| "Scientismo":
una parola vuota scagliata contro
la modernità |
| Nicholas Capaldi, "The Enlightenment Project in the Analytic Conversation", Dordrecht, Kluwer 1998, pagg. 532, s.i.p. | Lai parola "scientismo" è stata coniata in lingua francese agli inizi degli anni '30 del nostro secolo per indicare spregiativamente gli abusi della ragione scientifica, la "colpa" di pensare con una forma mentis scientifica a temi (per esempio la storia, Dio, l'anima) che la scienza, per gli antiscientisti, non può che guardare con occhio deformante. Come ci ha ricordato Friedrich von Hayek (The Counter-Revolution of Science, 1952) facendosi lui stesso paladino di una crociata contro lo scientismo e accusando il progetto illuminista di Hume e Adam Smith, di essere la fonte di ogni odierno abuso della ragione, la parola entra nell'uso della cultura anglosassone un paio di decenni più tardi, conservando la connotazione critica della cultura di provenienza, seppur in genere con meno accentuate intonazioni spiritualiste o tout court antì-scientifiche.
Oggi quella parola diviene sempre più spesso la chiave di lettura della crisi della modernità; eppure a mio parere non vi è ancora un contributo definitorio e argomentativo tale da far sì che essa suoni come qualcosa di più di una parola d'ordine, di un motto genericamente polemico, di un ammiccamento soddisfatto tra filosofi che fanno intendere di saperla lunga sui misfatti della hybris scientifica. A questa carenza di analisi non supplisce il libro di von Hayek, e neppure la ben più sofisticata lettura di quella forma storica dello scientismo che è stato il positivismo da parte di Habermas in Conoscenza e interesse (1968); né tantomeno resoconti epocali ispirati al postmoderno come quello di Wellmer (Zür Dialektik von
Moderne und Postmoderne, 1985).
Ma neppure Wittgenstein ci aiuta molto, con la sua avversione "goethiana" per la pervasività delle spiegazioni scientifiche che parla meno all'intelletto dì quanto non pungoli la sensibilità e l'intuizione, mentire Putnam, che è esauriente solo sul perché la razionalità non si debba identificare con la razionalità scientifica, con la sua compulsiva ricerca di metodi e con la sua pretesa separazione tra fatti e valori, non ci dice che a una tale conclusione non si possa pervenire per la via di un ragionamento oggettivante e, nelle modalità, "scientifico" (Religione, verità e storia, 1981).
Solo espositivo e ancor più carente di analisi, infine, risulterà un libro consuntivo - povero di idee e solo contento di un ingenuo antinaturalismo dedicato allo scientismo dal filosofo e storico della filosofia Tom Sorell (Scientism. Routledge 1991 ).
E anche questo ponderoso contributo di Nicholas Capaldi, il cui intento fondamentale è quello di ancorare la tradizione analitica angloamericana del '900 agli ideali dell'Illuminismo (e sin qui con buone ragioni) per poi decretarne la "disintegrazione logica interna" con lo svanire, appunto, dell'"illusione scientista" (grazie a Kant, a Hegel e ai loro recenti "ritorni" post-analitici), non pare dispensare chiarimenti decisivi sul perché gli scientisti si debbano sentire tanto falliti e superati.
Sul contributo di Capaldi mi limito a qualche riflessione in forma di domanda. Lo scientismo, per Capaldi, è l'idea che sia la scienza fisica a offrire la cornice entro cui comprendere tutto, inclusa la scienza stessa. "La scienza fisica è tutta la verità su tutto" (p. 41).Scientismo significherebbe dunque fisicalismo, e la tesi dell'unità della scienza ne sarebbe il necessario corollario. Ma "lo scientismo non è propriamente una dottrina" (p. 43), aggiunge Capaldi, bensì un programma di ricerca, un modo di intendere come dovremmo identificare, definire e cercare le soluzione ai nostri problemi intellettuali e pratici, e dunque è uno stile di pensiero, un modo di approcciare e di trattare i fenomeni naturali e culturali, diffuso anche tra ì filosofi, che non necessariamente presuppone fisicalismo, fondazionalismo, riduzionismo o quali altri "difetti" si possano riscontrare nella tesi sostantiva dello scientismo.
E allora, dico io, ammessi (e non concessi senza qualche opportuno distinguo) i limiti dello scientismo sostantivo, perché dovremmo rinunciare in filosofia a uno scientismo metodologico? Perché, pur nel rispetto della complessità e pluralità dei livelli di indagine, dovremmo rinunciare a priori a un atteggiamento esegetico, analitico, logico, argomentativo e all'occorrenza empirico? Se "l'analisi è un presupposto necessario dello scientismo" (ibid.), dovremmo disfarcene, come vuole Capaldi, solo perché essa ha dei presupposti taciti mai criticamente messi in discussione? Perché una presa di coscienza dei presupposti e un confronto tra presupposti diversi non possono essere tentati in forma "scientifica", analitica, argomentativa (l'obiezione della petitio principii o della circolarità, nell'applicazione consapevole di un modello, non sono mai rilevanti: è il suo valore euristico che conta)?Perché, per usare i termini di Capaldi, dovremmo considerare fuorvianti tutti ì progetti di 'eliminazione' (di riduzione, di sostituzione dei linguaggi) e di l'esplorazione' (di ricerca di strutture soggiacenti, dì "forme logiche", piuttosto che di significati)?E perché dovremmo limitare 1"'esplicazione" al conseguimento di una forma di conoscenza pratica e al contempo dire che il tentativo di "chiarificare quello che abitualmente è dato per scontato" (p. 5), l'esigenza di una comprensione del pre-teorico, devono passare solo attraverso un esercizio dì autocoscienza da parte degli agenti e comunque attraverso una decisa negazione dei metodi della filosofia analitica?
Siamo così sicuri, per esempio, che la psicologia filosofica analitica, di ispirazione illuminista, e istrionescamente legata allo "scientismo, al moderno naturalismo di stampo aristotelico e a una visione del sé che nega l'agente" (p. 24-5) sia un grumo di dogmi ottusi che ha portato solo poveri esiti e più che altro incomprensioni (quelli convinti di no leggano con soddisfazione J. D. Trout, Measuring the Intentional World, 1998)'?
Credo che la filosofia abbia ancora diritto a reclamare una propria dimensione "scientifica", e lo possa fare in forme diverse e addirittura spesso fra di loro conflittuali: (a) nel perseguire finalità cognitive con metodi, tipi di ragionamento, processi di oggettivazione e forme di giustificazione che sono condivisi dalle scienze; (b) nell'intrattenere un rapporto indiretto ma stretto con la scienza mirando alla chiarificazione e all'analisi di posizioni che poi sarà là scienza a verificare (Sclick); (c) nel dirsi continua con la scienza e nel chiedere a essa risposte ai suoi annosi quesiti perseguendo una forma di "naturalizzazione" senza residui (Quine); (d) nell'essere contigua alla scienza, considerata come area conoscitivamente privilegiata che dispensa privilegiatamente temi per l'indagine e dati sui quali misurare le proprie acquisizioni.
Finché qualcuno di questi modi di fare filosofia mostrerà una vitalità (e soprattutto una legittimità comparativamente con altri modi) il "progetto dell'illuminismo" - con buona pace dì Capaldi - non sarà morto. |