2000, la scienza ci racconta il suo romanzoLa grande sfida di oggi è la divulgazione.
Al limite della fiction. Un bene o un male? Per Ziman viviamo nell'era di un sapere post-accademico. La ricerca decisa
oltre i laboratori Il problema è coniugare il nuovo bisogno
di comunicazione con il rigore
e lo spirito critico |
| Pare che gli scienziati siano la vera novità letteraria degli ultimi anni. Scrivono moltissimo e in modo sempre più accattivante. Non si limitano alla divulgazione d'autore, ma spaziano a 360 gradi: dal racconto al romanzo, dal teatro alla poesia. E inventano perfino nuovi generi, come la "Science Fiction": storie romanzate sostenute da una scienza rigorosa.
La novità riguarda soprattutto, ma non solo, gli uomini di scienza di origine anglosassone, che per ragioni sia di mercato che di cultura, da sempre si esercitano a divulgare la scienza al pubblico dei non esperti. Ed è una novità in linea con i tempi. O, se volete, in linea con le mutate necessità del mondo scientifico. Viviamo, sostiene il fisico teorico esperto in sociologia della scienza John Ziman, nell'era della scienza post-accademica. Ovvero nell'era in cui le decisioni su cosa e persino su come ricercare non sono più un monopolio esclusivo dei singoli scienziati o di piccoli gruppi di scienziati, ma sono il prodotto di decisioni di comunità sempre più allargate e indistinte, che si formano a livello sempre più internazionale e comprendono, certo, gli scienziati, ma anche burocrati, industriali, politici, bioetici, sindacati, operatori sociali, movimenti e organizzazioni non governative, grande pubblico. La ricerca sull'Aids è un classico esempio di scienza post-accademica.
In questa mutazione profonda nella sociologia della scienza, la comunicazione al pubblico dei non esperti da semplice optional si è trasformata in esigenza inderogabile. "Voglio che mi spiegate, in una sola paginetta, perché il governo di Sua Maestà dovrebbe investire milioni di sterline nella ricerca del bosone di Higgs", chiese, anzi pretese, alcuni anni fa un ministro inglese da un gruppo, attonito, di fisici delle alte energie.
Quasi improvvisamente, in tutto l'occidente, gli scienziati hanno toccato con mano quanto poco profonda fosse la penetrazione della cultura scientifica nella società. E, anche per una questione di sopravvivenza, hanno capito che la società nel suo complesso ha bisogno di avere più informazione scientifica. E che loro, gli scienziati, hanno l'esigenza, inderogabile, di imparare a comunicare con il pubblico dei non esperti.
Nell'era accademica lo scienziato poteva chiudersi nella sua torre d'avorio e scegliere di comunicare scienza solo ai propri colleghi esperti. Nell'era della scienza post-accademica, lo scienziato ha la necessità, vitale, di uscire dalla torre d'avorio e cercare di farsi ascoltare. Per questo l'offerta di divulgazione scientifica d'autore è aumentata. E per questo gli scienziati battono nuove strade letterarie, anche le più inusuali.
Questa è la forza scatenante della nuova stagione scientifico-letteraria. Ma questa è, in qualche modo, anche la sua debolezza. La grande parte delle opere degli scienziati resta pura divulgazione. Ben scritta, accattivante, talvolta divertente: ma pur sempre divulgazione pura. Ovvero traduzione in volgare di concetti e contenuti scientifici quasi sempre abbastanza consolidati. In altri termini gli scienziati continuano a distinguere l'oggetto della comunicazione sulla base del pubblico cui si rivolgono. Ai loro colleghi esperti comunicano, in gergo tecnico, la scienza d'avanguardia: entrando nel vivo dei problemi ancora aperti, che creano dibattito, passione e "pensiero nuovo". Al pubblico dei non esperti comunicano, in genere, i risultati già acquisiti e spogliati, quasi sempre, della passione umana e culturale che li avviluppava quando quei risultati erano ancora da conquistare. Fanno, cioè, divulgazione. Ora, la divulgazione è un'arte nobile che svolge una nobile missione. E la nuova attitudine letteraria di molti scienziati sta rinnovando quest'arte con buoni risultati. Tuttavia la ricerca scientifica ha raggiunto con la specializzazione tecnica una tale estensione e una tale velocità di sviluppo, da richiedere un'interpretazione critica costante al più alto livello e la più diffusa possibile. Occorre entrare nei problemi scientifici aperti e analizzarli il più a fondo possibile non solo nelle loro pieghe tecniche, ma anche nei risvolti culturali più ampi, storici, filosofici, sociologici, politici. Di questa costante "critica della scienza" hanno bisogno gli scienziati (per riflettere con una visione la più ampia possibile sulle cose
che stanno facendo), come la società (per cercare di capire dove conducono le ricerche scientifiche che finanzia).
Se tutto questo è vero, se oltre alla comunicazione divulgativa (traduzione dal gergo tecnico) c'è bisogno di una comunicazione critica (interpretazione
profonda ed estesa dei contenuti scientifici attuali), restano aperte due domande. Gli scienziati stanno dimostrando una soddisfacente capacità di comunicazione critica? E la comunicazione attraverso il genere letterario è il mezzo migliore per farla?
Entrambe le domande, probabilmente, ammettono la medesima risposta: no. Sono pochi gli scienziati che, come per esempio il paleontologo e storico della biologia evolutiva Stephen Jay Gould, entrano nel vivo dei problemi scientifici e affrontano i temi di fondo del loro ambito disciplinare, senza rinunciare a una stilla del rigore necessario, attraverso strumenti di comunicazione accessibili anche al pubblico dei non esperti.
E non è un caso che Stephen Jay Gould per fare comunicazione critica della scienza resti nel genere del saggio. Scritto bene, certo. Ma pur sempre un saggio. Non é che sia impossibile, in linea di principio, fare buona letteratura e buona comunicazione critica della scienza, Galileo Galilei, per esempio, ci riusciva benissimo. Ma per riuscirci, probabilmente, occorre essere contemporaneamente un genio scientifico e un genio letterario. Il che accade piuttosto di rado. |