RASSEGNA STAMPA

30 GENNAIO 2000
ALDO MACCARIELLO
IN PRINCIPIO C'ERA IL LAVORO VIVO
Una rilettura dell'opera marxiana a partire dall'analisi delle quattro redazioni de "Il Capitale"
"Un Marx sconosciuto", il libro del filosofo argentino Enrique Dussel edito dalla manifestolibri
Enrique Dussel, "Un Marx sconosciuto", manifestolibri, pp. 228, L. . 32.000
Si leggerà ancora Marx nel prossimo millennio? L'interrogativo non è retorico, né di poco conto anzi ritorna insistente nelle dispute accademiche, nelle analisi colte e raffinate dei maestri del pensiero unico; ormai sembra che del pensatore di Treviri si aggiri solo uno spettro che vaga senza pace tra le macerie di un secolo tragico, appena conclusosi. Ebbene, nell'"Altro Occidente" cioè in quell'area periferica e arretrata del pianeta che è l'America latina, è già cominciato il secondo secolo di Marx (1983-2083), di un Marx desconocido che può indicare la via di una prassi futura, una pratica di liberazione per donne e uomini, per popoli e nazioni dallo sfruttamento coloniale e capitalistico, dalle lacerazioni devastanti del "nuovo disordine mondiale". Finalmente appare in italiano Un Marx sconosciuto di Enrique Dussel (manifestolibri, pp. 228, L. . 32.000) che costituisce uno dei punti più alti di una rilettura complessiva di Marx visto dalla periferia del mondo "più attuale oggi che non nell'Inghilterra della metà del secolo scorso".
Enrique Dussel, filosofo e teologo argentino ma di formazione europea, è uno degli esponenti più significativi della filosofia della liberazione latino-americana che già dagli anni '70 elabora, a partire da una prospettiva marxista, un progetto di "etica della liberazione" aperto a un confronto dialettico con alcune correnti della filosofia europea (Apel, Habermas, Ricoeur e soprattutto Levinas).Tappa importante di questo confronto è stato il convegno internazionale su "Filosofia e Liberazione", organizzato da Domenico Jervolino e svoltosi a Napoli nel 1991 che ha visto la partecipazione di intellettuali e filosofi, tra cui Paul Ricoeur, Giulio Girardi, Pierre Jean Labarrièr, Gwendoline Jarezyk, Giuseppe Cantillo e lo stesso Dussel, impegnati nella ricerca di feconde contaminazioni tra filosofia e liberazione, tra ermeneutica e marxismo. E' più che mai urgente, quindi, ripensare il discorso filosofico della modernità , liberandolo dal suo nocciolo mitico ed eurocentrico: ecco l'idea guida del lavoro critico di Dussel che si impegna contestualmente in un ritorno sistematico a Marx, invertendo le ipotesi di lettura tradizionali dei grandi interpreti europei (da Lukàcs ad Althusser); il Marx antropologico ed etico non era più il Marx giovane, ma quello definitivo, quello che aveva scritto le quattro redazioni del Capitale (1857-1882).
Frutto di questa lettura è la complessa trilogia, mai tradotta in italiano, in cui il pensiero di Marx viene studiato, in senso ermeneutico-cronologico, dai Grundrisse alla stesura definitiva del Capitale, anche sulla base della consultazione dei Manoscritti del 1861-63. E' indubbio che Dussel operi un rovesciamento radicale della periodizzazione althusseriana dell'opera marxiana, dimostrando l'inconsistenza teorica della cesura epistemologica tra opere della rottura del 1845 (le Tesi su Feuerbach e l'Ideologia Tedesca) e le opere della maturità posteriori al 1857 e ponga invece la necessità di intraprendere "la via lunga della filosofia economica".
I sette saggi che compongono il volume Un Marx sconosciuto, tradotti da Antonino Infranca, e tutti inediti per il pubblico italiano, danno conto in maniera esaustiva della lettura dusseliana di Marx. L'autore torna, infatti, alle fonti delle quattro redazioni del Capitale attraverso un arduo commento ermeneutico-genealogico del processo di produzione delle diverse categorie, partendo dal lavoro vivo "come punto di partenza assoluto del discorso dialettico precedente all'esistenza del capitale e come fonte creatrice di valore". La grande logica del Capitale si genera dal lavoro vivo che è la corporeità immediata del lavoratore e si sviluppa dialetticamente attraverso tutti i momenti del lavoro oggettivato: valore, plusvalore, profitto, rendita. E' questo il nodo molto denso che attraversa l'analisi dusseliana del testo marxiano, dal quale proveremo a dipanare solo alcuni fili. Un primo filo è, appunto, "la trascendentalità creatrice del lavoro vivo" che è il corpo vivente del lavoratore che proviene al capitale sempre da fuori, quindi costituisce l'"Esteriorità" rispetto al sistema chiuso autoriproducentesi del capitale. E', in termini hegeliani, il "non essere", il "non-capitale", il "Nulla", la categoria più povera di determinazione; una volta, alienato al capitale, sussunto nella sua totalità, il lavoro vivo diventa lavoro oggettivato, "la fonte creatrice di plusvalore, del valore che si valorizza come essenza del capitale".
