| Filosofi che amano la realtà | In tutta la nostra storia intellettuale, scienza e filosofia sono state intimamente associate. Sono nate insieme, nell'antica Grecia, e insieme
sono fiorite durante la rivoluzione scientifica del Cinquecento e del
Seicento che ha inaugurato la scienza e la filosofia moderna come le
pratichiamo oggi.
Per Galileo come per Cartesio, per esempio, enunciare una nuova concezione matematico-meccanica della natura era tanto importante
quanto combattere la filosofia aristotelico-scolastica che faceva da
sfondo alla nuova scienza della natura (e alla nuova filosofia). All'epoca
infatti non esisteva ancora una differenziazione netta tra filosofia e
scienza. I primi pensatori moderni come Cartesio e Leibniz hanno dato
contributi fondamentali sia a quella che oggi viene detta filosofia sia alla
nuova scienza nascente. L'assenza di distinzione risulta chiara dal fatto
che si chiamasse ancora filosofia naturale quella che oggi per noi è la
fisica, e che Newton intitolasse Philosophiae Naturalis Principia
Mathematica quello che oggi è per noi un capolavoro di fisica matematica. Il nuovo quadro della natura dato da Galileo e da Cartesio
divenne noto come filosofia meccanicistica. Invece che nei termini di
"forme sostanziali" e "qualità occulte" invocati dalla scolastica
aristotelica, tutti i cambiamenti naturali erano spiegati in termini di moti e
di urti reciproci dei corpuscoli invisibili ed elementari che compongono la
materia.
Tuttavia la fisica matematica di Newton sembrava rompere decisamente
con la filosofia meccanicista, poiché ritraeva l'interazione gravitazionale
come un'azione a distanza immediata attraverso lo spazio vuoto. Per i
meccanicisti ogni interazione fisica doveva invece prodursi per urto o
contatto, perciò deploravano che proprio Newton avesse introdotto una
"qualità occulta", in questo caso un'attrazione primordiale. La fisica
matematica di Newton sollevava problemi ancora più gravi: infatti, come
si sa, Newton richiama esplicitamente a concetti di spazio, tempo e
moto assoluto. Dal punto di vista della filosofia meccanicistica, il moto e
perciò anche lo spazio e il tempo sono soltanto relativi: il moto va
sempre definito in relazione a un corpo materiale o a un sistema di
riferimento. Come può lo spazio assoluto newtoniano, una sorta di
grande "contenitore" vuoto in cui si trova la totalità dei corpi materiali,
avere un senso razionale?
Nel Settecento, è questo il problema concettuale di base che fa da
sfondo alla "filosofia trascendentale" di Immanuel Kant. Uno dei principali
obiettivi della Critica della ragion pura era quello di mostrare che il
modello relazionale di spazio e di moto introdotto da Leibniz era
riconciliabile con la concezione assoluta di Newton. Nella soluzione data
da Kant, lo spazio ha un'esistenza indipendente dalla materia, come
voleva Newton, ma non è una sorta di entità metafisica, un grande
"contenitore" infinito, che esiste al di là dei fenomeni fisici che
conosciamo in natura. È invece una forma a priori della nostra
esperienza percettiva, entro la quale ordiniamo i fenomeni di natura per
trarne un senso razionale. La scienza naturale e quella che ora
chiamiamo filosofia vengono chiaramente separate per la prima volta
nella "filosofia trascendentale" di Kant.
Nel Settecento, per Kant come per chiunque altro, i Principia di Newton
danno alla scienza la sua forma definitiva. Il compito precipuo della
filosofia non è di aggiungere altro al suo contenuto, ma piuttosto di
spiegare come sia possibile questa scienza - la scienza naturale
newtoniana - e che cosa la renda un modello o un paradigma di una
comprensione razionale della natura. Rispetto alla scienza naturale, la
filosofia diventa una metadisciplina che ha per oggetto non i fenomeni di
natura ma la scienza usata per descriverli, ed è questo che Kant
intendeva nel definire "trascendentale" la propria filosofia.
Com'era prevedibile, l'Ottocento ha rimesso in discussione sia il
paradigma newtoniano di scienza naturale sia la concezione kantiana di
filosofia. Newton e Kant presumevano entrambi che lo spazio in cui la
scienza naturale descrive il moto - in cui collochiamo i fenomeni
celesti, per esempio - fosse descritto dalla geometria euclidea, l'unica
esistente fino al 1830 circa. Ma l'arrivo delle geometrie non euclidee ha
creato gravi problemi e per la fisica newtoniana e per la filosofia kantiana.
Per la prima, perché il suo quadro dello spazio-tempo è collocato nello
spazio euclideo: la linea lungo la quale l'interazione gravitazionale
istantanea si propaga nel vuoto è una retta euclidea. Per la "filosofia
trascendentale" kantiana, la minaccia è ancora più grave. Kant
presumeva che lo spazio euclideo in cui percepiamo i fenomeni di natura
fosse una "forma a priori di intuizione" la cui struttura è data una volta
per sempre dalla natura delle nostre facoltà cognitive: esiste perciò una
sola geometria capace di descrivere questa struttura, che nessuna
scoperta empirica può modificare.
