La riscoperta di un pensatore cattolico a lungo dimenticato
Bartolone: Socrate come sei paradossaleGià negli anni Sessanta lo studioso siciliano aveva analizzato i limiti dell'etica
antica rispetto a quella cristiana Un fecondo confronto con le teorie di Luigi Pareyson Ora l'editrice Vita e Pensiero ne pubblica l'opera giovanile |
| Nel celebre discorso con il quale Alcibiade elogia Socrate a conclusione del
Simposio di Platone, il giovane politico ateniese paragona il filosofo a una di quelle
statue di satiri, demoni ibridi al seguito di una processione dionisiaca. Malgrado i
movimenti scomposti e l'apparenza buffonesca se non mostruosa, spaccate in due le
statue rivelano contenere meravigliose immagini di dèi. Per Alcibiade così sono i
discorsi di Socrate e così Socrate stesso, apparentemente privo di bellezza e di
conoscenza, povero e in perenne ricerca, ma perché interiormente ricco e gravido di
esse. È a partire da questo topos platonico che s'impegna ad approfondire la figura
socratica uno fra i più insigni studiosi viventi di filosofia antica, Pierre Hadot, nel suo Elogio di Socrate recentemente tradotto dal Melangolo.
Ma vi è un filosofo italiano scomparso da un decennio, il messinese Filippo
Bartolone (1919-1988), che forse ha incarnato e scavato ancor più radicalmente la
paradossalità di Socrate. Filosofo cattolico ignoto al grande pubblico, segnato lungo
tutta la sua vita dalla malattia fisica: una distrofia muscolare che non gli impedì né
l'insegnamento universitario, né la vita familiare, né l'attività intellettuale impegnata
civilmente (nel 1943 fu arrestato per antifascismo, nel dopoguerra presiedette il
Movimento laureati cattolici, diede vita con Adriano Ossicini al Circolo "Francesco
Luigi Ferrari"), Bartolone dedicò alla comprensione del filosofo ateniese uno dei
suoi primi libri, uscito nel 1959 e ora riedito a cura del suo allievo Vincenzo Cicero
presso Vita e Pensiero, con il titolo Socrate. L'origine dell'intellettualismo dalla
crisi della libertà. Socrate restò una costante nella sua ricerca intellettuale ed
esistenziale, com'è testimoniato non solo da un altro volume dedicatogli: Momenti
essenziali della filosofia morale (1969-1974), ma soprattutto dal suo alto
magistero universitario, caratterizzato da una parola sempre sorgiva, incessante,
incarnata eticamente, frutto di libertà spirituale e ricerca dialogica della verità
comunque trascendente.
A Socrate Bartolone predilesse solo l'altra grande figura storica, ma non soltanto
storica, sempre misteriosa e meravigliante pur nell'immensa storia delle
interpretazioni suscitata: Gesù Cristo. A lui dedicò altri suoi importanti libri: Valenze esistenziali del cristianesimo (1968) e Liberazione e responsabilità (1978).
Infine sviluppò in particolare in Struttura e significato della storia della filosofia
(1964) una propria ontologia della libertà, alla quale si deve un fecondissimo
confronto con la filosofia della libertà del filosofo torinese Luigi Pareyson durato a
lungo negli anni.
Nel volume giovanile su Socrate Bartolone prospetta già tutta la sua filosofia
successiva, dedicando un'ampia parte alla simbolicità di Gesù Cristo, nonché di
quando in quando facendo emergere e formulando la propria concezione dell'essere
e della libertà, rispetto alla quale meglio comprendere la problematica trattata. In
Socrate Bartolone scorge il nascere dell'eticità: non l'ethos della polis greca quale
laicizzazione del divino nel "diritto naturale" da essa prepotentemente incarnato, ma
la coscienza morale dell'individuo, libero e persino religioso attraverso la propria
anima, e non perché vincolato da presunte leggi naturali di asservimento allo Stato.
Tuttavia la nascita della coscienza morale in Socrate è subito incrinata dal suo
intellettualismo, ereditato dalla rigida identificazione parmenidea fra essere e
pensiero. La scelta morale è necessariamente vincolata alla conoscenza intellettuale,
quindi non è propriamente libera. Solo a una concezione dell'essere stesso come
libertà, come attualità precedente ogni possibilità o necessità, può corrispondere
un'etica della libertà, della libertà umana.
Socrate incarna eticamente e storicamente quel tentativo di nascita della coscienza
morale che la stessa tragedia greca, con il Prometeo di Eschilo in particolare, ha
espresso nel rappresentare l'impossibile passaggio da una ierofania estetica ad una
simbolica: il manifestarsi del divino nel mondo umano può avvenire solo attraverso la negazione della libertà umana. Il limite massimo a cui la grecità può giungere è la
coscienza intellettuale della libertà individuale, ma nell'impossibilità di realizzarla
eticamente, di farla esistenzialmente propria. Solo in Gesù Cristo, perfetto uomo:
santo, e perfetto Dio: trascendente la fisicità mortale, il simbolo è al tempo stesso
autentico e reale, significato vero e significante incarnante la verità. Nella simbolicità
cristiana, unente in sé storicità e trascendenza, la libertà umana è giustificata dalla
sua origine divina, dall'originaria libertà dell'essere stesso. Per il mondo greco di cui
Socrate è incarnazione storica della profonda tragedia, la libertà sta invece solo nella
contemplazione del suo venir meno. Come ricorda Bartolone, Omero nell'Iliade fa
dire ad Aiace: "Iddio padre, sgombra da questa nebbia i figli degli achei; fai il
sereno; fa che con gli occhi io possa vedere: morire fammi, ma nella luce". |