| Ma vendere un organo non è una libera scelta | QUALCHE anno fa il regista Robert Rodriguez raccontò
d'aver accettato di far da cavia in esperimenti farmaceutici
per raccogliere parte dei fondi necessari per produrre il suo
primo film, El mariachi, divenuto poi oggetto d'un piccolo
culto cinematografico. Notizie del genere non sono rare, e
provengono di solito da paesi poveri, come l'India, dove la
commercializzazione del corpo si fonda sulla disperazione di
chi, ad esempio, accetta di vendere un rene per
sopravvivere. O da paesi ricchissimi, come gli Stati Uniti
(dov'è appunto avvenuto il fatto narrato da Rodriguez),
dove la logica del mercato ha prodotto, tra l'altro, un
commercio fiorente di gameti e di madri surrogate. E un po'
di giorni fa ha destato sorpresa una notizia, arrivata dalla
Svizzera, che raccontava di disoccupati che accettano di far
da cavie per otto milioni al mese, visto che quel paese è
certamente ricco ed è attento ai nuovi problemi di bioetica,
come dimostrano alcuni referendum popolari in materia. Ma
è una sorpresa destinata a durare solo un attimo. La
disoccupazione colpisce duramente ovunque, e molte volte
abbiamo letto su giornali italiani disperati appelli di persone
pronte a vendere un rene in cambio d'un lavoro. E l'industria
farmaceutica è spesso spinta a imboccare scorciatoie per
tagliare i tempi necessari alla commercializzazione dei suoi
prodotti.
Di fronte a questa realtà non mi sento rassicurato né dalla
semplice constatazione che i divieti esistenti rendono
impossibile l'accadere in Italia di fatti del genere (e infatti
sono di questi giorni le notizie di imprese italiane che
varcano la frontiera svizzera per sperimentazioni non
permesse in Italia) né dall'opposta opinione di chi mette
piuttosto l'accento sulla necessità di rispettare l' autonomia
individuale, per cui ciascuno dovrebbe poter fare quel che
vuole del proprio corpo, alla sola condizione d'essere
adeguatamente informato e di esprimere un consenso.
Vicende come quella delle cavie, infatti, devono essere
analizzate anche da un punto di vista diverso, che ci porta a
considerare i nuovi intrecci tra corpo, mercato e biologia
nella prospettiva di nuove diseguaglianze, dell'emergere di
una nuova "società castale".
Non è facile percepire i nessi tra la decisione di far da
cavia, le riduzioni della tutela del diritto alla salute, la
propensione crescente a far commercio di sé cedendo le
proprie informazioni personali, le disparità nell'uso delle
tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Ma il
filo tenace che lega queste diverse situazioni sta proprio nel
fatto che esse esaltano le differenze di reddito e di cultura,
facendo emergere una "sottoclasse" di cittadini disposti ad
accettare comportamenti e situazioni che i ceti più abbienti
possono facilmente rifiutare.
Serve poco, anzi è una pericolosa mistificazione, l'invocare
in questi casi l'autonomia individuale. Non v'è libera scelta
da parte di chi decide di far da cavia o vendere un rene:
questa è una decisione che riflette soltanto una drammatica
debolezza economica, che non può essere colmata da
nessuna informazione preventiva sui rischi e dalla richiesta di
un esplicito consenso. Intervenire con regole severe, per
impedire ogni commercio del proprio corpo, non è violare
la libertà di ciascuno, cedendo a un pericoloso
"paternalismo legislativo". Rappresenta, invece, una via
obbligata per tutelare la dignità della persona, che non può
essere trasformata in un bene da vendere sul mercato. E
non è inutile ripetere queste cose anche in paesi, come
l'Italia, già dotati di regole severe, per ribadire che vi sono
aree che devono sempre essere tenute al riparo dalla logica
commerciale e che, anzi, oggi la questione vera è proprio
quella di una ulteriore estensione di queste aree.
La dignità, infatti, può essere violata anche in situazioni che
non hanno la stessa evidenza immediata dei casi in cui è in
gioco la materialità del corpo, la sua integrità fisica. Siamo
sempre più spinti a cedere le nostre informazioni, ad
accettare interferenze nella nostra sfera privata. E questo
raramente suscita scandalo: che male ci sarebbe nel
consentire il commercio dei miei dati personali se questo
può procurarmi vantaggi, come la possibilità di qualche
telefonata gratis o lo sconto su qualche acquisto?
L'immaterialità del "corpo elettronico", costituito appunto
dall'insieme delle nostre informazioni personali, non fa
percepire i rischi della cessione di un "pezzo" di noi così
come accade quando è in gioco il nostro corpo di carne.
Ma vi sono usi dei dati personali che possono procurarci
più danni della cessione di un organo. Se dono un rene, la
funzionalità del mio corpo non è danneggiata. Se, invece,
qualcuno usa le informazioni sulle mie opinioni o sulla mia
salute, sulle mie propensioni o i miei gusti, il rischio della
discriminazione o della stigmatizzazione sociale è evidente.
Cresce il numero delle persone che accettano di far da
cavia alle nuove tecniche pubblicitarie, consentendo
l'interruzione con spot delle telefonate o l'apparizione di
messaggi sullo schermo del computer collegato a Internet o
la decorazione dell'auto con il nome di un prodotto. E qui di
nuovo si allunga l'ombra della società castale, perché a
queste nuovissime offerte aderiscono soprattutto quelli che
si trovano in condizioni di maggiore debolezza economica, e
che vedono accresciuta la loro dipendenza culturale dal
fatto che ogni aspetto della loro vita rischia d'essere invaso
dalla dimensione pubblicitaria.
Le nuove tecnologie dell'informazione e della
comunicazione, infatti, non possono essere considerate
soltanto come fonte di straordinarie opportunità. Molte
ricerche, soprattutto americane, documentano da anni la
crescita delle diseguaglianze legate proprio all' uso di quelle
tecnologie in funzione del reddito, dell'istruzione, del sesso,
dell' appartenenza etnica. Di questo in Italia cominciamo ad
accorgerci con grande ritardo, e ancora sottovalutiamo il
fatto che, in questo modo, si rafforzano processi di
discriminazione e di esclusione di un gran numero di
cittadini.
Esclusione che può divenire drammatica quando, ad
esempio, la conoscenza dei dati genetici di una persona
determina il rifiuto dell'assunzione o della stipulazione di un
contratto di assicurazione, come già è accaduto in più d'un
paese. Il progresso della conoscenza del genoma umano
rischia così di produrre categorie di "non assumibili" o di
"non assicurabili". E non è facile opporsi a questa deriva,
come provano le difficoltà incontrate da Clinton per
l'approvazione di una legge sulla privacy genetica, che ha
come suoi avversari proprio quelle società di assicurazione
che fecero fallire la sua proposta di riforma sanitaria,
lasciando quasi quaranta milioni di americani privi di reale
tutela della salute. Di nuovo affiora il tema della società
castale: se la salute è considerata un bene da comprare sul
mercato, e non un diritto, ciascuno può garantirsi solo la
quota di salute corrispondente alle sue capacità
economiche.
Se in questi casi è determinante una visione tutta
economicistica, in altri è il pregiudizio sociale a funzionare
come meccanismo di esclusione. È accaduto a due bambini,
nati negli Stati Uniti e registrati sui passaporti come figli di
una coppia di gay inglesi, che si sono visti rifiutare l'ingresso
in Gran Bretagna perché ritenuti cittadini americani in base
alla nazionalità della madre surrogata dalla quale erano nati.
Qui l'argomento puramente biologico viene adoperato per
negare ogni rilevanza ai rapporti basati sull'affetto,
sull'assunzione di una responsabilità sociale. Per non lasciar
cadere il pregiudizio contro gli omosessuali, si cede alla
tentazione di discriminare, come categoria a sé, i bambini
nati grazie alle tecnologie della riproduzione, riducendo
soggetti del tutto inconsapevoli al ruolo di cavie rispetto a
pregiudizi diffusi. Le vie verso il futuro di nuovo incontrano
le insidie della società castale. |