Queste erano soltanto minacce concettuali, o "filosofiche", ma all'inizio
del Novecento si realizzarono. Albert Einstein diede alla fisica
matematica un nuovo paradigma, la teoria della relatività, che descrive
spazio, tempo, moto e interazione entro un quadro non newtoniano, e il
fenomeno della gravitazione con una geometria non euclidea e non come
l'azione immediata a distanza di una forza. Lungi dall'essere una forma
stabilita a priori della nostra intuizione dello spazio, la geometria
euclidea non è nemmeno una descrizione veritiera della natura.
La particolare concezione che Kant aveva dato della filosofia
basandosi, come abbiamo visto su una difesa razionale di una fisica
specificamente newtoniana - non poteva essere giusta. Ma non ne
consegue che fosse sbagliata la concezione kantiana del ruolo precipuo
della filosofia quale metadisciplina "trascendentale" rispetto alla scienza.
Al contrario, i filosofi che per primi si sono dati il compito di fare
l'apologia filosofica della fisica einsteiniana si collocano proprio nella
tradizione kantiana. Kant voleva dimostrare che la fisica newtoniana era
un modello o un paradigma della comprensione razionale della natura, e
gli empiristi logici riuniti nel Circolo di Vienna hanno tentato di fare
altrettanto per la fisica relativistica. Come Kant, ritenevano che rispetto
alla scienza la filosofia fosse una metadisciplina, e la chiamarono
Wissenschaftslogik.
A sua volta, il modello di filosofia scientifica trasmesso dagli empiristi
logici ha dovuto lasciare il posto a un altro. La struttura delle rivoluzioni
scientifiche di Thomas Kuhn, ha messo in discussione i modelli
puramente logici della struttura della scienza e li ha sostituiti con uno
modello storico e dinamico, secondo il quale la natura fondamentale
della scienza è precisamente illustrata da trasformazioni concettuali
rivoluzionarie - la transizione dalla fisica di Newton a quella di Einstein,
per esempio - in cui un quadro o paradigma omnicomprensivo viene
scalzato da un altro, radicalmente diverso. Il quadro della scienza dato
da Kuhn è ora anch'esso il fulcro di una nuova disciplina accademica,
detta storia e della filosofia della scienza, una metadisciplina che negli
ultimi anni ha suscitato una sempre maggiore attenzione. Nella
prospettiva essenzialmente storica dello sviluppo scientifico data da
Kuhn, l'intima e necessaria interazione tra scienza e filosofia acquista
un particolare risalto, soprattutto nelle grandi rivoluzioni scientifiche.
Nel corso della prima, nel Cinquecento e Seicento, la filosofia
meccanicistica era essa stessa inscindibilmente radicata in un nuovo
paradigma scientifico, nel tentativo fatto da Galileo e da Cartesio per
sbaragliare una volta per sempre Aristotele e gli scolastici. E quando la
filosofia meccanicistica è stata a sua volta compromessa dal nuovo
paradigma fisico ideato da Newton, Kant ha provato il bisogno di mettere
a punto un paradigma filosofico radicalmente nuovo: la "filosofia
trascendentale". Il quadro di Newton-Kant si è logorato per tutto
l'Ottocento fino a quando, nei primi anni del nostro secolo, la fisica ha
conosciuto un'ulteriore trasformazione fondamentale con la teoria della
relatività di Einstein, il nuovo paradigma fisico che ha portato alla filosofia
dell'empirismo logico. E così via.
È chiaro quindi che né la scienza né la filosofia possono fare a meno
l'una dell'altra. Nei momenti di profonda rivoluzione concettuale, la
scienza ha un particolare bisogno della filosofia. Quando un paradigma
generalmente condiviso cede il posto a un altro o, per dirla con Kuhn,
attraversa una "crisi" o passa da una fase di "scienza normale" a
un'altra, abbiamo bisogno di una fonte di idee e di una guida situate a un
livello diverso e per così dire metascientifico. Dobbiamo uscire dalla
"scienza normale" per entrare nel regno di quella che oggi chiamiamo
filosofia.
Lo stesso Einstein ha detto che non avrebbe mai potuto formulare la teoria della relatività senza lo stimolo e gli orientamenti forniti dalla
filosofia scientifica dell'Ottocento, dalle idee di Helmholtz, Mach, e
Poincaré nate nel quadro della sintesi di Newton e Kant. Non c'è da
meravigliarsi quindi se nella nota collana editoriale "Library of Living
Philosophers", il volume dedicato a Einstein ha per titolo Albert Einstein:
Philosopher-Scientist.
Quando e come avverrà la prossima grande rivoluzione scientifica? Non
lo sappiamo, ma sappiamo che non può avvenire senza la fitta
interazione tra scienza e filosofia che ha contrassegnato in maniera
indelebile la nostra vita intellettuale dalla prima rivoluzione scientifica a
oggi. Perciò la disciplina chiamata storia e filosofia della scienza
richiama un'attenzione crescente al di qua e al di là dell'Atlantico: è
importante non solo per capire il nostro passato ma anche per valutare il
meglio possibile il nostro futuro intellettuale. |