RASSEGNA STAMPA

9 GENNAIO 2000
ARMANDO MASSARENTI
La globalizzazione dei diritti
Le strategie secondo Habermas per favorire la partecipazione democratica al di là della crisi degli Stati nazionali
Jürgen Habermas, "La costellazione postnazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia", trad. e postfazione di Leonardo Ceppa, Feltrinelli, Milano 1999, pagg. 136, L. 35.000.
I tre saggi raccolti da Jürgen Habermas in La costellazione postnazionale sono stati scritti prima del recente fallimento a Seattle del Millennium Round sul commercio mondiale, ma acquistano nuova attualità e nuovo significato proprio alla luce di quegli avvenimenti. I manifestanti che sono scesi in piazza e tutti gli attori che a diverso titolo hanno contribuito a bloccare l'iniziativa hanno di fatto operato quella che Habermas chiama una "chiusura" politica, che si contrappone alla grande "apertura" determinata dal processo di globalizzazione economica. Ma i toni della protesta si sono manifestatamente rivelati drammatici ed esasperati, e sono andati ben al di là dell'auspicio di Habermas che, di fronte alla debolezza degli Stati nazione, nascano nuove forme di azione democratica volte a correggere il potere dei mercati e a ridare fiato alla politica fuori dai contesti nazionali entro cui ha finora concentrato maggiormente la sua azione. Tuttavia questi avvenimenti sembrano confermare l'utilità del suo schema e della sua analisi storico-filosofìca, anche in vista di nuovi e probabilmente imminenti "round commerciali.
Tra i diversi interlocutori di Habermas, due qui finiscono per assumere un ruolo privilegiato: Karl Polanyi e Eric Hobsbawn. Nel suo libro La grande trasformazione, uscito nel 1944, Karl Polanyi descrive il fascismo come una risposta ritardata al crollo del liberismo economico che tra Otto e Novecento si era basato sulla stabilità della moneta aurea e che si era politicamente costituito all'ombra della pax britannica. Polanyi era convinto che un tale sistema avrebbe condotto inevitabilmente all'anomia, ma naturalmente riteneva che la risposta totalitaria fosse altrettanto inadeguata, e che fossero possibili delle alternative democratiche. Alla fine della seconda guerra mondiale, nell'ultimo capitolo del suo libro - intitolato "Libertà in una società complessa" - immaginò il futuro di un capitalismo istituzionalizzato che assomiglia molto a quello che sí è effettivamente realizzato con il sistema dì Bretton Woods (che Habermas definisce "il quadro di riferimento entro cui gli Stati industriali avrebbero sviluppato una politica dì welfare più o meno felice").
Questo assetto - che secondo Habermas è un esempio di chiusura politicamente riuscita - è giunto al suo termine per gli effetti politici della deregulation sui mercati mondiali. "Siamo cosi di fronte a un"'apertura" che - passando per i mercati finanziari - ha ancora una volta modificato la divisione internazionale del lavoro". Si tratta, secondo Habermas, di una nuova "grande trasformazione" che implicherebbe la rinnovata necessità di una "chiusura", la quale però dovrebbe avvenire senza regressioni utopistiche o passatiste, e - ovviamente - senza quegli "sconvolgimenti e catastrofi mondiali che abbiamo conosciuto nella prima metà di questo secolo e che sono state all'origine delle ricerche di Polanyi".
Non a caso Habermas parla di prima età del secolo. Egli infatti, nel primo capitolo del libro ("Imparare dalle catastrofi? Ripensando il "secolo breve""") esprime il suo dissenso su quelle ricostruzioni storiche che assimilano in un unico segmento temporale il periodo delle guerre mondali e quello della guerra fredda nella definizione di un secolo breve che andrebbe, secondo Hobsbawn, dal 1914 al 1989. Egli ritiene in realtà che il l945 sia il vero anno di svolta. Sia la vittoria del mondo occidentale alleato con Stalin, e più ancora la sconfitta del Reich tedesco, infatti, "screditarono per sempre i miti che erano stati messi in campo a partire dalla fine dell'Ottocento e su fonti culturali diversi - contro l'eredità del 1789". "Quell'evento privò di qualsiasi legittimazione chi da allora non avesse reso omaggio allo spirito universalistico dell'illuminismo politico". Agli orrori della prima metà del secolo sarebbe così seguita una salutare reazione che avrebbe portato allo sviluppo delle democrazie e degli Stati sociali. Si tratta di quella che Habermas, chiama la modernità chiusa e organizzata (quella dello Stato sociale, che difende, ma del quale, non trascura di indicare anche tutti i difetti), cui ora starebbe seguendo una seconda modernità: quella liberisticamente allargata proposta dai processi di globalizzazione.
Entrambe queste forme sono figlie del progetto illuministico, che secondo Habermas può, anzi deve, essere continuato aldilà della crisi attuale degli Stati-nazione. La politica può rinascere all'interno degli spazi globalizzati attraverso nuove forme di legittimazione democratica. Processo federativo dell'Unione europea, rafforzamento dell'Onu e creazione di una "politica interna mondiale" (che non implica però la creazione di uno Stato mondiale) sono i cardini di questa auspicata rivincita della politica. Essi fanno comune riferimento a una forma di cosmopolitismo, elaborata da Habermas in coerenza con la propria recente riflessione filosofico-politica, che prevede l'applicazione a livello, globale degli stessi principi costituzionali vigenti nelle vecchie democrazie nazionali (diritti dell'uomo e sovranità popolare), nella convinzione che l'universalità dei diritti fondamentali non impedisca l'espressione delle singole culture, ma anzi costituisca la precondizione per la loro legittimazione, equiparazione e tutela giuridica.
Pur ritenendo inadeguata l'idea della creazione di uno Stato mondiale, Habermas descrive una serie di fattori già presenti nelle opinioni pubbliche dei diversi Paesi che rimandano alla costituzione di una politica interna mondiale, che si costituisce come un'interazione a più livelli di politiche locali, nazionali e sovranazionali, e che ha come punto di riferimento fondamentale la dimensione morale della difesa dei diritti umani.
Se è vero che è la politica come tale che rischia di "dissolversi nella disgregazione vorticosa dello Stato nazione", è anche vero che alla luce dell'analisi di Habermas, ma soprattutto dopo gli avvenimenti di Seattle, la politica sta riprendendo fiato proprio nella direzione cosmopolita e a più livelli indicata dal filosofo tedesco. Ma la dialettica tra nuove istanze politiche avanzate da organizzazioni transnazionali e non statali e il processo di globalizzazione è ben lontano dal raggiungere quell'equilibrio virtuoso, all'insegna della modernità, auspicato da Habermas. "Noi potremo ragionevolmente affrontare le sfide della globalizzazione solo se riusciremo a sviluppare nella costellazione internazionale - nuove forme di autogoverno della Società", scrive Habermas. Ma l'autogoverno della società oggi più che mai, e proprio sui temi relativi alla globalizzazione, come quelli su cui si è concentrata la contestazione a Seattle - dove sono emersi accenti oscurantisti, per esempio a proposito di ambiente e biotecnologie -, deve passare attraverso una più attenta consapevolezza delle conseguenze pubbliche di certe prese di posizione. Altrimenti la "chiusura" politica finirà per prendere le forme nostalgiche e fintamente conciliatorie che Habermas più volte denuncia.
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vedi anche
Filosofia (e) politica