RASSEGNA STAMPA

13 FEBBRAIO 2000
UMBERTO BOTTAZZINI
Rinascimento dei numeri
Il ruolo della matematica e la forte connotazione platonica nel pensiero dello scienziato pisano
"Principio di secol novo. Saggi su Galileo", a cura di Luigi Radicati di Brozolo, Cassa di Risparmio di Pisa, Pisa 1999, pagg. 374, sip.
"Queste novità di verità antiche, di novi mondi, nove stelle, novi sistemi", scriveva Tommaso Campanella all'amico Galileo nel 1632, sono "principio di secol novo". Di fatto, l'inizio di una nuova stagione della filosofia e della scienza, di un modo nuovo di guardare alla natura, che trova nelle pagine di Galileo il suo manifesto.
Aveva ragione Keplero a scrivere che "il Sidereus Nuncius - lo dichiarasse o meno - aveva alle spalle Cusano e Bruno, e tutta una concezione dell'universo che, mentre si richiamava a Pitagora e a Melisso, a Democrito e a Platone, costituiva una rivoluzione nel modo di pensare il rapporto fra l'uomo e il mondo", osservava Garin in un lontano saggio del 1965, Galileo filosofo, riproposto in apertura di questo volume.
Secondo Garin, il copernicanesimo offre una "veduta rivoluzionaria" in cui si concludono "gli sforzi teorici del primo Rinascimento", le possibilità implicite nel platonismo di Cusano e Ficino. Così Copernico è letto da Galileo come da Bruno. E tuttavia le loro strade divergono.
Quando Galileo passerà allo studio del moto dei corpi celesti, "nel momento in cui il Sidereus Nuncius getterà a terra, non più nelle visioni di una metafisica poetica di tipo bruniano, ma attraverso dimostrazioni matematiche e sensate esperienze affinate da strumenti, le strutture del mondo aristotelico", continua Garin, la filosofia naturale di Galileo, il suo copernicanesimo, assumerà nuovo senso e nuove dimensioni. "La filosofia di Galileo è "scienza", ossia frutto di ragione ed esperienza, ed è valida pienamente, in una sfera destinata ad ampliarsi progressivamente, senza barriere, ma nei suoi campi, ossia in dimensioni diverse dall'assoluto e dal divino".
Al di là dei motivi dettati dalla prudenza, è questa "differenza di fondo" a giustificare, secondo Garin, il silenzio di Galileo di fronte al rogo che a Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600 mette a tacere la voce di Bruno. "Il nerbo della filosofia" di Galileo consiste nella "precisa delineazione del campo del conoscere scientifico", nella costruzione di una fisica "resa autonoma dalle ipoteche pseudofilosofiche e pseudoteologiche", nella rivendicazione alla ragione della conoscenza del teatro del mondo. Di qui, concludeva Garin, la distanza che separa Galileo non solo da Bruno ma anche da Cartesio "proprio per la chiara consapevolezza dei confini di ogni problematica filosofica, che non voglia ricadere negli equivoci del peripatetismo e nei suoi tristi connubi di fisica e metafisica".
Per poter apprezzare adeguatamente "il debito della scienza verso Galileo", osserva Radicati, occorre avere "qualche conoscenza delle concezioni pregalileiane e della scienza moderna, la quale notoriamente gode scarso favore fra le persone colte, quelle cioè che provano un'invincibile ripugnanza di fronte al più semplice ragionamento matematico". Galileo fu il primo scienziato che dissipò le tenebre del Medioevo guardando un lampadario oscillare e dimostrò la falsità della fisica aristotelica facendo cadere due palle dalla torre di Pisa, racconta l'agiografia più diffusa. Ma di buio intorno ai secoli del Medioevo c'è solo la nostra ignoranza. Come poi Galileo sia riuscito con un esperimento (peraltro di dubbia attendibilità storica) a spazzare via una concezione che ha dominato il pensiero occidentale per secoli inaugurando "un modo nuovo di pensare la natura, rimane per i più un articolo di fede", aggiunge Radicati.
Altrettanto agiografica è l'affermazione che Galileo sia stato il primo a sostenere la necessità di basarsi sull'esperienza di fronte agli argomenti dei suoi oppositori, rappresentati come tanti Don Ferrante persi in paralogismi o in inutili discussioni di problemi immaginari. Ma la filosofia scolastica, sottolinea a ragione Radicati, era ben lontana dal negare l'esperienza. Galileo lo sapeva bene, al punto da far dire a Simplico, che nel Dialogo dà voce all'aristotelismo, che anche secondo Aristotele "le sensate esperienze si dovessero anteporre a qualsivoglia discorso fabbricato dall'ingegno umano".
