RASSEGNA STAMPA

8 GENNAIO 2000
FRANCESCO TOMATIS
La riscoperta di un pensatore cattolico a lungo dimenticato Bartolone: Socrate come sei paradossale
Già negli anni Sessanta lo studioso siciliano aveva analizzato i limiti dell'etica antica rispetto a quella cristiana
Un fecondo confronto con le teorie di Luigi Pareyson
Ora l'editrice Vita e Pensiero ne pubblica l'opera giovanile
Nel celebre discorso con il quale Alcibiade elogia Socrate a conclusione del Simposio di Platone, il giovane politico ateniese paragona il filosofo a una di quelle statue di satiri, demoni ibridi al seguito di una processione dionisiaca. Malgrado i movimenti scomposti e l'apparenza buffonesca se non mostruosa, spaccate in due le statue rivelano contenere meravigliose immagini di dèi. Per Alcibiade così sono i discorsi di Socrate e così Socrate stesso, apparentemente privo di bellezza e di conoscenza, povero e in perenne ricerca, ma perché interiormente ricco e gravido di esse. È a partire da questo topos platonico che s'impegna ad approfondire la figura socratica uno fra i più insigni studiosi viventi di filosofia antica, Pierre Hadot, nel suo Elogio di Socrate recentemente tradotto dal Melangolo. Ma vi è un filosofo italiano scomparso da un decennio, il messinese Filippo Bartolone (1919-1988), che forse ha incarnato e scavato ancor più radicalmente la paradossalità di Socrate. Filosofo cattolico ignoto al grande pubblico, segnato lungo tutta la sua vita dalla malattia fisica: una distrofia muscolare che non gli impedì né l'insegnamento universitario, né la vita familiare, né l'attività intellettuale impegnata civilmente (nel 1943 fu arrestato per antifascismo, nel dopoguerra presiedette il Movimento laureati cattolici, diede vita con Adriano Ossicini al Circolo "Francesco Luigi Ferrari"), Bartolone dedicò alla comprensione del filosofo ateniese uno dei suoi primi libri, uscito nel 1959 e ora riedito a cura del suo allievo Vincenzo Cicero presso Vita e Pensiero, con il titolo Socrate. L'origine dell'intellettualismo dalla crisi della libertà. Socrate restò una costante nella sua ricerca intellettuale ed esistenziale, com'è testimoniato non solo da un altro volume dedicatogli: Momenti essenziali della filosofia morale (1969-1974), ma soprattutto dal suo alto magistero universitario, caratterizzato da una parola sempre sorgiva, incessante, incarnata eticamente, frutto di libertà spirituale e ricerca dialogica della verità comunque trascendente. A Socrate Bartolone predilesse solo l'altra grande figura storica, ma non soltanto storica, sempre misteriosa e meravigliante pur nell'immensa storia delle interpretazioni suscitata: Gesù Cristo. A lui dedicò altri suoi importanti libri: Valenze esistenziali del cristianesimo (1968) e Liberazione e responsabilità (1978).
Infine sviluppò in particolare in Struttura e significato della storia della filosofia (1964) una propria ontologia della libertà, alla quale si deve un fecondissimo confronto con la filosofia della libertà del filosofo torinese Luigi Pareyson durato a lungo negli anni. Nel volume giovanile su Socrate Bartolone prospetta già tutta la sua filosofia successiva, dedicando un'ampia parte alla simbolicità di Gesù Cristo, nonché di quando in quando facendo emergere e formulando la propria concezione dell'essere e della libertà, rispetto alla quale meglio comprendere la problematica trattata. In Socrate Bartolone scorge il nascere dell'eticità: non l'ethos della polis greca quale laicizzazione del divino nel "diritto naturale" da essa prepotentemente incarnato, ma la coscienza morale dell'individuo, libero e persino religioso attraverso la propria anima, e non perché vincolato da presunte leggi naturali di asservimento allo Stato.
Tuttavia la nascita della coscienza morale in Socrate è subito incrinata dal suo intellettualismo, ereditato dalla rigida identificazione parmenidea fra essere e pensiero. La scelta morale è necessariamente vincolata alla conoscenza intellettuale, quindi non è propriamente libera. Solo a una concezione dell'essere stesso come libertà, come attualità precedente ogni possibilità o necessità, può corrispondere un'etica della libertà, della libertà umana. Socrate incarna eticamente e storicamente quel tentativo di nascita della coscienza morale che la stessa tragedia greca, con il Prometeo di Eschilo in particolare, ha espresso nel rappresentare l'impossibile passaggio da una ierofania estetica ad una simbolica: il manifestarsi del divino nel mondo umano può avvenire solo attraverso la negazione della libertà umana. Il limite massimo a cui la grecità può giungere è la coscienza intellettuale della libertà individuale, ma nell'impossibilità di realizzarla eticamente, di farla esistenzialmente propria. Solo in Gesù Cristo, perfetto uomo: santo, e perfetto Dio: trascendente la fisicità mortale, il simbolo è al tempo stesso autentico e reale, significato vero e significante incarnante la verità. Nella simbolicità cristiana, unente in sé storicità e trascendenza, la libertà umana è giustificata dalla sua origine divina, dall'originaria libertà dell'essere stesso. Per il mondo greco di cui Socrate è incarnazione storica della profonda tragedia, la libertà sta invece solo nella contemplazione del suo venir meno. Come ricorda Bartolone, Omero nell'Iliade fa dire ad Aiace: "Iddio padre, sgombra da questa nebbia i figli degli achei; fai il sereno; fa che con gli occhi io possa vedere: morire fammi, ma nella luce".
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Filosofia e Religione