Alla domanda "perché occuparsi di bioetica a scuola, con tante materie che ci sono?", un opportunista potrebbe rispondere: "Perché l'hanno già data come
tema di maturità, e la ridaranno prima o poi come esame di Stato". Non avrebbe torto. Ci
sono però, per la bioetica, oltre al desiderio legittimo di avere un buon voto, motivi più
profondi di interesse, collegati a quel continuo esame che è la vita. Noi apparteniamo a
generazioni che sono cresciute nel Novecento, nell'era della tecnica. I giovani crescono oggi
nell'era delle biotecnologie, della trasformazione della natura e di noi stessi per mezzo di
ritrovati delle scienze biomediche. C'è ora una procreazione "artificiale", ci sono cibi
modificati e farmaci costruiti dall'ingegneria genetica, si può decifrare l'attività del cervello
e integrarla con sistemi informatici, si può prolungare artificialmente la vita, sono state
clonate le pecore e molti si domandano preoccupati: toccherà anche a noi? Il filosofo
Galimberti, partendo da questi e altri fatti, ha scritto: finora ci siamo chiesti che cosa fare
delle tecniche, ora ci chiediamo che cosa le tecniche faranno di noi. Un altro filosofo, Hans
Jonas, ha sostenuto che l'uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto la natura
lo sia stata per lui nel lontano passato, quando poteva salvarsi a stento dalle belve, dai
microbi, dalle avversità del clima. Se prestiamo attenzione, oltre che alle parole dei filosofi,
alle cronache quotidiane e alle immagini della realtà, vediamo che non c'è giorno senza che
una notizia, una previsione, una polemica ci entusiasmino o ci impauriscano sui progressi e
sulle incognite delle biotecnologie, e ci spingano a interrogarci sui problemi della bioetica.
La quale in sostanza si propone di aiutare a capire i rapporti fra la scienza, la vita e le
scelte dell'uomo tra il bene e il male, cioè la morale. Non è quindi una materia aggiuntiva. E'
un'ottica che attraversa le scienze, che indaga il comportamento umano e il nostro rapporto
con la natura, che valuta ciò che è giusto o ingiusto, ciò che è lecito o illecito secondo le
norme morali o secondo le leggi scritte, che contribuisce a prevedere e possibilmente a
orientare le scelte future. Scienziati, storici, letterati, psicologi, medici e giuristi si occupano
di bioetica. Nella scuola essa può coinvolgere molte diverse discipline, e può aprire il
confronto tra le conoscenze e le opinioni dei docenti e quelle degli studenti, che sono
acquisite da proprie fonti e rielaborate attraverso idee ed esperienze proprie. Questi sono i
motivi per cui il Ministero dell'Istruzione e il Comitato Nazionale per la Bioetica (nominato
dal Presidente del Consiglio dei Ministri con il compito di esprimere pareri sull'argomento)
hanno firmato un accordo impegnandosi "a sviluppare iniziative comuni a favore delle
scuole, volte alla conoscenza dei problemi che scaturiscono dai progressi delle scienze in
rapporto alla vita dell'uomo e delle altre specie e all'uso delle biotecnologie, e alla
acquisizione di consapevolezza delle implicazi oni giuridiche, sociali e morali connesse a
tali progressi". C'è infine un equivoco da chiarire. Un giornale si è chiesto come è possibile
introdurre la bioetica a scuola, senza aver compiuto prima "la scelta di quale etica lo Stato
debba farsi portatore". Vorrei chiarire che uno Stato fondato sulla libertà e sul pluralismo
delle idee non può farsi portatore di una sola etica. Deve promuovere il rispetto della vita e
dell'equilibrio ambientale, deve far sì che tutti possano fruire dei progressi delle scienze,
deve prevedere ed evitare che le loro applicazioni calpestino la dignità umana. Nel campo
bioetico, deve accrescere la consapevolezza e la capacità di ognuno di compiere le proprie
scelte personali coniugando la libertà e la responsabilità. Non è poco. |