RASSEGNA STAMPA

1 FEBBRAIO 2000
BRUNO FORTE
DOMANI AGLI STUDI FILOSOFICI IL NUOVO VOLUME DI ALDO TRIONE
L'arte? È come un gioco di armonie
Domani alle 17,30 all'Istituto italiano per gli Studi filosofici Bruno Forte, Sergio Givone e Stefano Zecchi presenteranno il libro di Aldo Trione, "Ars combinatoria".
Non ha certo l'ambizione che nutriva Leibniz scrivendo la sua Dissertatio de arte combinatoria Aldo Trione nel dare al suo ultimo contributo sull'estetica il titolo, senza dubbio intrigante, di Ars combinatoria (Spirali, Milano 1999, 177pp). Egli non va in cerca di alcuna "clavis universalis", che apra la porta di ogni possibile conoscenza del vero: figlio del suo tempo, ben consapevole della condizione di naufragio, che caratterizza la condizione "postmoderna", Trione mira solo a rintracciare una sorta di filo rosso nella meditazione occidentale sulla bellezza, muovendosi in continuità con le sue precedenti ricerche - fra cui le più recenti sono L'ostinata armonia (1992) e Estetica e Novecento (1996). Il "pedigree" del titolo latino prescelto non rimonta, peraltro, al solo grande Leibniz, ma anche - e forse soprattutto - al nostro Giordano Bruno, la cui ambizione conoscitiva non era di sicuro inferiore a quella del padre della "monadologia", anche se nutrita di maggiore fantasia e condita da un robusto senso del magico. Ed è Bruno a far la parte del leone nell'attacco del libro, lì dove della "combinazione" si approfondisce l'elemento portante: il numero. È proprio intorno a questo elemento che si delinea la profonda affinità e la non meno profonda distanza, che segnano i nostri cammini di pensiero (il Suo e quello espresso nel mio libro di identica data La porta della Bellezza). Anzitutto, l'affinità: i "numeri del cielo" - ovvero, le proporzioni delle celesti armonie trasferite sulla terra in ciò che è bello - sono la ragione costitutiva della bellezza secondo la tradizione unanime che va da Pitagora a Plotino, a Giamblico, ad Agostino, fino a Lullo, a Bruno, a Tommaseo (che ha scritto un trattato Sul numero, ricco di problematiche estetiche). L'idea che vi soggiace è che la bellezza è il Tutto nel frammento, il farsi presente dell'Infinito nel finito: seguendo Schelling, Trione può affermare che "l'arte realizza l'avvento della bellezza dentro quel miracolo della creazione che consiste nella "sintesi di assoluto e di limitazione", ovvero nella ri-costruzione di un mondo "la cui legge generale è l'assoluto nella limitazione". Dare corpo alle idee senza costringerle, raffigurare, nel finito, l'infinito...è il compito dell'arte" (p. 30). È per via di corrispondenza numerica, è attraverso la proporzione delle parti che il Tutto si offre nel frammento: perciò la bellezza è epifania dei numeri celesti, "forma" abbreviata della "forma" infinita. Entrare nella chiave di questo rapporto analogico, decodificare "il numero dei numeri" che combina le parti nel gioco della bellezza evocatrice dell'Assoluto, è l'audace compito di cui vuol farsi carico Giordano Bruno: come ha ben compreso di lui Hegel, è l'ansia dell'Uno che lo divora, poiché "una sola luce illumina il tutto e una sola vita lo rende vivo" (p. 42). D'altra parte, già Agostino aveva inseguito i "numeri del cielo", cogliendone la pura presenza nella musica e in generale nell'ordine che fa bello l'universo: il fascino di questa "ontologia della combinazione" pervade così l'intera estetica occidentale, fino a costituire come dice Trione il fondamento e il fine "delle grandi poetiche della modernità" (p. 50). E non è l'attuale estetica del "montaggio" - tutt'altro che solo cinematografica - una versione rivisitata della stessa idea? Il numero è insomma la chiave della bellezza, il fondamento dei quell'"ars combinatoria" che costituisce il bello in quanto tale: "Ora - scrive Leibniz - l'unità nella molteplicità non è altro che la concordanza e dalla concordanza dell'uno con questo più che con quello deriva l'ordine, dal quale proviene ogni bellezza, che a sua volta suscita amore" (Scritti