RASSEGNA STAMPA

13 FEBBRAIO 2000
MAURIZIO FERRARIS
Ma dei gusti possiamo discutere
Perché i giudizi non sono meramente soggettivi
"Il Gusto. Storia di una idea estetica", a cura di Luigi Russo, Aesthetica edizioni, Palermo 2000, pagg. 368, L. 45.000.
Con il volume curato da Luigi Russo Il Gusto. Storia di una idea estetica, che esce in questi giorni per le edizioni Aesthetica, storiograficamente, si può sapere tutto sul gusto. Il libro si apre con cinque contributi storiografici dovuti a Paolo D'Angelo ("Il gusto in Italia e Spagna dal Quattrocento al Settecento"), a Elio Franzini ("Il gusto in Francia dal Gran Secolo alla Rivoluzione" e "La decostruzione del gusto"), a Giuseppe Sertoli ("Il gusto nell'Inghilterra del Settecento") e a Salvatore Tedesco ("Il gusto della Germania del Settecento"). La seconda parte comprende una larga antologia di testi, da Ettorri a La Bruyère, da Hume a Kant, per venire ai contemporanei che hanno trattato l'argomento, e si chiude con una appendice bibliografica. Ma, sempre storiograficamente, ciò che balza all'occhio è il declino, tra Otto e Novecento, del discorso estetologico in materia. I motivi di questa rarefazione non sono difficili da trovare nella circostanza per cui l'estetica, da scienza della conoscenza sensibile, è divenuta filosofia dell'arte, un'arte, che, per parte sua, si è appassionata alla rottura delle regole, e dunque anche al compiacimento del gusto, ritenuto spesso il puro frutto di convenzioni, quando non di pregiudizi belli e buoni, come tali da buttare via.
Si ha ragione a vederla così? Certo, se tutto è storia, se i nostri sentimenti sono soltanto il frutto di quello che ci hanno insegnato da bambini o che da grandi ripassiamo sui giornali, il caso è chiuso: con un po' di esercizio, potremmo farci piacere proprio qualunque cosa. Però non è detto che le cose stiano in questi termini, visto che il gusto (lo dice la parola stessa) ha un fondamento sensibile e, con tutti gli esercizi di questo mondo, non ci riesce affatto di vedere diversamente da come vediamo. Così, malgrado le apparenze, la sfera di problemi sollecitata dal dibattito sul gusto, sebbene si sia esaurita nell'estetica come filosofia dell'arte, è tutto tranne che un discorso archiviato, come si può constatare tenendo presenti almeno tre problemi del tutto all'ordine del giorno in filosofia.
Il primo, ampiamente affrontato già nella storia della nozione, è il rapporto tra gusto e giudizio. Il gusto, così come l'occhio, l'orecchio, il fiuto e il tatto, ha per l'appunto una ubicazione essenzialmente sensibile: quando si va a occhio o a orecchio, quando si giudica facendosi guidare dal gusto, quando si dà prova di tatto, si fa, in effetti, qualcosa di molto diverso da quando si usa l'occhio o l'orecchio come mero strumento per una analisi concettuale. Qui l'occhio e l'orecchio non sono solo un hardware, ma anche un software: con un colpo d'occhio si vede se una cosa va o non va, se un comportamento è adatto a una situazione, ma questo non nasce né da un calcolo che elabora dei dati, né è, d'altra parte, una mera registrazione su una pellicola impressionabile. In termini moderni, qui vedremmo in opera dei contenuti non concettuali, di cui si è ampiamente dibattuto, e si dibatte ancora, in questi ultimi anni, dopo Gareth Evans, John McDowell e altri: se qualcosa si presenta in modo ordinato anche al di fuori di uno schema concettuale, non si tratta di una prova del fatto che non tutto dipende dall'intelletto, anche se non necessariamente si tratta di mettere la questione nei termini - come tali irricevibili - di un giudizio dei sensi?
Il secondo problema è in qualche modo speculare a quello precedente.
Cartesio, che in questo non sembrava nutrire troppi dubbi iperbolici, sosteneva che del gusto non vale disputare, dal momento che è come voler scoprire il motivo per cui a uno piace la carne e a un altro il pesce.
L'idea soggiacente è che la ragione è universale, dunque può pervenire a dei risultati oggettivi, laddove il gusto, come i sensi (e qui si vede il motivo scettico che porta Cartesio a diffidare di quei servitori che ci hanno ingannato almeno una volta), è puramente soggettivo, dunque è una chimera. In generale, l'emotività non ha nulla a che fare con l'intelletto. Però, d'accordo con il titolo del libro di Tony Damasio, proprio qui consiste L'errore di Cartesio (ed. Adelphi). L'eroe principale del libro di Damasio, che per una estesa e avventurosa lesione aveva perso la parte del cervello deputata alla gestione della paura e dell'anticipazione emotiva del futuro, calcolava soltanto affidandosi alla luce sovrana della ragione, e proprio per questo in molte occasioni sbagliava (di qui la sua rovina al gioco). Di nuovo, queste faccende emotive sono il puro ambito della soggettività, oppure non hanno una funzione essenziale (e dirigenziale, egemonica) anche per l'intelletto?
Il terzo problema è forse il più grosso e aperto: davvero la tensione di una situazione, la bellezza di una persona, la solennità di un incedere, l'allegria o la tetraggine di una scena, lo squallore di una stanza sono qualcosa di puramente casuale? O non aderiscono all'oggetto e all'evento quasi come le qualità primarie, d'accordo con una linea di pensiero che da Max Wertheimer viene a Gaetano Kanizsa e a Paolo Bozzi? Se davvero fossero dovute alla mera alea, come si spiegherebbero, per esempio, i capolavori o il divismo? Che Tina Pica non eserciti lo stesso sex appeal di Julia Roberts dipenderebbe semplicemente da una campagna pubblicitaria bene orchestrata? Questa è probabilmente la grande posta in gioco nel dibattito sul gusto, e non da oggi, se Hume, nel brano che qui riportiamo, lo aveva già colto, con un acume fenomenologico che difetta ai relativisti contemporanei.
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