Un secolo vissuto tra Mao, Flaubert e l'amore di Simone| Il campione dei
"nuovi filosofi" a sorpresa rilancia l'opera del grande scrittore |
| Non era affatto ovvio che Bernard-Henry Lévy si sarebbe un giorno dedicato alla figura di Sartre, che fu a lungo l'intellettuale organico della sinistra marxista, con il partito comunista, poi con il maoismo, mentre la generazione di Lévy, quella dei Nouveaux philosophes, è totalmente legata allo smantellamento del filosovietismo, alla dissidenza in nome del pensiero libertario, con l'abolizione delle maiuscole davanti a umanesimo e uomo, e di qualsiasi riferimento ai massimi sistemi ideologici. Finora Lévy salutava più volentieri come suoi maestri i grandi "irregolari", "libertari", come Althusser, Foucault, Deleuze e Lacan.
In Sartre egli trova oggi non un guida, ma la complessità affascinante di uno scrittore grande, contraddittorio, il quale secondo lui conteneva anche in nuce ( e prima dell'abiura) il pensiero degli autori elencati qui sopra (ma anche il loro contrario!). L'intenzione del libro è anche di rendere giustizia a un'opera messa in disparte dopo la morte dell'autore.
Il testo di Lévy, che è anche una narrazione appassionata, si apre sui funerali di Sartre nel 1980. "Migliaia di uomini e donne, forse diecine, venuti da tutte le parti del mondo, invasero in pochi minuti i viali del cimitero (... ) Avevo trent'anni, mi aspettava ancora una probabile lunga stagione di entusiasmi, illusioni e delusioni. Speravo di poter andare con la mia generazione fino alla fine di quella strana storia rimasta sospesa con la sua morte (... ), tentare di prendere la misura di quell'avventura complicata, paradossale, torbida,
che aveva un nome: Sartre". Ad esempio "l'idea di rivoluzione, la quale dopo aver calamitato la sua vita, oggi si spegneva come un lampione. Oppure il comunismo, passione sartriana, oggetto di desiderio
per più di trent'anni, e che crollava senza battaglia, senza dibattito".
Tra l'89 e il '92, due incontri, a Berlino dopo la caduta del Muro (con un vecchio scrittore stalinista fiero di esibire un volume di Sartre con dedica "all'amico che seppe fare della sua libertà una libertà voluta"), poi a Sarajevo ( con universitari bosniaci che ogni
mercoledì sera sfidavano i cecchini serbi per raggiungere una cantina dove insieme leggevamo Sartre, Questioni di metodo, "per non morire, per attingere la forza di pensare e di resistere"). Conclusione: "Come potevano rivendicare la stessa opera certi mascalzoni stalinisti e autentici partigiani?".
Progetto a lungo rimuginato, sognato, lasciato da parte. Poi, dopo questo doppio segnale, Lévy si è messo a scrivere queste 660 pagine.
Un'"inchiesta" dedicata all'uomo-del-secolo, all'intellettuale la cui imparagonabile energia ha scommesso sull'opera assoluta, dalla metafisica al romanzo, dal teatro al giornalismo militante. Nel tempo, la figura del personaggio ha poco a poco soppiantato l'opera, poco letta, soprattutto nell'ultimo ventennio. Sartre è stato il troppo comodo capro espiatorio nelle rese dei conti di fine secolo. Contro questo, insorge appunto Lévy. No, lui non si accanisce sul vecchio maestro, anzi ne esalta la vocazione istintiva alla felicità, contrastata da una curiosità estrema per "le passioni tristi", come diceva Spinoza.
Idea centrale del saggio: esistono due anime di Sartre. La prima "anima" propone una filosofia dell'io, libertario, individuale, sfidante ( è il pensiero che sottende L'essere e il nulla e il romanzo La nausea, 1938, con citazione di Céline in apertura: "è un ragazzo senza importanza collettiva, a malapena un individuo"). La seconda "anima" corrisponde invece all'ingresso tardivo nel partito comunista, perciò nel marxismo, perciò nell'osservanza hegeliana. A questa vera e propria apostasia filosofica si aggiunge la doppia vocazione ricordata da Simone de Beauvoir, "voleva essere insieme Spinoza e Stendhal", filosofo e romanziere. Artista.
L'indice di Le siècle de Sartre è da leggere come un racconto, brulicante di titoli, sotto (e "sotto-sotto") titoli, intelligenti, secchi, spiritosi, minacciosi. Il che stimola l'appetito, come un menu à la carte. Alla fine si mangia tutto, ma in ordine personale. Esempio: il maxi-titolo provocatorio "l'esistenzialismo è un anti-umanesimo", e poi all'interno di "Controversia Camus": "Perchè tutto sommato è giusto aver torto con Sartre piuttosto che ragione con Camus". Certamente saranno i capitoli più politici (Sartre filosofo "tedesco"; Sartre e la questione di Vichy; "La grande svolta sartriana" con i sotto-titoli "L'abiura" e "Umanista perciò fascista?"). L'ultimo sotto-capitolo, "Il nostro giovane uomo" riprende l'espressione un jeune homme, quasi un ragazzo, l'omaggio di Juliette Greco a Sartre, in un'intervista dopo i funerali, e Lévy non esita a citare la cantante subito dopo il filosofo Lévinas. Il che chiude bene il cerchio: il primo capitolo "La gloria di Sartre" inizia con un paragrafo "Sartre e le donne", dedicato essenzialmente al "Castoro",
Simone. |