| Il popolo degli invisibili |
| Alessandro Dal Lago, "Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società
globale", Feltrinelli, pagg. 270, lire 38.000 | Alessandro Dal Lago ha pubblicato da poco un libro di
grande interesse sugli "stranieri illegittimi". Una questione di
pressante attualità: se ne parla molto e quasi ogni giorno,
tuttavia sono scarse e segmentarie le riflessioni convincenti
in proposito. Intanto, Dal Lago propone di chiamarli
"migranti", e come vedremo il problema linguistico non è per
lui secondario. Ma il cuore del libro è già nel titolo
(Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società
globale, Feltrinelli, pagg. 270, lire 38.000): i migranti sono
"nella nostra cultura" delle non-persone: il che significa che
in definitiva non hanno diritti, non possiedono un'identità, e
soprattutto sono "invisibili".
Sono e restano invisibili, argomenta Dal Lago con una
quantità impressionante di prove documentarie (media,
decreti, comportamenti istituzionali, teorie scientifiche),
nonostante la loro apparente e ingombrante visibilità quasi il
fenomeno equivalesse a quello di un'"invasione". La nostra
cultura li qualifica in negativo con una serie di "non". La
somma di questi "non-qualcosa" produce una
neutralizzazione, un'esclusione dalla vista, come se non ci
fossero. L'espressione non-persone indica questa somma, e
ci addita l'invisibilità e la inesistenza, il non aver luogo, il non
trovare un posto nel nostro regime discorsivo.
Il capitolo centrale del libro, che richiama il titolo, si
conclude con una testimonianza stupefacente di come i
migranti stessi, e qui il protagonista è un bambino, siano
arrivati a far propria la sottrazione di identità che
abitualmente subiscono. L'episodio è talmente significativo
che il lettore mi scuserà se lo cito per intero: "Un bambino
dell'età apparente di 8 o 10 anni viene portato al carcere
minorile perché trovato per strada, a un incrocio, perché
cerca di vendere qualcosa e perché ha tentato di sfuggire ai
poliziotti... Il bambino è privo di documenti e non fornisce
alcun nome credibile. Prima dice di chiamarsi Dumbo, poi
Topolino, poi Paperino, poi John: dice di essere americano
ma sembra arabo, poi si dichiara francese (ma secondo gli
operatori del carcere potrebbe essere slavo). Una volta
dice di venire da Roma, poi dalla Svizzera, poi
dall'America, infine (sempre secondo gli operatori del
carcere) inizia a "delirare": "Sono un extraterrestre, vengo
dallo spazio!". E da allora continua sempre a dire di essere
extraterrestre... Un giorno il bambino confida a un'assistente
sociale che è divenuta sua amica: "Ma perché invece di
essere extracomunitario non posso essere un
extraterrestre?".
La nostra cultura, che è una cultura dell'inimicizia, inventa
passo dopo passo, talora in modo evidente ma molto più
spesso in modo impercettibile, comunque sistematicamente,
una dimensione di alterità in cui ingabbia i migranti facendo
di molte e diverse storie un'unica vicenda impersonale
distanziata da noi. Ciascun migrante è portatore di una
storia personale ma i nostri discorsi pubblici ne fanno una
"massa". Nella opacità linguistica dei nostri discorsi
quotidiani, supportata dalla pressione delle informazioni
mediatiche, il migrante viene prima percepito come massa e
solo in un secondo momento, ed eventualmente, come un
individuo, come in una sorta di automatismo culturale da cui
è molto difficile esimersi. I nostri riflettori - dice Dal Lago -
sono senza sosta accesi sugli illegali, sui non-legali cui
attribuiamo in blocco la capacità di portare disordine
sociale: non facciamo che osservarli e ad ogni occasione
tenerli sott'occhio. Ma chiediamoci: come funziona questo
sguardo?
Quello che in realtà accade è che noi li avvolgiamo di una
membrana di invisibilità, sulla quale proiettiamo l'immagine
inquietante che rappresenta i nostri timori. Uno sguardo che
sa già cosa deve vedere, e che infine non ne vuol sapere di
vedere. Dal Lago ha il merito di renderci del tutto palpabile
il processo di costruzione di questa opacità, che tocca -
senza soluzione di continuità - tanto il senso comune quanto
le opinioni alte e scientificamene elaborate, in un'osmosi o
scambio davvero impressionanti. Questa cecità diffusa, anzi
generalizzata e organizzata, ci rende estranea addirittura la
parola "migrante".
Chi sono i migranti? Dobbiamo allora ammettere che non ne
vogliamo sapere nulla, e che in effetti sappiamo pochissimo
di loro. Se riuscissimo a infrangere la membrana di
invisibilità che li annulla come individui, scopriremmo una
pluralità di esistenze con progetti e aspettative diverse, alla
ricerca di chances di vita dove queste appaiono possibili o
promesse. Si migra per sfuggire a una guerra, a una
carestia, per un lavoro che permetta di mantenere la
famiglia, per farsi una casa, o magari per avventura. "I
migranti - ci ricorda Dal Lago - possono essere islamici ma
non fondamentalisti, poveri ma non incolti, disposti a vivere
all'estero parte della loro vita ma anche a ritornare, oppure
a trasferirsi ma non ad assimilarsi in tutto alla cultura di
destinazione. In breve, la condizione di migrante oscilla tra
la necessità e la libertà, tra il bisogno e il progetto, tra le
sicurezze precarie e l'insicurezza a cui è consegnata la
ricerca di chances di vita".
Se valichiamo la barriera di invisibilità, ci troviamo di fronte
a un groviglio di identità complesse e plurali. Se la causa dei
fenomeni di migrazione può essere rintracciata nel
cosiddetto processo di mondializzazione dell'economia, gli
effetti non si lasciano ridurre ad alcuna unità: sono un
terreno disseminato da innumerevoli linee e circolazioni di
vita che sempre meno potremo confondere, se è vero che il
migrante e il profugo sono figure adiacenti e che anche noi,
tutti, siamo in qualche modo adiacenti al profugo e al
migrante. Eliminare il muro artificiale tra noi e questi "altri", è
allora qualcosa che ha a che fare con la nostra stessa
identità. Un compito che è facile prevedere, diventerà
sempre più urgente per tutti. |