IN PRINCIPIO C'ERA IL LAVORO VIVOUna rilettura dell'opera marxiana a partire dall'analisi delle quattro redazioni de "Il Capitale" "Un Marx
sconosciuto", il libro del filosofo argentino Enrique Dussel edito dalla manifestolibri |
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| Enrique Dussel, "Un Marx sconosciuto", manifestolibri, pp. 228, L. . 32.000 | Si leggerà ancora Marx nel prossimo millennio? L'interrogativo non è retorico, né di poco conto anzi ritorna insistente nelle
dispute accademiche, nelle analisi colte e raffinate dei maestri del pensiero unico; ormai sembra che del pensatore di Treviri si
aggiri solo uno spettro che vaga senza pace tra le macerie di un secolo tragico, appena conclusosi. Ebbene, nell'"Altro
Occidente" cioè in quell'area periferica e arretrata del pianeta che è l'America latina, è già cominciato il secondo secolo di Marx
(1983-2083), di un Marx desconocido che può indicare la via di una prassi futura, una pratica di liberazione per donne e
uomini, per popoli e nazioni dallo sfruttamento coloniale e capitalistico, dalle lacerazioni devastanti del "nuovo disordine
mondiale". Finalmente appare in italiano Un Marx sconosciuto di Enrique Dussel (manifestolibri, pp. 228, L. . 32.000) che
costituisce uno dei punti più alti di una rilettura complessiva di Marx visto dalla periferia del mondo "più attuale oggi che non
nell'Inghilterra della metà del secolo scorso".
Enrique Dussel, filosofo e teologo argentino ma di formazione europea, è uno degli esponenti più significativi della filosofia della
liberazione latino-americana che già dagli anni '70 elabora, a partire da una prospettiva marxista, un progetto di "etica della
liberazione" aperto a un confronto dialettico con alcune correnti della filosofia europea (Apel, Habermas, Ricoeur e soprattutto
Levinas).Tappa importante di questo confronto è stato il convegno internazionale su "Filosofia e Liberazione", organizzato da
Domenico Jervolino e svoltosi a Napoli nel 1991 che ha visto la partecipazione di intellettuali e filosofi, tra cui Paul Ricoeur,
Giulio Girardi, Pierre Jean Labarrièr, Gwendoline Jarezyk, Giuseppe Cantillo e lo stesso Dussel, impegnati nella ricerca di
feconde contaminazioni tra filosofia e liberazione, tra ermeneutica e marxismo. E' più che mai urgente, quindi, ripensare il
discorso filosofico della modernità , liberandolo dal suo nocciolo mitico ed eurocentrico: ecco l'idea guida del lavoro critico di
Dussel che si impegna contestualmente in un ritorno sistematico a Marx, invertendo le ipotesi di lettura tradizionali dei grandi
interpreti europei (da Lukàcs ad Althusser); il Marx antropologico ed etico non era più il Marx giovane, ma quello definitivo,
quello che aveva scritto le quattro redazioni del Capitale (1857-1882).
Frutto di questa lettura è la complessa trilogia, mai tradotta in italiano, in cui il pensiero di Marx viene studiato, in senso
ermeneutico-cronologico, dai Grundrisse alla stesura definitiva del Capitale, anche sulla base della consultazione dei
Manoscritti del 1861-63. E' indubbio che Dussel operi un rovesciamento radicale della periodizzazione althusseriana
dell'opera marxiana, dimostrando l'inconsistenza teorica della cesura epistemologica tra opere della rottura del 1845 (le Tesi su
Feuerbach e l'Ideologia Tedesca) e le opere della maturità posteriori al 1857 e ponga invece la necessità di intraprendere "la
via lunga della filosofia economica".
I sette saggi che compongono il volume Un Marx sconosciuto, tradotti da Antonino Infranca, e tutti inediti per il pubblico
italiano, danno conto in maniera esaustiva della lettura dusseliana di Marx. L'autore torna, infatti, alle fonti delle quattro
redazioni del Capitale attraverso un arduo commento ermeneutico-genealogico del processo di produzione delle diverse
categorie, partendo dal lavoro vivo "come punto di partenza assoluto del discorso dialettico precedente all'esistenza del
capitale e come fonte creatrice di valore". La grande logica del Capitale si genera dal lavoro vivo che è la corporeità
immediata del lavoratore e si sviluppa dialetticamente attraverso tutti i momenti del lavoro oggettivato: valore, plusvalore,
profitto, rendita. E' questo il nodo molto denso che attraversa l'analisi dusseliana del testo marxiano, dal quale proveremo a
dipanare solo alcuni fili. Un primo filo è, appunto, "la trascendentalità creatrice del lavoro vivo" che è il corpo vivente del
lavoratore che proviene al capitale sempre da fuori, quindi costituisce l'"Esteriorità" rispetto al sistema chiuso autoriproducentesi
del capitale. E', in termini hegeliani, il "non essere", il "non-capitale", il "Nulla", la categoria più povera di determinazione; una
volta, alienato al capitale, sussunto nella sua totalità, il lavoro vivo diventa lavoro oggettivato, "la fonte creatrice di plusvalore,
del valore che si valorizza come essenza del capitale".
