L'EREDITA' DI FREUD E LE NEUROSCIENZE| Il sogno della psicoanalisi non è finito |
|
E' ricomparsa in questi giorni sulla stampa una critica alla scientificità della psicoanalisi e al suo valore metodologico rispetto alle altre scienze. La critica attuale alla scientificità della psicoanalisi continua a basarsi sulle considerazioni di Grümbaum e di Popper che vorrebbero una verifica empirica come si richiede alle altre scienze. Tuttavia sia l'uno che l'altro non hanno riconosciuto i progressi e le trasformazioni cui la teoria e pratiche pgicoanalitiche sono andate incontro in questi anni. E inoltre la psicoanalisi ha falsificato molte teorie di Freud, sostituendole con altre emerse dall'esperienza clinica.
Resta comunque un fatto incontrovertibile: la psicoanalisi non può portare prove sperimentali perché non è una scienza sperimentale. E' una scienza che potremmo definire "umana" o "antropologica", che ha come referente la mente inconscia dell'uomo e come metodo di indagine l'uso di uno specifico "setting" e la comprensione del transfert e del controtransfert per poter accedere alla conoscenza dello stato della mente inconscia del paziente e ricostruire con il suo aiuto la sua biografia e la sua storia affettiva. Ciò è possibile in virtù di un incontro tra due persone: una relazione intersoggettiva. Ecco perché questa disciplina non può essere comparata alle scienze dure che presuppongono un soggetto che studia, osserva, misura e descrive un altro oggetto diverso da sé.
E' appena necessario ricordare a questi critici che il principio di indeterminazione di Heisenberg prevede che l'oggetto osservato possa essere influenzato dallo stesso osservatore. Se questo è vero per la fisica, perché non può esserlo per la psicoanalisi? Di fatto, nella relazione psicoanalitica c'è un continuo scambio tra i due soggetti, anche se in forma asimmetrica, e da questo scambio nasce il senso della cura. Non si può dunque chiedere a questo incontro tra due persone una verifica sperimentale poiché l'unica validazione possibile è appunto nella relazione. Detto questo, vale la pena di ricordare che la psicoanalisi non pretende di essere una scienza dura, ma desidera che sia riconosciuto il suo ruolo nella conoscenza della mente inconscia e nella cura delle sue sofferenze. In questo compito credo che la psicoanalisi non abbia rivali. Se mi si passa una metafora biologica essa è l'unico microscopio oggi in nostro possesso per studiare e conoscere la mente conscia e inconscia dell'uomo.
Siamo d'accordo che la mente è un prodotto del cervello. Tuttavia la relazione mente -cervello non è isomorfica, cioè la mente non si identifica tout court con l'attività neuronale. Peraltro, non conosciamo quasi nulla della complessa catena di eventi che collega il fatto biologico a quello psicologico. In altre parole, il problema della relazione tra mente e cervello è lontano dall'essere risolto e non possiamo illuderci di averlo risolto con l'avvento della biologia molecolare. Il rischio è che si faccia della metafisica. Sul piano epistemologico, cervello e mente restano su livelli diversi come referenti di discipline diverse: il cervello delle neuroscienze, la mente della psicologia e della psicoanalisi. Siamo cioè costretti dalla realtà delle nostre conoscenze a un dualismo metodologico, che ci permetta un approfondimento delle diverse discipline senza confusioni epistemologiche. Ciò non significa che non dobbiamo promuovere una integrazione tra le diverse discipline secondo il modello molto interessante che recentemente Eric Kandell ha proposto sull'American Journal of Psychiatry. Peraltro, il modello di Kandell valorizza enormemente il significato della parola nella cura in quanto parla della possibilità che la parola e l'apprendimento conseguente possano modificare l'espressione genica che controlla l'attività sinaptica cioè le funzioni dei circuiti neuronali.
E' tuttavia necessario che ogni disciplina conosca i limiti del suo metodo. Vediamo ad esempio il sogno. Non c'è dubbio che il primo a interessarsi in maniera scientifica del sogno e del suo significato è stato Freud. I neurofisiologi e gli psicologi sperimentali sono arrivati 50 anni dopo, quando la scoperta del sonno Rem (con movimenti oculari e con caratteristiche paradossalmente simili a quelle della veglia) ha permesso agli psicologi di studiare l'attività mentale nelle diverse fasi del sonno. Il contributo della psicofisiologia è stato interessante; il sogno è presente in tutte le fasi di sonno ma con caratteristiche diverse e con una maggiore bizzarria e capacità di narrazione quando il sogno avviene durante le fasi di sonno Rem. Questo ha fatto dire ad alcuni psicofisiologi che il sogno è un evento mentale che si identifica con il sonno Rem. Ma alcuni neuropsicologi hanno dimostrato che è possibile dissociare l'evento mentale sogno dal sonno Rem e che esiste un unico generatore del fenomeno sogno indipendentemente dalle caratteristiche biologiche del sonno in cui avviene. Dunque, non esiste una stretta correlazione tra evento biologico ed evento mentale, anche se il sogno avviene all'interno di una cornice rappresentata dalle varie fasi del sonno.
Il sogno ci dà un'idea abbastanza precisa dunque dei diversi contributi che le diverse discipline possono dare a questa esperienza: i neurofisiologi sono interessati alle strutture cerebrali responsabili delle varie fasi del sonno, gli psicologi sperimentali studiano le attività mentali che emergono nelle diverse fasi del sonno; i neuropsicologi si occupano delle funzioni delle varie aree corticali nell'organizzazione del sogno. Ma è solo la psicoanalisi che è in grado di dare senso e significato al sogno. Per fare questo, infatti, la psicoanalisi contestualizza il sogno all'interno di una relazione e lo collega alla vita affettiva e alla personalità del sognatore. Sul significato del sogno rispetto alla vita affettiva ed emozionale del soggetto, dunque, le neuroscienze non possono, per la loro stessa natura, dire nulla di interessante. |