Rinascimento dei numeri| Il ruolo della matematica e la forte connotazione
platonica nel pensiero dello scienziato pisano |
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| "Principio di secol novo. Saggi su Galileo", a cura di Luigi Radicati di
Brozolo, Cassa di Risparmio di Pisa, Pisa 1999, pagg. 374, sip. | "Queste novità di verità antiche, di novi mondi, nove stelle, novi sistemi",
scriveva Tommaso Campanella all'amico Galileo nel 1632, sono
"principio di secol novo". Di fatto, l'inizio di una nuova stagione della
filosofia e della scienza, di un modo nuovo di guardare alla natura, che
trova nelle pagine di Galileo il suo manifesto.
Aveva ragione Keplero a scrivere che "il Sidereus Nuncius - lo
dichiarasse o meno - aveva alle spalle Cusano e Bruno, e tutta una
concezione dell'universo che, mentre si richiamava a Pitagora e a
Melisso, a Democrito e a Platone, costituiva una rivoluzione nel modo di
pensare il rapporto fra l'uomo e il mondo", osservava Garin in un lontano
saggio del 1965, Galileo filosofo, riproposto in apertura di questo volume.
Secondo Garin, il copernicanesimo offre una "veduta rivoluzionaria" in
cui si concludono "gli sforzi teorici del primo Rinascimento", le
possibilità implicite nel platonismo di Cusano e Ficino. Così Copernico è
letto da Galileo come da Bruno. E tuttavia le loro strade divergono.
Quando Galileo passerà allo studio del moto dei corpi celesti, "nel
momento in cui il Sidereus Nuncius getterà a terra, non più nelle visioni
di una metafisica poetica di tipo bruniano, ma attraverso dimostrazioni
matematiche e sensate esperienze affinate da strumenti, le strutture del
mondo aristotelico", continua Garin, la filosofia naturale di Galileo, il suo
copernicanesimo, assumerà nuovo senso e nuove dimensioni. "La
filosofia di Galileo è "scienza", ossia frutto di ragione ed esperienza, ed
è valida pienamente, in una sfera destinata ad ampliarsi
progressivamente, senza barriere, ma nei suoi campi, ossia in
dimensioni diverse dall'assoluto e dal divino".
Al di là dei motivi dettati dalla prudenza, è questa "differenza di fondo" a
giustificare, secondo Garin, il silenzio di Galileo di fronte al rogo che a
Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600 mette a tacere la voce di Bruno. "Il
nerbo della filosofia" di Galileo consiste nella "precisa delineazione del
campo del conoscere scientifico", nella costruzione di una fisica "resa
autonoma dalle ipoteche pseudofilosofiche e pseudoteologiche", nella
rivendicazione alla ragione della conoscenza del teatro del mondo. Di
qui, concludeva Garin, la distanza che separa Galileo non solo da Bruno
ma anche da Cartesio "proprio per la chiara consapevolezza dei confini
di ogni problematica filosofica, che non voglia ricadere negli equivoci del
peripatetismo e nei suoi tristi connubi di fisica e metafisica".
Per poter apprezzare adeguatamente "il debito della scienza verso
Galileo", osserva Radicati, occorre avere "qualche conoscenza delle
concezioni pregalileiane e della scienza moderna, la quale notoriamente
gode scarso favore fra le persone colte, quelle cioè che provano
un'invincibile ripugnanza di fronte al più semplice ragionamento
matematico". Galileo fu il primo scienziato che dissipò le tenebre del
Medioevo guardando un lampadario oscillare e dimostrò la falsità della
fisica aristotelica facendo cadere due palle dalla torre di Pisa, racconta
l'agiografia più diffusa. Ma di buio intorno ai secoli del Medioevo c'è solo
la nostra ignoranza. Come poi Galileo sia riuscito con un esperimento
(peraltro di dubbia attendibilità storica) a spazzare via una concezione
che ha dominato il pensiero occidentale per secoli inaugurando "un
modo nuovo di pensare la natura, rimane per i più un articolo di fede",
aggiunge Radicati.
Altrettanto agiografica è l'affermazione che Galileo sia stato il primo a
sostenere la necessità di basarsi sull'esperienza di fronte agli argomenti
dei suoi oppositori, rappresentati come tanti Don Ferrante persi in
paralogismi o in inutili discussioni di problemi immaginari. Ma la filosofia
scolastica, sottolinea a ragione Radicati, era ben lontana dal negare
l'esperienza. Galileo lo sapeva bene, al punto da far dire a Simplico, che
nel Dialogo dà voce all'aristotelismo, che anche secondo Aristotele "le
sensate esperienze si dovessero anteporre a qualsivoglia discorso
fabbricato dall'ingegno umano".
