RASSEGNA STAMPA

18 GENNAIO 2000
PIER ALDO ROVATTI
Il popolo degli invisibili
Alessandro Dal Lago, "Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale", Feltrinelli, pagg. 270, lire 38.000
Alessandro Dal Lago ha pubblicato da poco un libro di grande interesse sugli "stranieri illegittimi". Una questione di pressante attualità: se ne parla molto e quasi ogni giorno, tuttavia sono scarse e segmentarie le riflessioni convincenti in proposito. Intanto, Dal Lago propone di chiamarli "migranti", e come vedremo il problema linguistico non è per lui secondario. Ma il cuore del libro è già nel titolo (Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, pagg. 270, lire 38.000): i migranti sono "nella nostra cultura" delle non-persone: il che significa che in definitiva non hanno diritti, non possiedono un'identità, e soprattutto sono "invisibili". Sono e restano invisibili, argomenta Dal Lago con una quantità impressionante di prove documentarie (media, decreti, comportamenti istituzionali, teorie scientifiche), nonostante la loro apparente e ingombrante visibilità quasi il fenomeno equivalesse a quello di un'"invasione". La nostra cultura li qualifica in negativo con una serie di "non". La somma di questi "non-qualcosa" produce una neutralizzazione, un'esclusione dalla vista, come se non ci fossero. L'espressione non-persone indica questa somma, e ci addita l'invisibilità e la inesistenza, il non aver luogo, il non trovare un posto nel nostro regime discorsivo.
Il capitolo centrale del libro, che richiama il titolo, si conclude con una testimonianza stupefacente di come i migranti stessi, e qui il protagonista è un bambino, siano arrivati a far propria la sottrazione di identità che abitualmente subiscono. L'episodio è talmente significativo che il lettore mi scuserà se lo cito per intero: "Un bambino dell'età apparente di 8 o 10 anni viene portato al carcere minorile perché trovato per strada, a un incrocio, perché cerca di vendere qualcosa e perché ha tentato di sfuggire ai poliziotti... Il bambino è privo di documenti e non fornisce alcun nome credibile. Prima dice di chiamarsi Dumbo, poi Topolino, poi Paperino, poi John: dice di essere americano ma sembra arabo, poi si dichiara francese (ma secondo gli operatori del carcere potrebbe essere slavo). Una volta dice di venire da Roma, poi dalla Svizzera, poi dall'America, infine (sempre secondo gli operatori del carcere) inizia a "delirare": "Sono un extraterrestre, vengo dallo spazio!". E da allora continua sempre a dire di essere extraterrestre... Un giorno il bambino confida a un'assistente sociale che è divenuta sua amica: "Ma perché invece di essere extracomunitario non posso essere un extraterrestre?".
La nostra cultura, che è una cultura dell'inimicizia, inventa passo dopo passo, talora in modo evidente ma molto più spesso in modo impercettibile, comunque sistematicamente, una dimensione di alterità in cui ingabbia i migranti facendo di molte e diverse storie un'unica vicenda impersonale distanziata da noi. Ciascun migrante è portatore di una storia personale ma i nostri discorsi pubblici ne fanno una "massa". Nella opacità linguistica dei nostri discorsi quotidiani, supportata dalla pressione delle informazioni mediatiche, il migrante viene prima percepito come massa e solo in un secondo momento, ed eventualmente, come un individuo, come in una sorta di automatismo culturale da cui è molto difficile esimersi. I nostri riflettori - dice Dal Lago - sono senza sosta accesi sugli illegali, sui non-legali cui attribuiamo in blocco la capacità di portare disordine sociale: non facciamo che osservarli e ad ogni occasione tenerli sott'occhio. Ma chiediamoci: come funziona questo sguardo?
Quello che in realtà accade è che noi li avvolgiamo di una membrana di invisibilità, sulla quale proiettiamo l'immagine inquietante che rappresenta i nostri timori. Uno sguardo che sa già cosa deve vedere, e che infine non ne vuol sapere di vedere. Dal Lago ha il merito di renderci del tutto palpabile il processo di costruzione di questa opacità, che tocca - senza soluzione di continuità - tanto il senso comune quanto le opinioni alte e scientificamene elaborate, in un'osmosi o scambio davvero impressionanti. Questa cecità diffusa, anzi generalizzata e organizzata, ci rende estranea addirittura la parola "migrante".
Chi sono i migranti? Dobbiamo allora ammettere che non ne vogliamo sapere nulla, e che in effetti sappiamo pochissimo di loro. Se riuscissimo a infrangere la membrana di invisibilità che li annulla come individui, scopriremmo una pluralità di esistenze con progetti e aspettative diverse, alla ricerca di chances di vita dove queste appaiono possibili o promesse. Si migra per sfuggire a una guerra, a una carestia, per un lavoro che permetta di mantenere la famiglia, per farsi una casa, o magari per avventura. "I migranti - ci ricorda Dal Lago - possono essere islamici ma non fondamentalisti, poveri ma non incolti, disposti a vivere all'estero parte della loro vita ma anche a ritornare, oppure a trasferirsi ma non ad assimilarsi in tutto alla cultura di destinazione. In breve, la condizione di migrante oscilla tra la necessità e la libertà, tra il bisogno e il progetto, tra le sicurezze precarie e l'insicurezza a cui è consegnata la ricerca di chances di vita".
Se valichiamo la barriera di invisibilità, ci troviamo di fronte a un groviglio di identità complesse e plurali. Se la causa dei fenomeni di migrazione può essere rintracciata nel cosiddetto processo di mondializzazione dell'economia, gli effetti non si lasciano ridurre ad alcuna unità: sono un terreno disseminato da innumerevoli linee e circolazioni di vita che sempre meno potremo confondere, se è vero che il migrante e il profugo sono figure adiacenti e che anche noi, tutti, siamo in qualche modo adiacenti al profugo e al migrante. Eliminare il muro artificiale tra noi e questi "altri", è allora qualcosa che ha a che fare con la nostra stessa identità. Un compito che è facile prevedere, diventerà sempre più urgente per tutti.
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