filosofici, Torino 1986, II, 756).Se questa rilevanza della "forma" è indiscutibile nella storia delle concezioni estetiche classiche e cristiane, tanto da far parlare di una "ostinata armonia" nel senso occidentale del bello, non è meno vero che l'insistenza del Tutto nel frammento è stata pensata anche in altro modo nella coscienza delle terre del tramonto: l'Infinito irrompe nel finito, lo trapassa, lo rapisce a se stesso. Non il riposo armonico dello sguardo sulla forma bella, ma la folgorazione che colpisce, la seduzione che attrae, lo sconvolgimento che conduce il sé fuori di sé, è qui bellezza. L'esempio illuminante offerto da Trione è l'arte barocca: essa addita un al di là che la supera, per via di una voluta interruzione, di un "incompiuto" che rimanda all'oltre. È l'estetica dell'eccesso, della tensione estrema fino al punto di rischio, sorretta da un uso calcolato dell'oscurità e della luce: è la scena totale delle apparenze, il trionfo della maschera e dello scenario, che si esibiscono proprio nel loro carattere transitorio, fugace. È la poetica della simulazione, la levità del transito, la ricerca esasperata del "punto di vista" come segnale della precarietà che rimanda a un altrove. Proprio così, il barocco appare a Trione di una sconcertante modernità, così vicino alla solitudine dell'individuo e al linguaggio mai concluso, che sono le caratteristiche di tanta arte attuale. "La parola poetica non dice il mondo: essa si dà come metafora infinita, che consente di intravedere le cose - srealizzate - come disposte tra i riverberi di un incendio lontano" (p. 176). La "forma" viene qui a dissolversi: al massimo essa "esprime l'impossibilità del soggiorno della poesia tra ciò che è terreno" (p. 164). È qui che l'affinità del teologo al filosofo cede il posto alla distanza: e non perché il teologo sia paladino esclusivo dei "numeri del cielo"! Al contrario, è proprio la tradizione teologica quella che coglie il Tutto nel frammento per via di rottura, di rapimento e di estasi, consegnando questa lettura "trasgressiva" della bellezza alla meditazione occidentale nel suo senso più pieno. È precisamente Tommaso d'Aquino il testimone geniale di questa intuizione: la totalità ("integritas") avviene nel frammento non solo per via di proporzione ("proportio"), ma anche per via di "claritas" o di "splendor" (cf. Summa Theologica I q. 39 a. 8c). È così che nel Figlio eterno venuto nella carne l'Assoluto si è fatto presente alla storia: egli è "il più bello dei figli degli uomini" (Sal 45,3), il "pastore bello" (Gv 10,11), non solo perché "abbrevia" in sé le misure dell'infinito ("Verbum abbreviatum"), ma anche e soprattutto perché nel suo annientarsi per noi ("kenosi": cf. Fil 2,6ss) è in persona la rivelazione della bellezza che salva. La bellezza è "agàpe" crocifissa, crocifisso amore: e proprio così è legame, rapporto del finito all'Infinito, dell'eternità al tempo, del minimo all'Assoluto che lo contiene e in esso abita. Senza questa prospettiva, l'estetica della rottura e della trasgressione (diversa da quella dell'armonia e della forma) si risolve in miraggio, in disperata ricerca dei "paradisi del nulla", che tanto prosperano nelle poetiche moderne (e su cui scrive efficacemente Trione, anche in rapporto a Leopardi). Con questa prospettiva - tipica della rivelazione cristiana - la bellezza trasgredisce i confini, diventa mortale, salutare bellezza, passaggio sull'abisso, porta dell'infinito.
Ed è proprio questa prospettiva che manca nella pur ricca riflessione di Ars combinatoria, fedele eco di tante trattazioni moderne di estetica e storia dell'estetica che nessuna attenzione prestano all'"altra" sorgente del pensiero occidentale. Ammaliate dal fascino dell'Uno, queste ricerche restano troppo "greche": non risuona in esse "il dialetto di Canaan", che tanta parte - e quale parte! - costituisce delle nostre radici, e perciò del nostro futuro. Anche di quello della Bellezza...
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Estetica