| Un pensiero lungo un secolo | Tiro fuori le chiavi e apro il vecchio portone del Seminario di Filosofia che dà sul Marsiliusplaz. Pochi conoscono il nome di questa
piazzetta, i più la chiamano semplicemente Gadameplaz. M'infilo in un corridoio ingombro di libri. Ancora una porta, ed ecco il luogo
segreto dell'ermeneutica. Do un'occhiata fuori: Gadamer non si vede. Approfitto per mettere a posto un po' dei libri spediti da tutto il
mondo. Saggi, articoli, riviste e molte, moltissime traduzioni delle opere di Gadamer: in italiano, inglese, spagnolo, francese, russo,
e poi ancora coreano, giapponese, cinese. In mezzo a tutto quel disordine, campeggia la mitica valigia Pracla, nome di una famosa
ditta di borse e valigie a Breslavia. No, per l'amor del cielo, quella no! - così reagisce Gadamer a qualsiasi tentativo di liquidare una
volta per tutte la valigia in uno dei cassonetti vicini. "Quella è ancora buona, sa!... è mille volte meglio delle altre!". E la valigia Pracla
è sempre ancora li, pronta per il prossimo viaggio - in Italia naturalmente!
Ogni tanto la apro, curiosa, e ci trovo dentro appunti su appunti, è sempre di più. È il materiale per il prossimo seminario, che terrà a
maggio all'Istituto italiano per gli Studi filosofici di Napoli. Un appuntamento che non vuole perdere. A nessun costo. Perché lui, a
quei giovani che vengono da tutta l'Italia, ma soprattutto dal Sud, che sanno ancora il greco e soprattutto amano con la mente e con
il cuore la filosofia, lui a quei giovani tiene proprio. E vuole iniziare da lì. Sarà Napoli, deve essere Napoli il punto di partenza del
prossimo libro. Il titolo? "Si vedrà! Lo deciderò parlando con loro! Sono loro quelli che contano per me. Perché loro costruiranno la
nuova Europa".
"Come sta professore?". "Benissimo, grazie". Cento anni fra due giorni: mi devo fermare a riflettere per crederlo. Lui si siede sul
divano, io sulla poltrona vicina. "Allora cominciamo?". "Sì, ma non con tutta questa fretta. Prima vogliamo tirarci un po' su, no?". È
l'ora del calvados, ed è anche l'ora della filosofia.
Il peso del successo di un best-seller come Vento e metodo non ostacola per nulla il lavoro. Sono già pronte, davanti a noi, le bozze
del nuovo libro Hermeneutische (Schizzi ermeneutici) che esce a giorni. Solleva la testa con un segno d'intesa:... Stasera ceniamo
dal nostro Hackleufel". Il nome hackleufel vuol dire letteralmente... il diavolo con la zappa". Scivoliamo per i vicoli. Il filosofo saluta
tutti, e tutti lo salutano. E lui si ferma a parlare. Un saluto, un cenno. E nasce subito una discussione filosofica. Perfino il minimo
gesto è un gesto filosofico, perchè fa parte di un modo di essere, di comprendere se stessi e gli altri. Una saggezza antica,
tedesca, ma nel modo in cui i tedeschi hanno letto e vissuto il mediterraneo. Una saggezza sopravvissuta alla follia assoluta di
quello che Gadamer chiama "il secolo crudele dell'autodistruzione". Com'è stato possibile sopravvivere? - mi chiedo. E con
diplomazia tutta mediterranea -. Machiavelli sul tavolo nei giorni brutti del 1945 a Lipsia - venire fuori? E profilare addirittura la
possibilità di una nuova filosofia che, riconoscendo quel male radicale e banale, e partendo di li, senza perdere nulla della tradizione,
fosse forte e positiva, propositiva l'ermeneutica appunto!
Attraversiamo l'Universitàlsplaz. Nelle vetrine delle due grandi librerie domina una grande foto di Gadamer. In basso le sue opere
complete in dieci volumi, uscite da poco in edizione tascabile, alla portata degli studenti. E tanti, tanti libri su di lui, sull'ermeneutica.