Del resto, proprio il più elementare buon senso basato sull'osservazione
empirica dice, a noi come agli scolastici, che i corpi pesanti si muovono
verso il basso. Per Aristotele tutto ciò accade perché ogni corpo tende al
suo "luogo naturale". Certo, la spiegazione ci appare ingenua e
insoddisfacente, ma non ha "niente di irragionevole", osserva Radicati.
Anzi, a dire il vero appaiono ben più irragionevoli le richieste galileiane. Il
fatto che un corpo, senza l'azione di alcuna causa esterna, possa
muoversi indefinitamente con velocità costante lungo una retta. O che
tale moto sia indistinguibile dalla quiete. Altrettanto si può dire del
sistema del mondo. Che il Sole giri intorno alla Terra ha un'evidenza
empirica che è ancora oggi consegnata al linguaggio naturale. Come il
principio d'inerzia, anche il sistema copernicano è tutt'altro che intuitivo.
Galileo ne è ben consapevole, quando esprime tutta la propria
ammirazione per "l'eminenza dell'ingegno" di coloro che hanno
sostenuto l'ipotesi eliocentrica "ed hanno con la vivacità dell'intelletto
loro fatto forza tale ai propri sensi, che abbiano possuto anteporre quello
che il discorso gli dettava, a quello che le sensate esperienze gli
mostrava apertissimamente in contrario".
Le "sensate esperienze" si devono accompagnare con le "certe
dimostrazioni" della matematica. La vera originalità di Galileo, osserva a
ragione Radicati, non risiede tanto nell'appello all'esperienza quanto
"nell'aver intuito che la matematica non è soltanto un formalismo utile
per ordinare e descrivere i fenomeni naturali, ma è addirittura l'unico
linguaggio con il quale la natura ci si rivela e l'unico con il quale
possiamo formulare con esattezza le domande necessarie per verificare
sperimentalmente il modello matematico che i fenomeni ci hanno
suggerito".
Trova qui origine la concezione che ancora oggi ci porta a parlare di
"irragionevole efficacia" della matematica nello studio dei fenomeni della
natura con un senso di stupefatta meraviglia. "Non doviamo desiderare
che la natura si accomodi a quello che parrebbe meglio disposto et
ordinato a noi", scrive Galileo al fondatore dell'Accademia dei Lincei
Federico Cesi, che è esitante di fronte alle concessioni copernicane
circa gli eccentrici e gli epicicli di tolemaica memoria, "ma conviene che
noi accomodiamo l'intelletto nostro a quello che ella ha fatto". E tuttavia
lo stesso Galileo non rinuncia all'idea copernicana che i pianeti si
muovano lungo delle circonferenze, e ostinatamente rifiuta i risultati di
Keplero, che rivelano orbite ellittiche e insospettate relazioni
matematiche. "Questo errore gli costò caro", commenta Radicati
ricordando l'accanimento dei Gesuiti contro le teorie di Copernico e
Galileo e la relativa tolleranza verso quelle di Keplero. "Dobbiamo forse
pensare con Panofsky" si chiede David Speiser, che questo errore di
Galileo, questo suo "tenace rifiuto delle ellissi kepleriane, sia dovuto alla
sua ammirazione per la perfezione che il Rinascimento aveva visto nel
cerchio, mentre rifiutava l'ellissi figlia del Manierismo?".
Se il Dialogo assicura la fama universale di Galileo, ma ne segna anche
la sorte, ai Discorsi pubblicati in terra d'Olanda lo scienziato condannato
dall'Inquisizione affida le sue scoperte più originali nel campo della
meccanica, argomento dei saggi dello stesso Speiser, di Remo Bodei e
Piero Villaggio che chiudono il volume. Con il quale la Cassa di
Risparmio di Pisa ha prodotto una magnifica strenna per i suoi più
affezionati clienti, impreziosita da un apparato iconografico di duecento
rare e stupende immagini. Ma i saggi raccolti da Radicati non hanno
carattere di circostanza e meritano di essere conosciuti non solo dalla
ristretta cerchia di fortunati destinatari dell'omaggio della Cassa di
Risparmio pisana. |