RASSEGNA STAMPA

30 GENNAIO 2000
LUCIANO MECACCI
Tutti dallo "psic" il sabato sera
Periodicamente viene riproposta una nuova alleanza tra la psicoanalisi e le neuroscienze. È stata presa sul serio l'affermazione di Freud per cui la psicoanalisi era una scienza temporanea, provvisoria, in attesa di una neurofisiologia definitiva. Così, in molti hanno creduto di aver vinto questa sfida e aver superato Freud, proponendo modelli neurofisiologici sempre più sofisticati dei concetti psicoanalitici. Quando fu scoperta la specializzazione funzionale dei neuroni corticali (anni '60), fu facile dare una base anatomofisiologica ai circuiti neuronali descritti dal primo Freud (riprodotti nella figura dello scorso Domenicale); poi venne la concezione del cervello trino, con l'Es, l'Io e il Super-io localizzati in strutture cerebrali filogeneticamente diverse (l'Es come luogo degli istinti corrispondeva al cervello di un lucertolone preistorico); e infine le idee attuali sui darwinismi neurali o genici come fondamenti dei processi psicodinamici.
Ma questa discussione per una psicoanalisi neuroscientifica ha delle premesse errate. Innanzitutto, la psicoanalisi si occupa delle relazioni interpersonali. Studia come la psiche di una persona interagisce con la psiche di almeno un'altra, e come in questa interazione la psiche si sviluppi e si modifichi. Le neuroscienze non danno segno di andare al di là dello studio di una psiche isolata; indagano, per così dire, l'ingegneria della psiche, cioè il cervello che con le sue strutture e le sue funzioni specifiche costituisce il presupposto per la realizzazione dei processi psicologici. È evidente che se questa ingegneria cerebrale ha dei difetti strutturali o funzionali, saltano i prerequisiti per lo sviluppo dei processi psicologici. Se un edificio è fatiscente, non funzionano l'ascensore o il riscaldamento, è molto probabile che la vita dei suoi inquilini sia disturbata; ma questo non significa che la vita psichica di quelle persone dipenda esclusivamente dalle carenze dell'edificio.
Questa differenziazione di fondo tra le neuroscienze, che studiano il cervello nella sua organizzazione neuroanatomofunzionale, e le scienze psicologiche che si dedicano allo studio delle relazioni interpsichiche - anche quando non è riconosciuta esplicitamente - è di fatto realizzata nelle pratiche effettive di ricerca, come si può constatare consultando le riviste specialistiche.
Certo vi è un'area della psicologia contemporanea che è assimilabile all'impresa delle neuroscienze, ed è la psicologia cognitiva che si occupa dei processi della percezione, della memoria o del linguaggio studiando il soggetto isolato dal contesto delle relazioni interpersonali e sociali, allo stesso modo delle neuroscienze, tanto è vero che i risultati ottenuti nei due campi sono spesso sovrapponibili (cfr. M. S. Gazzaniga et al., Cognitive neuroscience, Norton, New York, 1998). C'è però un'altra difficoltà, concettualmente più grave, per la fondazione di una psicoanalisi neuroscientifica o empirica. Non è tanto il problema della relazione con le neuroscienze odierne, quanto quello dei rapporti con la psicologia contemporanea.
Non c'è spazio, e sinceramente non c'è voglia, per citare una serie di testi recenti di orientamento psicoanalitico e mostrare che essi impiantano il loro discorso su una concezione superata della mente. I freudiani, e anche gli junghiani, parlano di percezione, memoria, linguaggio, emozioni, relazioni interpersonali eccetera secondo la loro privata concezione di questi processi e di queste dinamiche, senza tener conto debitamente di ciò che è accaduto nella psicologia cognitiva, nella psicologia sociale, nella psicologia culturale, nella psicologia clinica degli ultimi trent'anni. E quando, sporadicamente, si riscontra un tentativo di aggiornamento, si tratta di operazioni alchemiche: si riverniciano le pareti e si appende qualche quadro nuovo badando bene che i muri portanti del palazzo freudiano non siano intaccati.
Come si fa, dunque, a impostare un discorso di integrazione con le neuroscienze attuali, in questa condizione in cui la psicoanalisi si presenta come una teoria autoreferenziale, sconnessa dalla psicologia contemporanea?
Si è accennato alla nozione di pratica di ricerca, come elemento distintivo delle varie discipline che si occupano di cervello e mente. È un aspetto di grande rilevanza, ma praticamente ignorato in questo tipo di discussioni. Infatti la dimensione sociale della ricerca, la sua organizzazione quotidiana, il modo di rendere pubblici i risultati eccetera sono elementi fondamentali per caratterizzare una scienza.
Proviamo veramente a verificare cosa vuol dire fare ricerca nel campo delle neuroscienze e della psicoanalisi. Non bastano le dichiarazioni di buoni principi del tipo aggiorniamoci su come funziona il cervello, leggiamo Scientific American, registriamo gli esiti della terapia, cioè facciamo un po' di statistica.
Bisognerebbe entrare in una certa mentalità, quasi assumere uno stile di vita, con ore e ore passate a registrare da un singolo neurone, a studiare i referti, a cambiare continuamente le condizioni sperimentali, e così via, con la premessa che la scienza deve rendere pubblici i propri tentativi ed errori, senza vergogna.
La storia della psicoanalisi, anche la più recente, è invece fatta di sedute necessariamente private, dove quello che accade tra analista e paziente è necessariamente riservato, dove gli insuccessi sono stati necessariamente occultati e i successi esaltati, dove si pone continuamente il problema della "veridicità" dei casi clinici, a cominciare da quelli di Freud.
Si provi a frequentare un congresso di psicologia sperimentale o neuroscienze e uno di psicoanalisi. Un osservatore superficiale si limiterà a rilevare che i convenuti appartengono a comunità e gruppi sociali diversi notando come sono vestiti, in modo più o meno casual, e aquanto tempo durano le relazioni. Un osservatore più esperto ritroverà in un gruppo un'atmosfera del passato, una nostalgia per le riunioni ristrette (proprio come quelle a casa di Freud il mercoledì sera), una consuetudine alla narrazione temporalmente indefinita tra amici - spesso tra ex pazienti e ex analisti - più che alla descrizione e spiegazione di risultati scientifici tra colleghi.
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