Non senza difficoltà, raggiungiamo la locanda. Ci mettiamo seduti al nostro tavolo consueto, in un angolo... Finalmente!... e
Gadamer lancia in giro un sguardo soddisfatto nel constatare che tutto è esattamente come lo ha lasciato l'ultima volta. Si deve solo
accendere la candela che aspetta pronta sul tavolino di pero. Il menù è quasi fisso: una zuppa di patate e, in questa stagione, una
grande porzione di ravioli con funghi e selvaggina. Gadamer batte con forza il bastone sul pavimento per ordinare il vino. E anche sul
vino non ci sono dubbi. Sollecito l'oste porta una grande caraffa di marlgräfler, il vino bianco del Baden.
"Prosit" - "Alla salute!". E uno dopo l'altro vanno giù i primi bicchieri. Dietro la candela gli occhi si illuminano. L'oro forte di quel vino
grezzo e genuino gli ricorda Heidegger e la baita di Todtuauberg lassù, a mille metri, nella Foresta Nera. E comincia a raccontare:
"La prima volta ci andai nell'agosto del 1923. Mi ero sposato da poco. Heidegger, inaspettatamente, ci invitò. Non so, forse era un
segno di stima nei miei confronti. Ma all'invito aveva contribuito anche la terribile inflazione. I marchi che mio padre mi spediva da
Marburgo, arrivati a Friburgo, erano solo carta straccia. Con quei milioni, trilioni di marchi non si riusciva a sopravvivere. Comprare un
biglietto per Marburgo era una chimera. Così accettammo l'invito. Il problema più assillante era trovare qualcosa da mangiare. Oggi è
inimmaginabile! Ci arrangiavamo con l'unica cosa che c'era: il latte. Per un mese intero... latte la mattina, latte la sera. Ma il cibo
quotidiano era la filosofia. Insieme a Heidegger leggevamo, quasi con ossessione. Aristotele, ma soprattutto Platone. È stata quella,
per me, l'iniziazione all'ermeneutica. In seguito sono tornato più volte, da solo o con amici. Aspettavamo nel soggiorno. Un tavolo,
una panca e due sedie erano tutti mobili: Heidegger li aveva costruiti con le proprie mani. Entrava dalla stanzetta antigua sorridendo
loquace. Prendeva una caraffa e ci versava con convinzione il Markgäfler".
Ma Heidegger era diverso da Lei... "Sì. Lui era diverso. Lui amava la solitudine, quella solitudine cristallina di Todtnauberg. Io... io,
no! Mi vengono le idee... riesco a pensare, solo se parlo con gli altri. Ecco, questo! E poi..., poi forse io ho un altro rapporto con la
morte. "Quella inconcepibilità della morte diventa l'aspirazione a vivere che lo guida ogni giorno. E ogni giorno è un'acquisto: un'altra
occasione di riflessione e di gioia, nelle piccole, piccolissime cose. Perché leggere il giornale di mattina - quasi una preghiera rivolta
al mondo, come diceva Hegel - e poi cercare di interpretare la Repubblica di Platone o l'Enea di Aristotele: tutto questo è un grande,
grandissimo regalo della vita. Per non parlare dei profumi dei vini e dei fiori, delle piante del giardino e di quelle della città, per non
parlare degli angoli di Heidelberg - "così mediterranea!" - che instancabilmente si ferma a contemplare.
L'oste ritorna: "Tutto bene. Herr Professor? I ravioli?". Gadamer: "Eccellenti!". Vogliono sapere. "È vero, Herr Professor, che Le
daranno la cittadinanza onoraria di Heidelberg!", "Si, è vero". "E quando?". "Me la volevano dare l'11 febbraio, il giorno del
compleanno. Ma abbiamo deciso di rinviare! Così la cerimonia sarà il 20 al Comune". "Ed è vero che venerdì viene il Presidente della
Repubblica?". "Tre! Ne vengono tre!" - "E poi tutti i miei allievi e amici... da mezzo mondo!" replica Gadamer, non senza orgoglio,
mentre si rimette il basco. "Auguri. Herr Professor!". |