Gadamer compie cento anni| Allievo di Heidegger, è uno dei maggiori esponenti della corrente ermeneutica |
| Gadamer racconta spesso questo aneddoto: Husserl va a trovare Dilthey a Berlino. Gli avevano spiegato che entrati in casa si dà alla domestica il proprio biglietto da visita e il cappello. Husserl fa la visita di domenica mattina, la servitù è a messa, e viene ad aprire la moglie di Dilthey, a cui impassibile Husserl consegna biglietto, e cappello. La signora Dilthey commenta asciutta: "Husserl, è anche una persona? Credevo fosse solo un libro": e Gadamer (nativo di Breslavia, oggi Wraklaw, Polonia) glossa: "Husserl era moravo, veniva da quelle regioni in cui l'Europa sfuma verso l'Asia".
Perché il fatto di essere (o non essere) europei appare così importante, per Gadamer non meno che per Husserl? Perché per entrambi l'Europa è un progetto infinito di verità che nasce in Grecia, come filosofia, e culmina nella scienza. La tesi fondamentale di Verità e metodo suona infatti "L'essere che può venir compreso è linguaggio", quanto dire che l'ontologia (ciò che c'è) vale solo alla luce di uno schema concettuale, che rende le cose significative per noi, uomini carichi di storia e di scienza, e guai a non averla, perché in quel caso non è, che saremmo ignoranti (o magari istruiti in cose extra-europee): saremmo, puramente e semplicemente, senza mondo.
Nominare la scienza, parlando della ontologia ermeneutica di Gadamer, sembra mescolare il diavolo con l'acqua santa, visto che tutta la sua opera è attraversata da una critica nei confronti dell'inaridirsi del mondo moderno per opera della matematizzazione della natura. Ma a ben vedere, la posizione di Gadamer non è affatto così distante, nei motivi di fondo, da quella di un altro patriarca della filosofia del Novecento, Quine.
Strano ma vero. Per Quine non esistono molte scienze, bensì una sola, la Scienza Paradigmatica. Una ricaduta importante di questo impianto, è che ci sia anche un solo oggetto, il mondo quale è accessibile alla scienza matematizzata della natura. Così, l'esperienza non è uno strato autonomo, in cui il mondo e i sensi hanno le loro leggi, e le fanno rispettare, indipendentemente da quello che pensiamo e sappiamo, bensì una mera pre-scienza, destinata a un perfezionamento infinito. Ora - e qui si ha la convergenza - quando Gadamer si proclama paladino di "esperienze extrametodiche della verità", ritiene certo, almeno a livello esplicito, di essere diverso da Quine. Tuttavia nel profondo non è così, non solo in via di fatto (perché anche Gadamer usa aerei e treni e non cavalli o portantine), ma anche in via di diritto, visto che non solo parla anche lui (sia pure criticandolo) di un metodo della Scienza, ma inserisce il suo discorso all'interno di una filosofia della storia, ossia di un processo di sviluppo universale che, nelle discipline umanistiche, costituisce il controcanto della teleologia scientifica in altri settori: verrà il giorno in cui conosceremo la verità, ma quel giorno è lontanissimo, e, per ora (cioè, per l'intero arco della nostra vita e della vita di quelli che ci hanno preceduto), tutto è relativo.
Insomma, per l'ontologia ermeneutica non meno che per l'idea della scienza come migliore degli scherni concettuali, il mondo è essenzialmente un costrutto interpretativo, tale per cui quello che pensiamo è decisivo e costitutivo quanto a ciò che sentiamo e, in fin dei conti, non esistono fatti ma solo interpretazioni. E' chiaro che lo stesso vale per un fisico, che
dietro e dentro a tavoli, sedie, piante e animali vede delle teorie, che cambiano in continuazione, al ritmo del progresso scientifico.
Posta questa grande assunzione comune, gli ermeneutici divaricano le loro opzioni a seconda di quello che devono fare. Se stanno male, vanno dal medico e non da Rilke, cioè pensano che la cosa migliore, per una affezione organica, sia ricorrere alla scienza matematizzata della natura; se stanno fisicamente bene, vanno da Rilke e non dal medico, e si riconciliano con la storia. Ma nei due casi, si tratti del medico o di Rilke, la nostra esperienza è sempre e soltanto la preistoria di una
scienza, sia essa la fisica o la storia, che attraverso una indagine infinita ci promette di dirci, un giorno, la verità; e, intanto, relativizza tutto quello che incontriamo.
Così, sostenere che l'interpretazione è infinita, come fanno gli ermeneutici, è la stessa cosa che dichiarare che la ricerca non ha mai fine. Tranne che, diversamente dagli scienziati, che dicono (o dicevano: adesso si sono fatti furbi) che la scienza è senza presupposti, gli ermeneutici sostengono che i presupposti ci sono, eccome, dunque tutto è relativo, come insegna la scienza. Ora, sostenere che la scienza non è mai puro rispecchiamento disinteressato del dato è certo legittimo, ma finisce per imputare alla prassi scientifica gli interessi pratici dei ricercatori, che sono un'altra cosa, e che non inficiano i risultati, pena il licenziamento o il fallimento dell'impresa.
Ma questo è il meno: il rischio maggiore consiste nel dire che visto che nelle scienze (per l'appunto assunte come unico criterio di verità) si può benissimo sostenere che il mondo non è affatto come appare, ed è stato soggetto a infinite interpretazioni col variare dei paradigmi scientifici, allora il mondo non è affatto, cioè non è nulla più che un sedimentarsi di storie e di tradizioni. E tanto peggio per chi quelle storie e quelle tradizioni non le conosce: dovranno aspettare che gli ermeneutici si aprano a loro, nel dialogo. Altrimenti, gli andrà molto peggio che ai pagani, perché quelli si perdevano il paradiso, mentre questi non hanno nemmeno il mondo.
Si trattava di una via inevitabile? Forse si, almeno per un buon pezzo del Novecento, quel secolo che Gadamer ha attraversato insieme da protagonista e da enfant du siècle. Ma avrei forti dubbi sul fatto che possa essere percorsa ancora adesso, e che l'ontologia ermeneutica abbia un futuro. Si possono vedere colori, allacciarsi le scarpe, cucinare cibi, dipingere e ornare, e persino leggere e scrivere dei libri o ridere e piangere, senza per questo rientrare nella teleologia dell'Europa spirituale, nella storia della metafisica, nel gioco problematico e oscuro della tradizione (è poi così difficile dimenticare la metafisica? a me è sempre parso difficile impararla). E l'idea di una ontologia come ciò che è chiamato a dire quello che c'è deve fare i conti con questa circostanza. |