RASSEGNA STAMPA

9 GENNAIO 2000
GIOVANNI BERLINGUER
Dolly entra in classe
Alla domanda "perché occuparsi di bioetica a scuola, con tante materie che ci sono?", un opportunista potrebbe rispondere: "Perché l'hanno già data come tema di maturità, e la ridaranno prima o poi come esame di Stato". Non avrebbe torto. Ci sono però, per la bioetica, oltre al desiderio legittimo di avere un buon voto, motivi più profondi di interesse, collegati a quel continuo esame che è la vita. Noi apparteniamo a generazioni che sono cresciute nel Novecento, nell'era della tecnica. I giovani crescono oggi nell'era delle biotecnologie, della trasformazione della natura e di noi stessi per mezzo di ritrovati delle scienze biomediche. C'è ora una procreazione "artificiale", ci sono cibi modificati e farmaci costruiti dall'ingegneria genetica, si può decifrare l'attività del cervello e integrarla con sistemi informatici, si può prolungare artificialmente la vita, sono state clonate le pecore e molti si domandano preoccupati: toccherà anche a noi? Il filosofo Galimberti, partendo da questi e altri fatti, ha scritto: finora ci siamo chiesti che cosa fare delle tecniche, ora ci chiediamo che cosa le tecniche faranno di noi. Un altro filosofo, Hans Jonas, ha sostenuto che l'uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto la natura lo sia stata per lui nel lontano passato, quando poteva salvarsi a stento dalle belve, dai microbi, dalle avversità del clima. Se prestiamo attenzione, oltre che alle parole dei filosofi, alle cronache quotidiane e alle immagini della realtà, vediamo che non c'è giorno senza che una notizia, una previsione, una polemica ci entusiasmino o ci impauriscano sui progressi e sulle incognite delle biotecnologie, e ci spingano a interrogarci sui problemi della bioetica.
La quale in sostanza si propone di aiutare a capire i rapporti fra la scienza, la vita e le scelte dell'uomo tra il bene e il male, cioè la morale. Non è quindi una materia aggiuntiva. E' un'ottica che attraversa le scienze, che indaga il comportamento umano e il nostro rapporto con la natura, che valuta ciò che è giusto o ingiusto, ciò che è lecito o illecito secondo le norme morali o secondo le leggi scritte, che contribuisce a prevedere e possibilmente a orientare le scelte future. Scienziati, storici, letterati, psicologi, medici e giuristi si occupano di bioetica. Nella scuola essa può coinvolgere molte diverse discipline, e può aprire il confronto tra le conoscenze e le opinioni dei docenti e quelle degli studenti, che sono acquisite da proprie fonti e rielaborate attraverso idee ed esperienze proprie. Questi sono i motivi per cui il Ministero dell'Istruzione e il Comitato Nazionale per la Bioetica (nominato dal Presidente del Consiglio dei Ministri con il compito di esprimere pareri sull'argomento) hanno firmato un accordo impegnandosi "a sviluppare iniziative comuni a favore delle scuole, volte alla conoscenza dei problemi che scaturiscono dai progressi delle scienze in rapporto alla vita dell'uomo e delle altre specie e all'uso delle biotecnologie, e alla acquisizione di consapevolezza delle implicazi oni giuridiche, sociali e morali connesse a tali progressi". C'è infine un equivoco da chiarire. Un giornale si è chiesto come è possibile introdurre la bioetica a scuola, senza aver compiuto prima "la scelta di quale etica lo Stato debba farsi portatore". Vorrei chiarire che uno Stato fondato sulla libertà e sul pluralismo delle idee non può farsi portatore di una sola etica. Deve promuovere il rispetto della vita e dell'equilibrio ambientale, deve far sì che tutti possano fruire dei progressi delle scienze, deve prevedere ed evitare che le loro applicazioni calpestino la dignità umana. Nel campo bioetico, deve accrescere la consapevolezza e la capacità di ognuno di compiere le proprie scelte personali coniugando la libertà e la responsabilità. Non è poco.
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Bioetica