RASSEGNA STAMPA

13 FEBBRAIO 2000
ARMANDO MASSARENTI
Le prime immagini del telescopio a raggi X dell'Agenzia spaziale europea lanciato il 10 dicembre scorso
Negli ultimi quindici anni il nostro immaginario scientifico, almeno per quel che riguarda fisica e astrofisica, - a partire da un libro fortunato di Stephen Hawking - è stato dominato da due termini: Big Bang e buchi neri. Entrambi si prestano a riflessioni, e talvolta a divagazioni, che vanno al di là delle domande classiche della scienza per sconfinare con quelle della filosofia o, meglio, della metafisica tradizionale. Da dove ebbe inizio l'universo? Come e perché ebbe inizio? Avrà mai fine e, in tal caso, come? Si chiedeva Hawking in Dal Big Bang ai buchi neri. E gli faceva eco Carl Sagan, nella prefazione, con altre domande: Qual è il pezzo più piccolo di materia? Perché ricordiamo il passato e non il futuro? Come mai, se in passato ci fu il caos, oggi non si ha un caos ancora maggiore? E perché esiste l'universo?
Queste domande non hanno un carattere omogeneo. E in questi anni abbiamo avuto esempi di buona e cattiva divulgazione a seconda di come i vari autori hanno approfittato dell'ambiguità di alcune di esse per esprimere ipotesi piuttosto lontane dalla pratica scientifica reale, o per confondere ad arte le conoscenze su cui la comunità scientifica mostra un consenso unanime con quelle che, invece, sia pur affascinanti, sono considerate altamente controverse. In non pochi libri, spesso più "teologici" che "fisici", proprio rispetto a parole come Big Bang e buchi neri si rischia di far perdere al lettore il complesso rapporto tra speculativo-deduttiva e verifiche osservative legato a queste teorie o ipotesi cosmologiche.
Tra le domande che si faceva Sagan c'era anche questa: Che aspetto hanno i buchi neri? Formularla nel 1988 era un modo per correre molto avanti, perché fino a pochi anni fa erano in molti tra gli astrofisici a negarne persino l'esistenza, tant'è che si racconta di una scommessa fatta da Hawking con il collega americano Kip Thorne che Cygnus X 1, dichiarato buco nero nel 1972, non è affatto tale. La posta in gioco è un abbonamento di cinque anni alla rivista di pettegolezzi scandalistici "Private Eye": "È la mia polizza di assicurazione. Se un giorno si scopre che i buchi neri non esistono - ha detto Hawking - ho la consolazione di vincere la scommessa".
Ma oggi a credere che i buchi neri non esistano c'è solo un fisico su cento, e su di lui sembra ricadere l'onere della prova. Con la radioastronomia a terra e i rilevatori spaziali di raggi X e gamma, infatti, si sono catalogati centinaia di buchi neri, e pare confermato che nascano nelle supernove. Si sa anche che i "buchi neri" - così chiamati da John Wheeler nel 1967 - non sono propriamente dei buchi. Sono molto densi, non vuoti, e neri soltanto nel senso che trattengono parte delle onde elettromagnetiche e soprattutto quelle corrispondenti alla luce visibile; sulle lunghezze d'onda dei raggi X e dei raggi gamma (la "radiazione di Hawking"), "risplendono come un corpo caldissimo, e quanto più piccoli sono tanto più risplendono".
Nei giorni scorsi - proprio mentre al Cern di Ginevra presentava gli ultimi esperimenti di simulazione della condizioni fisiche del Big Bang -, a Villafranca, vicino a Madrid, l'Esa (l'Agenzia spaziale europea) ha presentato delle immagini eccezionali, le prime realizzate dal telescopio a raggi X Xmm, subito ribattezzato Newton in onore del padre della legge di gravitazione universale e insieme della spettroscopia.
Si tratta solo delle primissime immagini ottenute con Epic, una speciale camera a raggi X di costruzione italiana, cuore di Newton: delle semplici prove per dimostrare che il nuovo telescopio funziona, ma che ce ne indicano già con eccezionale chiarezza le grandi potenzialità, mostrandoci quanto è turbolento e dominato da inauditi scambi di energia l'universo con cui hanno normalmente a che fare gli astrofisici.
L'immagine della Grande Nube di Magellano (una galassia satellite della nostra) mostra per esempio, in uno stesso campo, esplosioni di stelle, creazione di nuovi elementi e morte di stelle per collasso gravitazionale, cioè da stelle normali in stelle di neutroni o buchi neri. Soprattutto per lo studio di questi ultimi, Newton - dopo i risultati un po'deludenti di Chandra, della Nasa - si rivelerà importante. Sarà probabilmente il primo a capirne la distorsione dello spazio-tempo, tracciando il colore della materia mentre ci cade dentro. Un'altra delle prime immagini ricavate da Newton poi ritrae un gruppo di galassie a più di 170 milioni di anni luce, là dove l'età dell'universo era un decimo dell'attuale.
Big bang e buchi neri, dunque, si può dire che ora sono più a portata di mano. Sono più "visibili" anche per l'uomo della strada. I colori - come spiega nell'articolo qui a fianco Giovanni Bignami, che prima di divenire direttore dell'Agenzia spaziale italiana è stato per 10 anni Principal Investigator europeo di Epic - hanno significati ben precisi. Le parti blu sono quelle dove si registra la maggiore energia (e dove dunque si sospetta che ci siano dei buchi neri), cui seguono via via quelle gialle e quelle rosse.
Non bisogna dimenticare che i buchi neri sono stati innanzitutto frutto di ragionamenti deduttivi assai sofisticati, a partire da quello del newtoniano John Michell che nel 1783 per primo parlò di "stelle buie", fino a quelli di Einstein, Chandrasekhar e Hawking. Poterli "vedere" è persino paradossale. Ma queste immagini forse contribuiranno a rendere più nitida, anche in termini di divulgazione, la nostra percezione del rapporto tra le grandi speculazioni cosmologiche e le verifiche offerte dalle osservazioni astronomiche. Le domande rimarranno quelle di sempre, ma forse riusciremo a ripulirle da un persistente, a volte fastidioso, alone di mistero.
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