Del resto, proprio il più elementare buon senso basato sull'osservazione empirica dice, a noi come agli scolastici, che i corpi pesanti si muovono verso il basso. Per Aristotele tutto ciò accade perché ogni corpo tende al suo "luogo naturale". Certo, la spiegazione ci appare ingenua e insoddisfacente, ma non ha "niente di irragionevole", osserva Radicati.
Anzi, a dire il vero appaiono ben più irragionevoli le richieste galileiane. Il fatto che un corpo, senza l'azione di alcuna causa esterna, possa muoversi indefinitamente con velocità costante lungo una retta. O che tale moto sia indistinguibile dalla quiete. Altrettanto si può dire del sistema del mondo. Che il Sole giri intorno alla Terra ha un'evidenza empirica che è ancora oggi consegnata al linguaggio naturale. Come il principio d'inerzia, anche il sistema copernicano è tutt'altro che intuitivo.
Galileo ne è ben consapevole, quando esprime tutta la propria ammirazione per "l'eminenza dell'ingegno" di coloro che hanno sostenuto l'ipotesi eliocentrica "ed hanno con la vivacità dell'intelletto loro fatto forza tale ai propri sensi, che abbiano possuto anteporre quello che il discorso gli dettava, a quello che le sensate esperienze gli mostrava apertissimamente in contrario".
Le "sensate esperienze" si devono accompagnare con le "certe dimostrazioni" della matematica. La vera originalità di Galileo, osserva a ragione Radicati, non risiede tanto nell'appello all'esperienza quanto "nell'aver intuito che la matematica non è soltanto un formalismo utile per ordinare e descrivere i fenomeni naturali, ma è addirittura l'unico linguaggio con il quale la natura ci si rivela e l'unico con il quale possiamo formulare con esattezza le domande necessarie per verificare sperimentalmente il modello matematico che i fenomeni ci hanno suggerito".
Trova qui origine la concezione che ancora oggi ci porta a parlare di "irragionevole efficacia" della matematica nello studio dei fenomeni della natura con un senso di stupefatta meraviglia. "Non doviamo desiderare che la natura si accomodi a quello che parrebbe meglio disposto et ordinato a noi", scrive Galileo al fondatore dell'Accademia dei Lincei Federico Cesi, che è esitante di fronte alle concessioni copernicane circa gli eccentrici e gli epicicli di tolemaica memoria, "ma conviene che noi accomodiamo l'intelletto nostro a quello che ella ha fatto". E tuttavia lo stesso Galileo non rinuncia all'idea copernicana che i pianeti si muovano lungo delle circonferenze, e ostinatamente rifiuta i risultati di Keplero, che rivelano orbite ellittiche e insospettate relazioni matematiche. "Questo errore gli costò caro", commenta Radicati ricordando l'accanimento dei Gesuiti contro le teorie di Copernico e Galileo e la relativa tolleranza verso quelle di Keplero. "Dobbiamo forse pensare con Panofsky" si chiede David Speiser, che questo errore di Galileo, questo suo "tenace rifiuto delle ellissi kepleriane, sia dovuto alla sua ammirazione per la perfezione che il Rinascimento aveva visto nel cerchio, mentre rifiutava l'ellissi figlia del Manierismo?".
Se il Dialogo assicura la fama universale di Galileo, ma ne segna anche la sorte, ai Discorsi pubblicati in terra d'Olanda lo scienziato condannato dall'Inquisizione affida le sue scoperte più originali nel campo della meccanica, argomento dei saggi dello stesso Speiser, di Remo Bodei e Piero Villaggio che chiudono il volume. Con il quale la Cassa di Risparmio di Pisa ha prodotto una magnifica strenna per i suoi più affezionati clienti, impreziosita da un apparato iconografico di duecento rare e stupende immagini. Ma i saggi raccolti da Radicati non hanno carattere di circostanza e meritano di essere conosciuti non solo dalla ristretta cerchia di fortunati destinatari dell'omaggio della Cassa di Risparmio pisana.
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vedi anche
Il pensiero matematico