"I filosofi ci dicano cos'è oggi la legge"| Barcellona: Il globale spezza ogni norma |
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| Pietro Barcellona, "Quale politica per il terzo millennio?", pp. 190, Dedalo, lire 25.000 | Con Pietro Barcellona, ordinario di Filosofia del diritto presso l'università di Catania ed intellettuale da sempre interessato a riflettere sui rapporti tra diritto e giustizia, abbiamo parlato delle ragioni che lo hanno spinto ad organizzare un convegno su filosofia e diritto.
| E' appena uscito da Dedalo un tuo libro ("Quale politica per il terzo millennio?", pp. 190, lire 25.000) in cui fai una sorta di bilancio del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Parlando degli effetti della globalizzazione, scrivi: "Appartiene a questa dinamica della globalizzazione, che produce localizzazioni e segregazione, la dissoluzione dello "spazio pubblico" tipicamente rappresentato dalle tradizioni europee della "città", che ha funzionato da centro di riferimento e luogo di partecipazione collettiva alla vita politica". Partirei da qui, perché credo che possa essere una sorta di introduzione anche al tema del convegno. |
"Sì, lo credo anch'io. Non è certamente da oggi che io sono convinto che la cultura giuridica italiana sia lacerata da una crisi drammatica. Una crisi di cui certamente non sono immuni le altre tradizioni giuridiche "continentali", diciamo così. Una crisi dovuta perlopiù ad una collisione tra la tradizione giuridica continentale e quella anglosassone".
| Mi pare che già nel tuo importante libro del 1984, "I soggetti e le norme", prendevi di petto i dilemmi politicamente più inquietanti che tendevano a sprigionarsi dallo scontro che hai appena evocato. |
"E' vero. Tuttavia, l'orizzonte si è fatto ancora di più incandescente rispetto a quegli anni in cui, come hai ricordato, riflettevo su questo problema. Infatti, l'apparato di concetti e di categorie con cui i giuristi positivi - quelli cioè che si occupano di diritto privato e di diritto pubblico - hanno lavorato nel Novecento ora è andato letteralmente in frantumi. Quell'apparato concettuale e categoriale non appare più utilizzabile. Per la semplice ragione che si è sgretolato l'assioma che sta a fondamento del diritto moderno continentale".
| Ti riferisci alla crisi dello Stato nazionale, drammaticamente esplosiva in questi giorni anche col caso Haider in Austria? |
"Sì, in particolare mi riferisco alla dissoluzione dell'idea dello Stato-nazione, tradizionalmente assunto come il solo e unico detentore legittimo della forza".
| E perché per rispondere a questo fenomeno, non sono più sufficienti le risposte 'interne' che la sociologia politica e giuridica hanno altre volte fornito ad analoghe trasformazioni della forma istituzionale? |
"Perché si tratta di una trasformazione che manifesta caratteri inediti, direi epocali. La crisi dello Stato-nazione oggi mette i giuristi con le spalle al muro. Essi cioè non possono più operare ignorando, o facendo finta di ignorare, che l'efficacia della decisione normativa rischia di smarrirsi in un universo giuridico abitato da mille lingue diverse e contrastanti. Ecco perché la questione del "diritto" oggi deve essere interrogata filosoficamente. E' necessario insomma ripensare filosoficamente il "fondamento possibile" del diritto alla luce di un ordinamento giuridico che tende ad ampliarsi globalmente".
| E' dunque per questo che intendi far dialogare i filosofi del diritto e i giuristi positivi con quei 'filosofi' che hanno, in forme diverse, messo in discussione i presupposti dello stesso argomentare dei giuristi? |
"E proprio questa la sfida: vedremo cosa ne verrà fuori. L'idea è quella di interrogare alcuni di questi filosofi sui temi che nella loro riflessione hanno una portata generale. Penso, ad esempio, a quanto potrà dirci Severino in merito all'ipotesi se sia possibile una reale "autonomia" del mondo normativo in relazione alla Tecnica. Penso a quanto potrà dirci Bodei sul destino del Desiderio e della Passione in un mondo a-normativo. Penso a quello che ci dirà Natoli rispetto alla manipolazione tecnologica del dolore e al deperimento della condivisione. Ascolteremo quello che ci dirà Mazzarella sul rapporto tra manipolazione genetica - compresa la clonazione - e la storia dei legami sociali. Esposito, invece, lo interrogheremo sulle questioni che riguardano la verità e le sue relazioni con la sfera pubblica-politica. Ascolteremo quello che ci dirà Sini sulle nuove forme di scrittura e sulla democratizzazione del potere. Si tratta, dunque, di vedere cosa si può veramente pensare e cosa si può realmente fare, rinunciando ad ogni chiusura autoreferenziale dei diversi saperi. Cercando, cioè, di ricostituire una qualche "comunità di linguaggio" tra forme del sapere che si sono progressivamente isolate".
| Una proposta ambiziosa, ma anche un pò ingenua, non ti pare? |
"Forse hai ragione. Ma è pur vero che, mai come oggi, l'esperienza e la cultura giuridica si sono allontanate da qualsiasi riferimento alla riflessione filosofica, fatta eccezione per quella di tipo analitico. Del resto, non capita anche a te leggere saggi di filosofia e non trovare mai affrontato il problema della Legge, che da Platone in poi era invece ineludibile? Io questo lo trovo scandaloso. Ormai sembra che ogni sapere si sia arroccato nel proprio sterile specialismo accademico: i filosofi scrivono per se stessi, la giurisprudenza si occupa dei 'propri" casi e così via".
| Ma veramente pensi che la vocazione critica della filosofia possa, se non eliminare, quanto meno ridurre la frammentazione specialistica del sapere giuridico, che sempre di più caratterizza gli orientamenti delle varie discipline? |
"Perlomeno lo spero. Fra i miei studenti avverto un senso di smarrimento nella babele di linguaggi che non riescono a connettere, a interpretare. Sono venuti a mancare, nel campo del diritto, punti di riferimento, criteri di orientamento e di interpretazione dei "fatti". Nessuno, meno che mai io, pensa che sia possibile riattingere un senso unitario in improponibili categorie dogmatiche. Ma il rischio che stiamo correndo è quello di un relativismo che ci consegna ad una muta e gelida indifferenza. Ai filosofi si chiede di essere disponibili all'interrogazione e all'ascolto di esperienze contigue. Ai giuristi si chiede di riaprire una riflessione sui presupposti dei loro specialismi e anche sulla stessa teoria del diritto". |