Americani felici per diritto, parola di
Jefferson Così uno dei problemi filosofici dell'illuminismo francese si trasformò in questione
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| Maurizio Barbato, "Thomas Jefferson o della felicità", Sellerio, pagine 260, lire 15.000 | Qualche anno fa, in un piccolo libro bizzarramente intitolato La dentiera di Washington
(Donzelli), lo storico Robert Darnton cercava di spiegare come mai proprio lui, americano,
fosse diventato uno dei più autorevoli studiosi dell'Illuminismo francese. La spiegazione
stava appunto nella dentiera di legno e metallo che il primo presidente degli Stati Uniti
portava ogni giorno, sopportando con illuminato coraggio quella piccola tortura quotidiana
mentre si prendeva cura della cosa pubblica.
È vero, alle radici della cultura americana c'è - per così dire - una leggenda illuminista, che
ha il suo eroe indiscusso in un altro presidente delle origini (il terzo, per l'esattezza, dopo
Washington e John Adams), e cioè Thomas Jefferson, l'autore della Dichiarazione di
indipendenza da cui prese le mosse, nel 1776, la Rivoluzione americana. Nato in Virginia
nel 1743 e morto nel 1826 nella tenuta di Monticello che aveva personalmente progettato,
Jefferson è l'uomo che volle inserire tra i diritti inalienabili sanciti dalla Dicharazione, insieme
con il diritto alla vita e alla libertà, quello alla ricerca della felicità (pursuit of happiness nel
testo originale), con tutte le conseguenze che questo ha comportato nella storia del mondo
occidentale.
Non per nulla il filosofo Stanley Cavell ha intitolato Alla ricerca della felicità un suo
dottissimo saggio - tradotto nei mesi scorsi da Einaudi - sulla implicazioni culturali della
"commedia hollywoodiana del rimatrimonio", ovvero quel genere di film, particolarmente in
voga negli anni Trenta e Quaranta, in cui i protagonisti approdano alla stabilità sentimentale
dopo essere passati attraverso il fallimento del divorzio. Un istituto, quest'ultimo, niente
meno che fondamentale in una società per cui la felicità è diventata un diritto.
Ma era davvero questo che intendevano Jefferson e gli altri firmatari della Dichiarazione
d'indipendenza? Probabilmente no, se si segue con attenzione il lungo saggio che Maurizio
Barbato premette alla sua traduzione dell'Autobiografia del presidente-filosofo in un
volume intitolato Thomas Jefferson o della felicità (Sellerio, pagine 260, lire 15.000).
Due libri in uno, di fatto, e che si spiegano a vicenda. Il memoriale steso da un Jefferson
settantasettenne è lo straordinario racconto in presa diretta delle due rivoluzioni di cui lo
statista fu protagonista e testimone: l'americana, appunto, e la francese, che Jefferson ebbe
modo di seguire quando, dal 1785 al fatidico 1789, ricoprì l'incarico di ambasciatore degli
Stati Uniti nella turbolenta Parigi di Luigi XVI.
Poteva sembrare una sistemazione ideale per un illuminista entusiasta come lui, eppure il
vero Jefferson in Paris (in buona parte diverso dal personaggio interpretato da Nick Nolte
nell'omonimo film diretto da James Ivory nel 1995) era già andato oltre l'insegnamento dei
philosophes. Se infatti l'Illuminismo classico, come ricorda giustamente Barbato, si
accontentava di proclamare l'universale diritto alla felicità, salvo poi demandarne la
realizzazione a uno Stato benevolo e paternalista, la "ricerca della felicità" propugnata da
Jefferson va da subito nella direzione della responsabilità personale. Ed è per questo che la
giovane America non può arrestarsi alle dichiarazioni di principio, ma passa subito ai fatti,
realizzando - su iniziativa dello stesso Jefferson - riforme decisive sul piano della proprietà
privata e sulla ridistribuzione delle terre, dell'educazione e, più in generale, del benessere
materiale.
Insomma, con Jefferson la riflessione sulla felicità cessa di essere problema filosofico e
diventa questione politica. E nello stesso tempo l'America abbandona il ruolo di colonia
insofferente per trasformarsi nel Grande Paese delle Opportunità (divorzio e rimatrimonio
compresi) celebrato da tanta retorica anche cinematografica. |