Filologicamente il lavoro vivo non è il lavoro oggettivato: il primo non ha valore di scambio, è la persona, il corpo umano
oppresso e mortificato nella sua dignità, che assume i tratti definitivi del pauper delle periferie mentre il secondo è la "capacità o
forza lavoro" che ha un valore di scambio che può consumarsi e riprodursi. Una volta sussunto, "il lavoro vivo diventa una
determinazione fondamentale del capitale ossia forza lavoro che si consuma nel processo produttivo del capitale".Un secondo
filo, indissolubilmente legato al primo, è che la sussunzione del lavoro vivo da parte del capitale trasforma il lavoro vivo in un
"ente", in una determinazione interna del capitale. La sussunzione, ossia l'alienazione di cui il Marx giovane tratta diffusamente
dei Manoscritti del '44, in primo luogo "è negazione dell'esteriorità" e successivamente è affermazione del lavoro vivo come
"mediazione del capitale". In altre parole il lavoratore non scambia capacità creativa con capacità creativa. Quando il lavoratore
vende la sua forza lavoro come lavoro astratto sotto forma di valore, egli aliena completamente la sua capacità creativa che è
succhiata vampirescamente dal capitale. Dussel è fin troppo esplicito nella critica a parte del marxismo occidentale che ha
confuso lavoro vivo e forza-lavoro né ha mai delineato con chiarezza la categoria del lavoro vivo come fonte (schellinghiana)
meta-fisica del capitale, che sta al di là rispetto al capitale come tale.
Un terzo filo è che l'opposizione Marx-Hegel si colloca, per piani di profondità e gradi di astrazione, esattamente sul crinale
della trasformazione del lavoro vivo ("Non Essere") alla sussunzione da parte del capitale (l'"Essere"). Non è un caso che ben
tre saggi del volume sono dedicati all'argomento ( Somiglianze di struttura tra la logica di Hegel e il Capitale di Marx,
Marx contro Hegel, Hegelismo di Marx. La dialettica del Capitale) e rappresentano non solo il passaggio più rilevante
dell'interpretazione dusseliana di Marx, ma anche un inedito capitolo di storiografia filosofica. Il Capitale di Marx dovrebbe
chiamarsi Logica del Capitale, perché Marx rovescia Hegel, anzi rovescia l'inizio della sua Logica, a partire dal "Non-Essere"
e non più dall'"Essere", e tuttavia utilizza la quasi totalità dei concetti hegeliani.
Per Dussel, tra Hegel e Marx c'è stato un salto "meta-fisico" e non un passaggio ontologico: se nel primo "ogni passaggio da
una categoria all'altra è sempre un passaggio di identità, lo stesso rimane lo stesso... per Marx, al contrario, il passaggio
significa un salto: dallo stesso verso l'Altro". Qui il filosofo argentino opera un'ulteriore inversione dei termini della tradizione e
cioè il piano ontologico e metafisico non coincidono più; il significato dell'ontologia è quello tradizionale ossia concerne l'essere,
mentre muta quello di meta-fisica che indica "il trans-ontologico che parte non dall'essere, ma dalla realtà reale, dal lavoro vivo,
dal pauper", l'"al di là dell'essere del Capitale".Un quarto filo, infine, è che il Capitale di Marx è un'etica, perché nell'essenza
stessa dell'opera si parla di vita e di morte, di vita del capitale e di morte del lavoratore. La novità della lettura dusseliana di
Marx sta nel sussumere l'etica come il livello fondamentale dell'economia, come nucleo fondativo della critica dell'economia
politica. "Nel Capitale, Marx non si propose l'analisi della ricchezza capitalistica, bensì della miseria del non-capitalista".
Dall'etica alla politica come prassi di liberazione di una parte dell'umanità, il passo è breve. Filosofia e liberazione è un'endiadi,
una scelta di campo etico-politica, dalla parte dell'oppresso, dell'altro, dello sfruttato, dell'indio in quanto soggetto storico
antagonista (concetti sviluppati nel saggio centrale del volume Lavoro vivo e Filosofia della liberazione latino-americana).
La "ricostruzione" dell'opera centrale di Marx si intreccia dunque con una critica radicale al tardo capitalismo dei paesi del
primo mondo ma soprattutto con il progetto medesimo della filosofia della liberazione aperto alla specificità delle periferie del
terzo e quarto mondo (le masse dei poveri dell'Africa e dell'America latina).
Forse qui è possibile cogliere le immense potenzialità di un progetto teorico-politico, di respiro più generale e antagonistico alla
mondializzazione capitalistica, ma anche leggervi un contributo importante per un confronto e un dialogo fecondo tra le culture
del pianeta in un'ottica non più eurocentrica, bensì policentrica. |