Maurice Blondel (1861-1949) è uno di quei pensatori che non si riescono - o non si lasciano - facilmente catalogare. Non fu riconosciuto come filosofo da coloro che ritenevano (e ritengono) che la filosofia debba prescindere dalla fede; i teologi, dal canto loro, lo guardarono con sospetto perché lo considerarono distante dalla loro sensibilità e soprattutto dal loro metodo. Fu definito, a torto o a ragione, "un credente che si assunse il rischio di pensare". Sarà. Comunque la sua Action resta un libro importante, forse perché più di molti altri è discutibile e discusso. Lui stesso ne scrisse: "Io ho concepito la mia tesi come una lotta contro tutte le forme del dilettantismo, del criticismo e dell'evoluzionismo immanentista, come una elucidazione, una giustificazione, un'esaltazione dell'atto di fronte al fieri; della lettera di fronte allo spirito che non sarebbe che idealismo; del dogma, della pratica, della disciplina cattolica di fronte ad un sentimentalismo individualista, ad un'autonomia razionalista, ad un pragmatismo morale e religioso". Parole inattuali che oggi la filosofia non accetta se non arricciando il naso.
Eppure è proprio con Blondel che i tempi ci invitano a fare i conti. Se sì legge attentamente la sua lezione, potremmo anche parlare di provocazione a credenti e a non credenti: in fondo noi viviamo una congiuntura culturale che esige la separazione di fede e pensiero.
In questa luce Mario Antonelli, nella collana diretta da Giacomo Canobbio, ripercorre la "conflagrazione filosofica di un progetto apostolico", invitandoci a discutere ancora una volta con il singolare pensatore dell'Action. |