RASSEGNA STAMPA

6 FEBBRAIO 2000
ARMANDO TORNO
Tra sapere e sapore c'è del Gusto
"IL GUSTO", a cura di Luigi Russo, Editore Aesthetica, pagine 358, lire 45.000
E' impiccione, bello, strambo, cattivo. Sa essere anche sublime. Viviamo con lui e per lui. Non riusciamo a escluderlo dai discorsi, meno che mai dalla nostra vita. Lo si potrebbe definire una facoltà intermedia tra i sensi e l'intelletto; è senz'altro l'erede - ma anche il concorrente - del caro, vecchio giudizio. L'arte e la musica ne vanno matte, la filosofia non riesce a gestirlo, la matematica lo ignora, la letteratura ne è succube. Stiamo parlando del gusto, impalpabile tiranno che signoreggia le nostre scelte. La lingua greca non lo conosceva, anche se i grandi che si incontravano sotto l'Acropoli di Atene lo possedevano innato; i latini ne ebbero informazioni da Quintiliano e da Cicerone. Quest'ultimo nel De oratore lo presenta mediante l'opposizione di "sensus" e "ars". Il medioevo prende atto dell'ingombrante presenza.
Virgilio di Tolosa, grammatico vissuto nel VI secolo, evidenzia il nesso tra sapere e sapore; Dante nella Commedia parla di "disdegnoso gusto" nel canto di Pier delle Vigne; i mistici ne elaborano i confini del significato sino allo smarrimento. Ma forse l'inventore del concetto moderno di gusto è Juan Boscán (1495-1542), che traduce in lingua castigliana il Cortegiano di Baldassar Castiglione: la parola "gusto" la utilizza per tradurre numerosi termini diversi dall'originale (ad esempio, "uomo piacevole" diventa "hombre de gusto"). Da allora è difficile controllarlo, definirlo. Montesquieu gli dedica un saggio, Hume cerca di fissarne le norme, Kant nella Critica del giudizio lo esamina con un pizzico di sconcerto, Hegel lo eviscera discettando intorno al sensibile, Baudelaire lo vede realizzato nella moda. Ora un libro, composto di saggi e testi, offre la possibilità di percorrerne la storia dal secentesco Camillo Ettorri a Rudolf Arnheim, passando per Voltaire e Gillo Dorfles.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo