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I PRESUPPOSTI DELLA VERITA' |
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Linguaggìo, pensiero e realtà secondo Donald Davidson, maestro di Rorty e uno dei maggiori filosofi Usa |
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Donald Davidson è - insieme a W.V.0. Quine, che ne è stato maestro, uno dei più influenti filosofi americani contemporanei. Solo di recente però il pensiero di Davidson ha cominciato a entrare in Italia, a cura di Eva Picardi, sono state tradotte per Il Mulino le sue due fondamentali raccolte di saggi Azioni ed eventi e Verità e interpretazione. Inoltre a Davidson sono stati dedicati alcuni convegni e incontri, da ultimo in occasione del suo invito a Roma, lo scorso dicembre, da parte del dipartimento di Filosofia dell'Università Roma Tre. Certo però non si può ancora dire che da noi Davidson goda della fama che meriterebbe. |
L'intera nostra conoscenza del mondo che ci circonda dipende dal fatto che condividiamo molta parte di tale conoscenza con altri. Per questa ragione, il modo in cui arriviamo a comprendere e a comunicare con gli altri è uno dei primi problemi della filosofia, e per questa stessa ragione, non solo per la filosofia della mente, ma per la teoria della conoscenza in generale è essenziale rendere conto della natura delle relazioni interpersonali.
Quando arriviamo a chiederci come sia possibile la conoscenza già sappiamo che ci sono altri individui dotati di menti come la nostra e che ci sono uno spazio e un tempo pubblici in cui coesistiamo con essi. Da ciò segue che lo scetticismo rispetto alla realtà dell'universo fisico o all'esistenza delle altre menti arriva troppo tardi per avere senso; se siamo capaci di pensiero, sappiamo che quello dello scettico è un infingimento.
La storia della filosofia moderna ci ha insegnato ciò, ma nel modo più indiretto possibile. Essa infatti ebbe inizio, con Descartes, quando si assunse che il pensiero potrebbe darsi in una mente isolata, una mente che potrebbe non appartenere ad alcun corpo. Il problema era di spiegare come una tale mente potesse scoprire l'esistenza di alcunché, al di là di se stessa. Descartes fu in grado di "risolvere" questo problema soltanto assumendo che un dio benevolo non potrebbe ingannarci completamente. A Descartes non venne in mente che, nella Sua bontà, Dio avrebbe dato lavoro ai filosofi nei secoli a venire, lasciandoli alle prese con un problema insolubile. Questo problema infatti posto come lo pose Descartes - non ha soluzione. Se ci fosse una mente isolata, essa non sarebbe in grado di provare l'esistenza del proprio corpo, di altri individui o di un mondo esterno.
Cogito, ergo sum, "penso, dunque sono", ragionò Descartes; ma dopo un tale inizio non fu in grado di scoprire null'altro (oltre Dio), di cui potesse affermare di avere conoscenza. Il suo problema fu che egli non si pose le domande giuste. Non avrebbe dovuto iniziare chiedendosi come sia possibile la conoscenza, ma come sia possibile il pensiero.
Il pensiero richiede concetti. Un filosofo non può dubitare dì essere seduto su una sedia verde, guardando il fuoco, a meno che non abbia i concetti di verde, di sedia, di fuoco, di stare seduto e di guardare. Essere meramente in grado di distinguere cose che sono verdi o sono fuochi non è la stessa cosa che avere i concetti; persino le piante distinguono l'umido dal secco e una piovra può percepire la differenza tra una "v" e una "w". Avere un concetto, però, significa classificare cose che esemplificano il concetto e essere in grado, talora, di incorrere in un errore giudicando che qualcosa esemplica il concetto in realtà non lo fa, proprio come lo scettico quando pensa di poter essere in errore nel ritenere che ci sia veramente una sedia verde su cui è seduto o un fuoco che sta guardando.
Se qualcuno ha un concetto, non solo sa che, nell'applicarlo, potrebbe talora incorrere in un errore; sa anche che questo è proprio quanto accade: sa, cioè, che talora è nel giusto e talora erra - o almeno potrebbe errare. Perciò, avere concetti significa esprimere giudizi e sapere che alcuni dì questi giudizi sono veri ed altri falsi.
Come possiamo arrivare a sapere ciò? Qual è l'origine dei concetti di verità e falsità di errore e di giudizio? E chiaro che un animale che non ha concetti, e dunque è incapace di giudizio, può prosperare in un ambiente complesso, può imparare a elaborare routine, insegnare ai propri piccoli e cooperare con gli altri animali, con vantaggio del gruppo. Niente di questo richiede ciò che chiamiamo ragionamento o giudizi con un contenuto proposizionale. Il pensiero e il linguaggio sembrano concedere benefici evolutivi, ma fino a tempi recenti la vita su questo pianeta è evoluta, senza produrli e certamente non era inevitabile che essi emergessero. Si può speculare sulle ragioni per cui la comunicazione linguistica e il pensiero perdurarono una volta che un accidente li produsse, ma non c'è motivo per tentare di spiegare perché un tale particolare accidente accadde. Ciò che si può ragionevolmente chiedere è quali fossero le condizioni necessarie per l'emergere del pensiero.
C'è una condizione pre-linguistica, pre-cognitiva che è condizione necessaria per il pensiero e per il linguaggio, una condizione che può sussistere indipendentemente dal pensiero e può dunque precederlo.
Questa situazione fondamentale comporta due (o più) individui che interagiscono in risposta a una qualche caratteristica dell'ambiente esterno: ciò che io chiamo triangolazione. C'è qui una triplice interazione, che risulta dalla combinazione di interazioni che sono duplici dal punto di vista dì ciascuno dei due agenti: ognuno di essi interagisce simultaneamente con il mondo e con l'altro agente. Per porre la cosa in maniera leggermente diversa: ogni individuo impara a correlare le reazioni degli altri con gli stessi cambiamenti o oggetti nel mondo a cui essa stessa reagisce. Ciò può essere visto nella sua forma più semplice nei banchi di pesci, in cui ogni pesce reagisce quasi istantaneamente ai movimenti degli altri. In certe scimmie si può osservare una reazione acquisita che produce tre diversi suoni in funzione del fatto che esse vedono avvicinarsi un serpente, un'aquila oppure un leone; le altre scimmie, che magari non vedono direttamente la minaccia, reagiscono ai suoni d'avvertimento con modalità appropriata per i diversi pericoli, arrampicandosi sugli alberi, fuggendo o nascondendosi. In Africa c'è un certo uccello che ama il miele, ma che non è in grado di penetrare in un alveare. Quando questo uccello scopre un alveare, va in cerca degli uomini che raccolgono il miele, poi - volando sopra di loro - torna in direzione dell'alveare, regolando la lunghezza del proprio volo in funzione della distanza da percorrere. Gli uomini, conoscendo questo habitus dell'uccello, sono condotti all'alveare, lo aprono e condividono il miele con l'uccello. E' difficile quasi impossibile - raccontare questa storia senza attribuire pensieri all'uccello, proprio come facciamo, correttamente, nel caso degli uomini che raccolgono il miele. Ma, se si riflette, ci si rende conto che il comportamento dell'uccello, per quanto complesso e indirizzato allo scopo, non può essere dovuto a credenze, desideri o intenzioni dotate di contenuto proposizionale e che il suo volo, per quanto informativo, non costituisce un linguaggio.
Nondimeno, il triangolo appena descritto è essenziale perché possa darsi il pensiero e dunque perché esso possa emergere. Senza tale triangolo, infatti, due aspetti del pensiero rimarrebbero inspiegabili. Questi due aspetti sono l'oggettività del pensiero e il contenuto empirico dei pensieri sul mondo esterno.
Il pensiero, il pensiero proposizionale, è oggettivo nel senso che ha un contenuto il quale (con rare eccezioni) è vero o falso indipendentemente dall'esistenza del pensiero o del pensatore. Da dove prendiamo l'idea che si possa essere in errore, che le cose possano non stare nel modo in cui noi pensiamo stiano? Wittgenstein suggerì che noi nemmeno avremmo il concetto di comprendere in modo giusto o sbagliato, se non fosse per la nostra interazione con gli altri individui. I1 triangolo che ho appena descritto rappresenta una semplice situazione interpersonale. In essa, due (o più) individui correlano le rispettive reazioni ai fenomeni esterni con le reazioni dell'altro (o degli altri). Una volta che queste correlazioni sono stabilite, ogni individuo è nella condizione di attendere il fenomeno esterno allorquando percepisce nell'altro la reazione associata. La possibilità dell'errore dipende dall'occasionale fallimento dell'aspettativa, nei casi in cui le aspettative non si correlano, Wittgenstein esprime questa idea quando parla della differenza tra seguire ma regola e limitarsi a credere di seguirla; egli dice che seguire una regola (comprendere) è, al fondo, una questione di fare come fanno gli altri. Naturalmente, gli altri talora possono sbagliare. Il punto non è che il consenso definisce il concetto di verità, ma che esso crea lo spazio per la sua applicazione. Se ciò è giusto, allora ad essere necessariamente sociale non è soltanto il linguaggio, ma anche il pensiero.
continua
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