RASSEGNA STAMPA

23 GENNAIO 2000
MARIO ROSSI MONTI
No, è solo un altro inizio
Verso una nuova alleanza con le neuroscienze
Vi è mai capitato di entrare in un cimitero e di trovare una serie di tombe sulla cui lapide è inciso sempre lo stesso nome? Un caso di omonimia? No, si tratta proprio della stessa persona per la quale è stata predisposta una tomba pronta ad accoglierlo. Ma poi quella stessa persona la si incontra a spasso per le strade della città. Una situazione inverosimile. Ma è quanto accade da anni alla psicoanalisi, che viene data per morta a ogni piè sospinto. Oggi celebra le esequie Gilberto Corbellini, brillante ricercatore e storico del pensiero biologico, secondo il quale l'introduzione al libro di Jervis costituisce l'ennesimo "necrologio" della psicoanalisi. Un'altra lapide si aggiunge alla fila; si realizza così, a piccoli passi, tomba dopo tomba, una sorta di lutto anticipatorio. Come se allestire molte tombe potesse rendere qualcuno sempre più morto. Ma che cosa di funebre rintraccia Corbellini nella introduzione di Jervis? Vorrei limitarmi a discutere brevemente tre punti. 1- Jervis, scrive Corbellini, non tenta di difendere le pretese basi empiriche delle dottrine psicodinamiche. E come potrebbe - mi domando io - se queste basi empiriche non esistono? Dato che non sono mai state sufficientemente indagate e verificate, difenderle richiederebbe una sorta di funambolismo epistemologico. Uno psicoanalista newyorchese che si occupa dei problemi interni alle istituzioni psicoanalitiche ha scritto che la storia della psicoanalisi è anche la storia di "una impressionante disfunzione organizzativa" (Eisold, 1999), anche la grande trascuratezza nell'accumulare evidenze di efficacia terapeutica è parte di questa disfunzione.
Non c'è dubbio che parte dell'establishment psicoanalitico abbia guardato al faticoso organizzarsi della ricerca empirica in psicoanalisi con un atteggiamento di sospetto, diffidenza o addirittura di rifiuto. Non sono pochi coloro che ritengono che la psicoanalisi possa continuare ad auto-proclamarsi scientifica senza doversi misurare con lo studio dei processi e degli esiti del trattamento, senza sottostare alle procedure di controllo delle discipline scientifiche. Questo confronto è senza dubbio problematico e in gran parte da inventare; è necessaria molta cautela nell'adottare drastiche operazioni di riduzione sui dati con cui si lavora in psicoanalisi. Ma incamminarsi su questa strada vuol necessariamente dire - come teme Green (1996) - vedere in ciò "il declino e la possibile caduta dello spirito della psicoanalisi"? Il fatto che la psicoanalisi abbia dedicato più energie a generare affascinanti ipotesi che non a verificarle è - da questo punto di vista un vero peccato. Lo scrive anche un neuroscienziato come Eric Kandel (vedi l'articolo pubblicato qui sotto) che vede con molto rammarico il declino di una disciplina che "ancora rappresenta la più coerente e intellettualmente soddisfacente concezione della niente". 2- La psicoanalisi - scrive Corbellini - ha innalzato assurdi steccati filosofici nei confronti dì qualsiasi modello biologico della malattia mentale. Non solo; ha anche "negato la possibilità per la psichiatria di diagnosticare la malattia mentale su basi obiettive". Ma quali sarebbero le basi obiettive? Quelle proposte dal Dsm IV? Più che negare questa possibilità la psicoanalisi ha sottolineato i rischi e i problemi insiti in questa operazione. Del resto non soltanto la psicoanalisi lo ha fatto. In Italia, ad esempio, un illustre clinico come Giovanni Battista Cassano (1995) ha scritto che "adottare nell'attività clinica il Dsm, concepito primariamente per la ricerca epidemiologica, è un errore non trascurabile".Comunque è proprio vero che la maggior parte della ricerca biologica in psichiatria è stata guidata da un "pregiudizio di essenza": da un postulato secondo il quale la malattia mentale, come una specie botanica, è realtà vera, pre-data, indipendente dall'osservatore: un'essenza naturale che sì esprime in specifici sintomi. In questa ottica la meta ideale è sempre consistita nel reperimento dei cosiddetti marker biologici di malattia: il maggior anello di congiunzione tra biologia e clinica dei disturbi mentali. Ma questa ricerca si è scontrata fino ad ora con una drammatica assenza di reperti significativi. Nancy Andreasen ha scritto nel 1997 su Science che "al momento non vi sono marker diagnostici conosciuti per alcuna malattia mentale, ad eccezione delle demenze".
Nel nuovo programma di ricerca della psichiatria biologica si punta aldilà delle caratteristiche di superficie del disturbo per identificare invece ì veri meccanismi di ordine neurobiologico o genetico. Ma nessuno studio di carattere neurobiologico ha avuto realmente successo nello spiegare esaustivamente alcun disturbo psichiatrico maggiore individuato in termini nosografico-categoriali. Per questo, da più parti sì chiede la fine della dittatura della diagnosi nosografica e la possibilità di definire diversamente i nostri oggetti di ricerca. In questo contesto va letto anche l'appello dì Kandel (1998) a non disperdere il grande patrimonio di conoscenze cliniche raccolto dalla psicoanalisi e a utilizzarlo anche come strumento di orientamento della ricerca biologica in psichiatria. E' necessaria un po' di umiltà; qualsiasi ricercatore la cui mente non sia troppo chiusa sì rende conto che non è la psicoanalisi ad avere guastato la festa! 3- A proposito di neuroscienze, 1'articolo di Kandel non è affatto una impietosa requisitoria nella quale vengono smontate passo passo le idee che guidano la pratica analitica (come scrive Corbellini), ma anzi il tentativo di proteggere e valorizzare le acquisizioni conoscitive della psicoanalisi sviluppandole nella ricerca empirica; tanto che Kandel (1999) elenca otto aree nelle quali la sinergia tra biologia e psicoanalisi potrebbe produrre importanti risultati. Kandel si colloca quindi in una delle due prospettive di cui parla Eagle nel suo saggio nel volume curato da Jervis: quella secondo la quale la psicoanalisi potrà sopravvivere e prosperare solo se si darà una base empirica. Non è affatto una orazione funebre ma piuttosto la appassionata proposta di un neuroscienziato tesa a salvaguardare le acquisizioni conoscitive della psicoanalisi quali possibili punti di aggancio per la ricerca biologica. Dal momento che la mente sarà nel XXI secolo che il gene è stato nel XX secolo e che la biologia si trova nella posizione di poter cominciare a dare qualche risposta a problemi di questo tipo, è necessaria una nuova alleanza, analoga a quella che si è in passato realizzata tra genetica e biologia molecolare.
Insomma, che occhiali ha inforcato Corbellini nel leggere il libro dì Jervis e gli articoli di Kandel? Alla faccia dell'oggettività, mi chiedo se abbiamo letto gli stessi testi. Io ho l'impressione di avere letto testi nei quali certamente vengono messi a fuoco nodi problematici ineludibili, ma non si prospettano funerali o sepolture. Quanto piuttosto nuove, possibili unioni.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo