RASSEGNA STAMPA

19 GENNAIO 2000
STEFANO RODOTA'
Ma vendere un organo non è una libera scelta
QUALCHE anno fa il regista Robert Rodriguez raccontò d'aver accettato di far da cavia in esperimenti farmaceutici per raccogliere parte dei fondi necessari per produrre il suo primo film, El mariachi, divenuto poi oggetto d'un piccolo culto cinematografico. Notizie del genere non sono rare, e provengono di solito da paesi poveri, come l'India, dove la commercializzazione del corpo si fonda sulla disperazione di chi, ad esempio, accetta di vendere un rene per sopravvivere. O da paesi ricchissimi, come gli Stati Uniti (dov'è appunto avvenuto il fatto narrato da Rodriguez), dove la logica del mercato ha prodotto, tra l'altro, un commercio fiorente di gameti e di madri surrogate. E un po' di giorni fa ha destato sorpresa una notizia, arrivata dalla Svizzera, che raccontava di disoccupati che accettano di far da cavie per otto milioni al mese, visto che quel paese è certamente ricco ed è attento ai nuovi problemi di bioetica, come dimostrano alcuni referendum popolari in materia. Ma è una sorpresa destinata a durare solo un attimo. La disoccupazione colpisce duramente ovunque, e molte volte abbiamo letto su giornali italiani disperati appelli di persone pronte a vendere un rene in cambio d'un lavoro. E l'industria farmaceutica è spesso spinta a imboccare scorciatoie per tagliare i tempi necessari alla commercializzazione dei suoi prodotti.
Di fronte a questa realtà non mi sento rassicurato né dalla semplice constatazione che i divieti esistenti rendono impossibile l'accadere in Italia di fatti del genere (e infatti sono di questi giorni le notizie di imprese italiane che varcano la frontiera svizzera per sperimentazioni non permesse in Italia) né dall'opposta opinione di chi mette piuttosto l'accento sulla necessità di rispettare l' autonomia individuale, per cui ciascuno dovrebbe poter fare quel che vuole del proprio corpo, alla sola condizione d'essere adeguatamente informato e di esprimere un consenso.
Vicende come quella delle cavie, infatti, devono essere analizzate anche da un punto di vista diverso, che ci porta a considerare i nuovi intrecci tra corpo, mercato e biologia nella prospettiva di nuove diseguaglianze, dell'emergere di una nuova "società castale".
Non è facile percepire i nessi tra la decisione di far da cavia, le riduzioni della tutela del diritto alla salute, la propensione crescente a far commercio di sé cedendo le proprie informazioni personali, le disparità nell'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Ma il filo tenace che lega queste diverse situazioni sta proprio nel fatto che esse esaltano le differenze di reddito e di cultura, facendo emergere una "sottoclasse" di cittadini disposti ad accettare comportamenti e situazioni che i ceti più abbienti possono facilmente rifiutare.
Serve poco, anzi è una pericolosa mistificazione, l'invocare in questi casi l'autonomia individuale. Non v'è libera scelta da parte di chi decide di far da cavia o vendere un rene: questa è una decisione che riflette soltanto una drammatica debolezza economica, che non può essere colmata da nessuna informazione preventiva sui rischi e dalla richiesta di un esplicito consenso. Intervenire con regole severe, per impedire ogni commercio del proprio corpo, non è violare la libertà di ciascuno, cedendo a un pericoloso "paternalismo legislativo". Rappresenta, invece, una via obbligata per tutelare la dignità della persona, che non può essere trasformata in un bene da vendere sul mercato. E non è inutile ripetere queste cose anche in paesi, come l'Italia, già dotati di regole severe, per ribadire che vi sono aree che devono sempre essere tenute al riparo dalla logica commerciale e che, anzi, oggi la questione vera è proprio quella di una ulteriore estensione di queste aree.
La dignità, infatti, può essere violata anche in situazioni che non hanno la stessa evidenza immediata dei casi in cui è in gioco la materialità del corpo, la sua integrità fisica. Siamo sempre più spinti a cedere le nostre informazioni, ad accettare interferenze nella nostra sfera privata. E questo raramente suscita scandalo: che male ci sarebbe nel consentire il commercio dei miei dati personali se questo può procurarmi vantaggi, come la possibilità di qualche telefonata gratis o lo sconto su qualche acquisto? L'immaterialità del "corpo elettronico", costituito appunto dall'insieme delle nostre informazioni personali, non fa percepire i rischi della cessione di un "pezzo" di noi così come accade quando è in gioco il nostro corpo di carne.
Ma vi sono usi dei dati personali che possono procurarci più danni della cessione di un organo. Se dono un rene, la funzionalità del mio corpo non è danneggiata. Se, invece, qualcuno usa le informazioni sulle mie opinioni o sulla mia salute, sulle mie propensioni o i miei gusti, il rischio della discriminazione o della stigmatizzazione sociale è evidente.
Cresce il numero delle persone che accettano di far da cavia alle nuove tecniche pubblicitarie, consentendo l'interruzione con spot delle telefonate o l'apparizione di messaggi sullo schermo del computer collegato a Internet o la decorazione dell'auto con il nome di un prodotto. E qui di nuovo si allunga l'ombra della società castale, perché a queste nuovissime offerte aderiscono soprattutto quelli che si trovano in condizioni di maggiore debolezza economica, e che vedono accresciuta la loro dipendenza culturale dal fatto che ogni aspetto della loro vita rischia d'essere invaso dalla dimensione pubblicitaria.
Le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione, infatti, non possono essere considerate soltanto come fonte di straordinarie opportunità. Molte ricerche, soprattutto americane, documentano da anni la crescita delle diseguaglianze legate proprio all' uso di quelle tecnologie in funzione del reddito, dell'istruzione, del sesso, dell' appartenenza etnica. Di questo in Italia cominciamo ad accorgerci con grande ritardo, e ancora sottovalutiamo il fatto che, in questo modo, si rafforzano processi di discriminazione e di esclusione di un gran numero di cittadini.
Esclusione che può divenire drammatica quando, ad esempio, la conoscenza dei dati genetici di una persona determina il rifiuto dell'assunzione o della stipulazione di un contratto di assicurazione, come già è accaduto in più d'un paese. Il progresso della conoscenza del genoma umano rischia così di produrre categorie di "non assumibili" o di "non assicurabili". E non è facile opporsi a questa deriva, come provano le difficoltà incontrate da Clinton per l'approvazione di una legge sulla privacy genetica, che ha come suoi avversari proprio quelle società di assicurazione che fecero fallire la sua proposta di riforma sanitaria, lasciando quasi quaranta milioni di americani privi di reale tutela della salute. Di nuovo affiora il tema della società castale: se la salute è considerata un bene da comprare sul mercato, e non un diritto, ciascuno può garantirsi solo la quota di salute corrispondente alle sue capacità economiche.
Se in questi casi è determinante una visione tutta economicistica, in altri è il pregiudizio sociale a funzionare come meccanismo di esclusione. È accaduto a due bambini, nati negli Stati Uniti e registrati sui passaporti come figli di una coppia di gay inglesi, che si sono visti rifiutare l'ingresso in Gran Bretagna perché ritenuti cittadini americani in base alla nazionalità della madre surrogata dalla quale erano nati.
Qui l'argomento puramente biologico viene adoperato per negare ogni rilevanza ai rapporti basati sull'affetto, sull'assunzione di una responsabilità sociale. Per non lasciar cadere il pregiudizio contro gli omosessuali, si cede alla tentazione di discriminare, come categoria a sé, i bambini nati grazie alle tecnologie della riproduzione, riducendo soggetti del tutto inconsapevoli al ruolo di cavie rispetto a pregiudizi diffusi. Le vie verso il futuro di nuovo incontrano le insidie della società castale.
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Bioetica