pentimento" - tenendo presente che la
memoria stessa deve essere considerata a partire dal mistero della Chiesa santa, che pure
comprende nel suo seno dei membri peccatori".
D'altra parte "la ragione ultima dell'invito del Papa va riconosciuta nella sua incondizionata
fiducia nella forza della Verità - ha ribadito un altro teologo, Bruno Forte - che sola rende
liberi. Dunque, la domanda di perdono non deve essere intesa come ostentazione di finta
umiltà, né come rinnegamento della storia della Chiesa, ma come esigenza irrinunciabile di
verità e come atto di libertà profetica, che esce dal calcolo dei risultati immediati e si impone
nell'orizzonte dell'obbedienza a Dio".
"Entrando nel merito - ha poi spiegato ancora Giustiniani - va detto che soprattutto nel XIX
secolo, e ancora oggi, il pensiero di Bruno è stato spesso strumentalizzato, ora reso
emblematico di una determinata fazione politica o ideologica che si attribuisce la funzione di
bandiera della libertà e del pensiero avanzato, ora assurto a simbolo di un attacco frontale
all'istituzione ecclesiastica".
In che senso, allora, la teologia di Bruno è estranea alla dottrina cristiana? "Non perché non
nasca dentro il cristianesimo - ha affermato nel suo intervento lo storico Michele Ciliberto,
uno dei massimi studiosi del pensiero del frate nolano - ma perché si nutre spesso di
convincimenti che di fatto lo rinnegavano. Per esempio, Bruno considerava la civiltà
ebraico-cristiana una civiltà di decadenza rispetto a quella egizia. Negava la divinità di
Cristo, riteneva che il divino fosse del tutto incommensurabile con l'umano. E quindi
banalizzava la teologia trinitaria".
Monsignor Domenico Sorrentino ha invece precisato che "Bruno fu un uomo
autenticamente desideroso di proiettarsi verso l'infinito di Dio: le sue opere sono intrise di
pathos religioso. Dunque, l'ammissione chiara della sua eccentricità, rispetto ai cardini
teologici del cristianesimo, non esime dal compiere una rianalisi pacata e soprattutto
approfondita del suo pensiero". |