| Tutti dallo "psic" il sabato sera | Periodicamente viene riproposta una nuova alleanza tra la psicoanalisi e
le neuroscienze. È stata presa sul serio l'affermazione di Freud per cui
la psicoanalisi era una scienza temporanea, provvisoria, in attesa di una
neurofisiologia definitiva. Così, in molti hanno creduto di aver vinto questa
sfida e aver superato Freud, proponendo modelli neurofisiologici sempre
più sofisticati dei concetti psicoanalitici. Quando fu scoperta la
specializzazione funzionale dei neuroni corticali (anni '60), fu facile dare
una base anatomofisiologica ai circuiti neuronali descritti dal primo Freud
(riprodotti nella figura dello scorso Domenicale); poi venne la concezione
del cervello trino, con l'Es, l'Io e il Super-io localizzati in strutture
cerebrali filogeneticamente diverse (l'Es come luogo degli istinti
corrispondeva al cervello di un lucertolone preistorico); e infine le idee
attuali sui darwinismi neurali o genici come fondamenti dei processi
psicodinamici.
Ma questa discussione per una psicoanalisi neuroscientifica ha delle
premesse errate. Innanzitutto, la psicoanalisi si occupa delle relazioni
interpersonali. Studia come la psiche di una persona interagisce con la
psiche di almeno un'altra, e come in questa interazione la psiche si
sviluppi e si modifichi. Le neuroscienze non danno segno di andare al di
là dello studio di una psiche isolata; indagano, per così dire, l'ingegneria
della psiche, cioè il cervello che con le sue strutture e le sue funzioni
specifiche costituisce il presupposto per la realizzazione dei processi
psicologici. È evidente che se questa ingegneria cerebrale ha dei difetti
strutturali o funzionali, saltano i prerequisiti per lo sviluppo dei processi
psicologici. Se un edificio è fatiscente, non funzionano l'ascensore o il
riscaldamento, è molto probabile che la vita dei suoi inquilini sia
disturbata; ma questo non significa che la vita psichica di quelle persone
dipenda esclusivamente dalle carenze dell'edificio.
Questa differenziazione di fondo tra le neuroscienze, che studiano il
cervello nella sua organizzazione neuroanatomofunzionale, e le scienze
psicologiche che si dedicano allo studio delle relazioni interpsichiche -
anche quando non è riconosciuta esplicitamente - è di fatto realizzata
nelle pratiche effettive di ricerca, come si può constatare consultando le
riviste specialistiche.
Certo vi è un'area della psicologia contemporanea che è assimilabile
all'impresa delle neuroscienze, ed è la psicologia cognitiva che si
occupa dei processi della percezione, della memoria o del linguaggio
studiando il soggetto isolato dal contesto delle relazioni interpersonali e
sociali, allo stesso modo delle neuroscienze, tanto è vero che i risultati
ottenuti nei due campi sono spesso sovrapponibili (cfr. M. S. Gazzaniga
et al., Cognitive neuroscience, Norton, New York, 1998). C'è però
un'altra difficoltà, concettualmente più grave, per la fondazione di una
psicoanalisi neuroscientifica o empirica. Non è tanto il problema della
relazione con le neuroscienze odierne, quanto quello dei rapporti con la
psicologia contemporanea.
Non c'è spazio, e sinceramente non c'è voglia, per citare una serie di
testi recenti di orientamento psicoanalitico e mostrare che essi
impiantano il loro discorso su una concezione superata della mente. I
freudiani, e anche gli junghiani, parlano di percezione, memoria,
linguaggio, emozioni, relazioni interpersonali eccetera secondo la loro
privata concezione di questi processi e di queste dinamiche, senza tener
conto debitamente di ciò che è accaduto nella psicologia cognitiva, nella
psicologia sociale, nella psicologia culturale, nella psicologia clinica
degli ultimi trent'anni. E quando, sporadicamente, si riscontra un
tentativo di aggiornamento, si tratta di operazioni alchemiche: si
riverniciano le pareti e si appende qualche quadro nuovo badando bene
che i muri portanti del palazzo freudiano non siano intaccati.
Come si fa, dunque, a impostare un discorso di integrazione con le
neuroscienze attuali, in questa condizione in cui la psicoanalisi si
presenta come una teoria autoreferenziale, sconnessa dalla psicologia
contemporanea?
Si è accennato alla nozione di pratica di ricerca, come elemento
distintivo delle varie discipline che si occupano di cervello e mente. È un
aspetto di grande rilevanza, ma praticamente ignorato in questo tipo di
discussioni. Infatti la dimensione sociale della ricerca, la sua
organizzazione quotidiana, il modo di rendere pubblici i risultati eccetera
sono elementi fondamentali per caratterizzare una scienza.
Proviamo veramente a verificare cosa vuol dire fare ricerca nel campo
delle neuroscienze e della psicoanalisi. Non bastano le dichiarazioni di
buoni principi del tipo aggiorniamoci su come funziona il cervello,
leggiamo Scientific American, registriamo gli esiti della terapia, cioè
facciamo un po' di statistica.
Bisognerebbe entrare in una certa mentalità, quasi assumere uno stile di
vita, con ore e ore passate a registrare da un singolo neurone, a studiare
i referti, a cambiare continuamente le condizioni sperimentali, e così via,
con la premessa che la scienza deve rendere pubblici i propri tentativi ed
errori, senza vergogna.
La storia della psicoanalisi, anche la più recente, è invece fatta di sedute
necessariamente private, dove quello che accade tra analista e paziente
è necessariamente riservato, dove gli insuccessi sono stati
necessariamente occultati e i successi esaltati, dove si pone
continuamente il problema della "veridicità" dei casi clinici, a cominciare
da quelli di Freud.
Si provi a frequentare un congresso di psicologia sperimentale o
neuroscienze e uno di psicoanalisi. Un osservatore superficiale si
limiterà a rilevare che i convenuti appartengono a comunità e gruppi
sociali diversi notando come sono vestiti, in modo più o meno casual, e
aquanto tempo durano le relazioni. Un osservatore più esperto ritroverà in
un gruppo un'atmosfera del passato, una nostalgia per le riunioni ristrette
(proprio come quelle a casa di Freud il mercoledì sera), una
consuetudine alla narrazione temporalmente indefinita tra amici -
spesso tra ex pazienti e ex analisti - più che alla descrizione e
spiegazione di risultati scientifici tra colleghi. |