RASSEGNA STAMPA

8 GENNAIO 2000
GIULIANO GRAMIGNA
Riapriamo il libro dei sogni
A cento anni dall'uscita della "Traumdeutung", atto di nascita della psicoanalisi artisti e scrittori svelano la loro vita onirica. Illuminando i rapporti tra inconscio e creazione
"L'interpretazione dei sogni" di Sigmund Freud ha cent'anni. In realtà, anche intorno a questa pietra miliare della conoscenza umana si può impiantare un giochetto di date, un po' come quello che ci ha tormentato ultimamente, sulla vera fine del secolo. Il volume della "Traumdeutung" uscì in realtà (teste Jones) il 14 novembre 1899, ma l'editore volle sul frontespizio la data del 1900. Fiuto ammirevole, si dirà: il Novecento nasceva a un solo parto con la scoperta destinata a marchiarlo per sempre. Freud stesso ha definito il sogno come la "via regia", la via privilegiata all'inconscio: il quale inconscio comincia a parlare pubblicamente con l'analisi del sogno detto "dell'iniezione di Irma".
Nella "Interpretazione", si può dirlo, c'è già tutto quello che costituirà la psicoanalisi. E la lieve falsificazione di data è più autentica e significativa della verità. Con quell'opera, Freud spacca l'epoca, separa irreversibilmente il nuovo dal vecchio secolo, è già il padre dei futuri cent'anni; ma non rinnega di essere il figlio del Positivismo, delle grandi fedi scientiste ottocentesche. Il sogno, s'intende, è stato fino dalle origini dell'umanità l'enigma e il dono dell'essere parlante (dell'essere non-parlante, poco sappiamo). Letteratura e filosofia hanno avuto a che fare continuamente con i sogni: da Omero ad Aristotele, a Leopardi, a Dostoevskij. "Odi Melisso, io vo' contarti un sogno", comincia una poesia leopardiana; condizione psicoanalitica per eccellenza: un sogno non viene solo sognato, ma "raccontato". A chi si racconta un sogno? Sandor Ferenczi cita un epigramma di Lessing in risposta: "Alba mi racconta sempre, al mattino, i suoi sogni. / Alba dorme per sé ma sogna per me". Ci si può chiedere, fuori dalla clinica (o forse, sempre dentro la dimensione clinica) a che fine, a che bisogno risponde il ricorso così frequente di poeti e narratori al sogno, nelle loro opere. Tale ricorso spesso risponde a un obbligo espressivo: il sogno di don Rodrigo, nei "Promessi sposi", non è mera arguzia retorica ma vera e propria invenzione narratologica.
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Il mondo dell'uomo