Simone, giallo sulla conversioneUna pensatrice piena di contraddizioni o una mistica incompresa: chi fu veramente la Weil? Due testimoni raccontano come la conobbero. Piena di antipatie preconcette, la sua religiosità problematica ne fa una "pellegrina dell'assoluto" |
| Istantanee su una cristiana della soglia. Una di coloro per i quali l'antico - e oggi sempre più
riscoperto - itinerario del catecumenato è un modo di avvicinarsi lentamente alle verità di
fede. Lo auspicava un filosofo cattolico come Jean Guitton per anime come lei, inquiete e
non approdate infine alla conversione (pur essendo, certo, il mistero consegnato a Dio e alla
coscienza). Ed è sui rapporti della Weil con la religione cattolica che l'attenzione degli
studiosi in questi decenni si è misurata versando fiumi di inchiostro. Ora l'editrice Àncora
traduce - a quasi cinquant'anni dalla pubblicazione in francese - l'opera di due intellettuali
credenti che la Weil frequentò durante gli ultimi anni della sua breve esistenza, segnati dalla
ricerca religiosa: il domenicano Joseph Marie Perrin e il filosofo Gustave Thibon. Una
riproposta che - avverte lo stesso editore - presta il fianco a qualche dubbio. I temi qui
esposti sono stati dai due autori ribaditi in altre opere note. E la ricerca sulla complessa
figura della filosofa - operaia, trotzkista, impegnata nella guerra civile spagnola, e sempre
attenta agli ultimi e alla dimensione spirituale dell'esistere - ha svelato aspetti allora inediti
(anche sconosciuti ai due che pure la Weil aveva indicato come depositari della sua opera).
Ma, si sottolinea nella premessa, la lettura di questo testo porta, comunque il segno di
un'esperienza, la storia di un'amicizia, "una nota del tutto originale e irripetibile: il sapore
fresco e immediato di chi rende testimonianza su ciò che ha visto udito, sperimentato".
Ed è vero. Dubbi speranze, vicinanze alla Chiesa cattolica, ma anche irrimediabili lontananze
dalla dottrina sono presenti in un caleidoscopio di ricordi e citazioni che non cercano certo
di "cattolicizzare" la pensatrice.
Lo ribadiscono gli autori nell'introduzione, scritta a quattro mani, mentre i due saggi seguenti
sono autonomi. In essa si pongono come interpreti, non come "gli" interpreti della filosofa.
Anche se "la scelta di due cattolici per la diffusione del suo pensiero non è effetto di un caso
o di un capriccio, ma prova almeno che la possibilità di un'interpretazione cattolica non
aveva niente che potesse scandalizzarla", scrivono.
Gli approcci dei due, come nota il sociologo Franco Ferrarotti nella prefazione, sono
comunque diversi. Padre Perrin passa presto dall'analisi del pensiero a quella del carattere,
della psicologia della Weil. Evidenziando, anche con bruschezza, il suo agire a simpatie e
antipatie. "Sarebbe lungo - scrive il domenicano cieco dall'età di dieci anni - fare la lista
delle antipatie e delle asprezze di Simone: anzitutto gli ebrei, evidentemente! I romani, la
Chiesa medievale, i francesi del Nord, i corsi, Aristotele, san Tommaso, Maritain,
eccetera".
Più sfumate e meno "ad personam" le riflessioni di Thibon. Questi si interroga sulla
"vertigine di assoluto" nell'autrice de L'attesa di Dio e cerca i motivi che la fecero restare
solo "sulla soglia" della Chiesa. Fino a sollevare un interrogativo che Ferrarotti giudica
"fondamentale", se Simone sia una mistica o una metafisica. A frenarne l'ingresso nella
cattolicità c'era innanzitutto - scrive Thibon - "l'ostacolo intellettuale. Simone Weil portava
nell'"affare" della sua conversione l'estrema esigenza di spirito e l'estremo rigore che metteva
in ogni cosa". Poi ebbe poco tempo per esaminare a fondo i dogmi della fede. Inoltre era
refrattaria alla struttura di autorità ecclesiale, che giudicava ricalcata sul modello del
"totalitario" impero romano. Si ritrova in lei un "lievito anarchico". Ma a fondo di tutto c'è il
fatto che lei "vuole la meta", l'assoluto, ma non il cammino storico. I due, insomma, non si
capiscono, ma Thibon ha intuito che, come si disse di un altro grande francese, Arthur Rimbaud, la Weil era "un mistico allo stato selvaggio". E allora, conclude Ferrarotti, "forse
più che parlare di "vertigine dell'assoluto" bisognerà pensare a Simone Weil come a una
"pellegrina dell'assoluto"", una "migrante in terra straniera che non ha diritti né protezione",
la portatrice di "un pensiero itinerante che non potrà mai riposare all'ombra di alcuna
ortodossia". Il suo destino, infatti, notavano già nel '52 i suoi amici e interpreti, anche in
riferimento alla sua trascuratezza fisica e nel vestiario, era "quello dell'albatro di Baudelaire
"ridicolo e sublime come gli esuli"". |