Filologicamente il lavoro vivo non è il lavoro oggettivato: il primo non ha valore di scambio, è la persona, il corpo umano oppresso e mortificato nella sua dignità, che assume i tratti definitivi del pauper delle periferie mentre il secondo è la "capacità o forza lavoro" che ha un valore di scambio che può consumarsi e riprodursi. Una volta sussunto, "il lavoro vivo diventa una determinazione fondamentale del capitale ossia forza lavoro che si consuma nel processo produttivo del capitale".Un secondo filo, indissolubilmente legato al primo, è che la sussunzione del lavoro vivo da parte del capitale trasforma il lavoro vivo in un "ente", in una determinazione interna del capitale. La sussunzione, ossia l'alienazione di cui il Marx giovane tratta diffusamente dei Manoscritti del '44, in primo luogo "è negazione dell'esteriorità" e successivamente è affermazione del lavoro vivo come "mediazione del capitale". In altre parole il lavoratore non scambia capacità creativa con capacità creativa. Quando il lavoratore vende la sua forza lavoro come lavoro astratto sotto forma di valore, egli aliena completamente la sua capacità creativa che è succhiata vampirescamente dal capitale. Dussel è fin troppo esplicito nella critica a parte del marxismo occidentale che ha confuso lavoro vivo e forza-lavoro né ha mai delineato con chiarezza la categoria del lavoro vivo come fonte (schellinghiana) meta-fisica del capitale, che sta al di là rispetto al capitale come tale.
Un terzo filo è che l'opposizione Marx-Hegel si colloca, per piani di profondità e gradi di astrazione, esattamente sul crinale della trasformazione del lavoro vivo ("Non Essere") alla sussunzione da parte del capitale (l'"Essere"). Non è un caso che ben tre saggi del volume sono dedicati all'argomento ( Somiglianze di struttura tra la logica di Hegel e il Capitale di Marx, Marx contro Hegel, Hegelismo di Marx. La dialettica del Capitale) e rappresentano non solo il passaggio più rilevante dell'interpretazione dusseliana di Marx, ma anche un inedito capitolo di storiografia filosofica. Il Capitale di Marx dovrebbe chiamarsi Logica del Capitale, perché Marx rovescia Hegel, anzi rovescia l'inizio della sua Logica, a partire dal "Non-Essere" e non più dall'"Essere", e tuttavia utilizza la quasi totalità dei concetti hegeliani.
Per Dussel, tra Hegel e Marx c'è stato un salto "meta-fisico" e non un passaggio ontologico: se nel primo "ogni passaggio da una categoria all'altra è sempre un passaggio di identità, lo stesso rimane lo stesso... per Marx, al contrario, il passaggio significa un salto: dallo stesso verso l'Altro". Qui il filosofo argentino opera un'ulteriore inversione dei termini della tradizione e cioè il piano ontologico e metafisico non coincidono più; il significato dell'ontologia è quello tradizionale ossia concerne l'essere, mentre muta quello di meta-fisica che indica "il trans-ontologico che parte non dall'essere, ma dalla realtà reale, dal lavoro vivo, dal pauper", l'"al di là dell'essere del Capitale".Un quarto filo, infine, è che il Capitale di Marx è un'etica, perché nell'essenza stessa dell'opera si parla di vita e di morte, di vita del capitale e di morte del lavoratore. La novità della lettura dusseliana di Marx sta nel sussumere l'etica come il livello fondamentale dell'economia, come nucleo fondativo della critica dell'economia politica. "Nel Capitale, Marx non si propose l'analisi della ricchezza capitalistica, bensì della miseria del non-capitalista".
Dall'etica alla politica come prassi di liberazione di una parte dell'umanità, il passo è breve. Filosofia e liberazione è un'endiadi, una scelta di campo etico-politica, dalla parte dell'oppresso, dell'altro, dello sfruttato, dell'indio in quanto soggetto storico antagonista (concetti sviluppati nel saggio centrale del volume Lavoro vivo e Filosofia della liberazione latino-americana).
La "ricostruzione" dell'opera centrale di Marx si intreccia dunque con una critica radicale al tardo capitalismo dei paesi del primo mondo ma soprattutto con il progetto medesimo della filosofia della liberazione aperto alla specificità delle periferie del terzo e quarto mondo (le masse dei poveri dell'Africa e dell'America latina).
Forse qui è possibile cogliere le immense potenzialità di un progetto teorico-politico, di respiro più generale e antagonistico alla mondializzazione capitalistica, ma anche leggervi un contributo importante per un confronto e un dialogo fecondo tra le culture del pianeta in un'ottica non più eurocentrica, bensì policentrica.
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vedi anche
Filosofia (e) politica