RASSEGNA STAMPA

8 GENNAIO 2000
ALESSANDRO ARMATI
Un Machiavelli demitizzato: restano virtù e antiutopia
Quentin Skinner, " Machiavelli", Il Mulino, Pagine 120. Lire 16.000
Per capire lo "scandalo" pressoché perpetuo suscitato dall'opera di Machiavelli può valere quanto provocatoriamente Baudelaire diceva di Poe, cioè che egli aveva "imperturbabilmente affermato la malvagità naturale dell'uomo". Tutto il pensiero del segretario fiorentino si fonda infatti sul rifiuto di muovere, in politica, da una visione troppo idealizzata dell'uomo e del potere. Questo senso tragico dell'uomo e della politica sta alla radice di quel fascino sinistro e ambiguo di cui Machiavelli ha sempre goduto, e per cui spesso è stato visto dalla critica come un agente del demonio, quando non addirittura come il demonio tout court. Si pensi ad esempio a Leo Strauss, che lo descrive come un "maestro di malvagità". Ma basta anche solo riflettere sul significato corrente del sostantivo "machiavellismo", che è sinonimo di astuzia, doppiezza, raggiro e amoralità. "Compito dello storico è però quello di essere l'angelo che ricorda, non il giudice che condanna", fa notare lo studioso inglese Quentin Skinner nel suo recente Machiavelli, un libro che si sforza di offrire una nuova e pacata visione d'insieme del segretario fiorentino, aliena da giudizi moralistici e molto attenta ai risultati delle ultime ricerche. L'obiettivo principale di Skinner è quello di demitizzare Machiavelli.
E per farlo si preoccupa di inserirne le opere principali, in particolare il Principe e i Discorsi, all'interno del contesto storico e biografico in cui esse nacquero. Egli dimostra, ad esempio, come il Principe (1513) sia stato concepito e organizzato apposta per spingere i Medici, nuovi signori di Firenze, a fornire a Machiavelli qualche incarico dopo che egli era rimasto disoccupato a seguito della caduta della repubblica (1512). Ma Skinner non si limita a queste considerazioni deterministiche. Egli parla anche, in positivo, della rivoluzione operata da Machiavelli sul concetto di virtù su cui erano imperniati tutti i precedenti libri di consigli ai principi (un vero e proprio genere letterario). In quelle opere la virtù in politica veniva identificata con la rigida osservanza di precetti morali, in Machiavelli invece essa "consiste nel riconoscere la forza delle circostanze, nell'accettare ciò che detta la necessità, e nell'armonizzare il proprio comportamento con i tempi". Ne esce dunque una figura animata da un profondo sentimento tragico, in polemica spesso ironica con l'ingenuo utopismo del pensiero politico precedente.
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vedi anche
Filosofia (e) politica