NO A UN'ETICA A TEMPOComitati di bioetica sottomessi alla scienza? L'allarme di Testart, pioniere pentito della fecondazione artificiale In troppi casi i pareri dei saggi devono adattarsi ai verdetti della tecnica E così i divieti diventano transitori |
| Il tempo è un motivo conduttore nello sviluppo dell'assistenza medica alla procreazione. Si
prenda per esempio la durata della fecondità, che si può prolungare per la donna al di là del
mezzo secolo, se ricorre al dono di un ovulo; o la nascita, differita per anni dopo il
concepimento se si conserva l'embrione congelato; o ugualmente, a medio termine, la
prospettiva di pianificare l'età di fecondazione, riscaldando dei gameti conservati per
decenni; o, forse, la ri-creazione, in modo quasi identico, di esseri biologici già vissuti, grazie
alla riproduzione per clonazione dei nuclei cellulari.
La biomedicina della procreazione lotta contro il tempo, perché una delle funzioni che le
hanno segretamente affidato i nostri contemporanei è di essere un palliativo alla morte
ineluttabile. Naturalmente il tempo resiste e, sempre, vince. Anche in questo gioco puerile
dove la legge pretende di ridurre il potere del tempo, decidendo arbitrariamente che
l'embrione sarà congelato per cinque anni: né più né meno, ha detto (almeno in Francia) la
legge del 1994, essa stessa fissata per 5 anni che il legislatore non ha potuto rispettare.
Quando un'innovazione, già disponibile, è capace di risolvere il problema di qualcuno al
prezzo dell'inquietudine della maggioranza, è di nuovo il tempo che conduce la danza, ma si
tratta questa volta del tempo etico. Perché colui che domanda il beneficio di una tecnica
ancora azzardata non può permettersi il lusso di prove di sicurezza: in questo àmbito, una
buona pratica si dimostra solo con la qualità d'esistenza dei bambini nati dalla tecnica
sospetta, cioè dopo il tempo di una generazione. E come accettare di attendere un tale
verdetto scientifico, se esso giungerà quando l'età ha ormai privato chi domanda del potere
di beneficiarne? Come anche sperare un verdetto obiettivo, se la precauzione stessa
impedisce le prove che permetterebbero di sapere?
I comitati etici partecipano alla collocazione nel tempo umano del tempo tecno-scientifico. I rari divieti che essi pronunciano contro certe tecnologie sono quasi sempre denunciati come
temporanei (si dovrebbe dire transitori). Essi valgono «nella misura delle conoscenze attuali»
e si dovrebbe rivisitarli «in funzione dei progressi del sapere e delle tecniche». L'etica
compie il lavoro di addomesticamento della tecno-scienza che la legge non sa assumersi,
perché la legge pronuncia delle regole per la distesa intera del tempo che verrà.
Come se i saggi dei comitati non credessero sufficientemente ai valori che manifestano per
pretenderli eterni, essi si scusano quasi di dover fare la morale in questi tempi arcaici che noi
viviamo con loro. Per esempio, piuttosto che annullare per sempre la prospettiva della
clonazione umana, i comitati etici internazionali respingono a più tardi quest'eventualità
(eccezione notevole il Comitato consultivo francese); eppure tutti i loro membri
s'indignerebbero di un ritorno allo schiavismo, fosse pure tra centomila anni.
Per addomesticare il mondo a ogni innovazione si può contare sul tempo, con l'evocazione
ridondante di casi particolari esemplari, col posto crescente dell'universo tecnico, con le
feste della scienza e l'usura delle parole. Tutto accade come se gli avvenimenti creati dalla
scienza, anche ridotta allo stato di tecno-scienza, non potessero essere trattati come
avvenimenti ordinari. La scienza è un movimento che si sviluppa nel tempo e questa
dinamica incoraggia un'etica incerta, che il tempo potrebbe ben spazzare via con le foglie
morte delle nostre dissertazioni. E questa invenzione dell'etica solubile nel tempo è davvero
un'audacia della nostra epoca, votata alle contraddizioni del fare e del disfare facendo finta
di sapere.
(per gentile concessione
del quotidiano «La croix») |