"Chi esalta la guerra è un reazionario"| "La rivolta libertaria", gli scritti politici del romanziere |
| Come si può essere rivoluzionari e al tempo stesso giustificare la soppressione delle libertà? Gran parte degli intellettuali marxisti rispondeva che la repressione era necessaria al cammino della storia verso il socialismo: un "assurdo storico" per Camus. "Dirsi rivoluzionari ed esaltare la pena di morte, la limitazione delle libertà e la guerra significa essere reazionari (...) E la ragione per cui oggi viviamo dentro una storia reazionaria è proprio perché i rivoluzionari contemporanei hanno accettato un linguaggio del genere" scriveva nel 1949. Il testo, dal titolo "Intervista non pubblicata", breve e incisivo, viene ora ad aprire la raccolta dei saggi politici scritti da Camus nell'arco di vent'anni ("La rivolta libertaria", a cura di Alessandro Bresolin, con prefazione di Goffredo Fofi, Ed. Eléuthera, 216 pp., 26.000 lire), finora rimasti in gran parte inediti in Italia, e che appaiono oggi straordinariamente attuali. Sono i più recenti scritti di Camus apparsi in Italia. Che tratti del franchismo, della repressione in Ungheria, delle disumane condizioni di vita dei fellah nelle campagne della Cabilia o ancora delle rivolte operaie di Berlino e di Poznan, e soprattutto della guerra d'Algeria, per lui, "la verità di un pensiero non si stabilisce a seconda che sia di destra o di sinistra, e ancor meno per come decidono di utilizzarlo la destra e la sinistra". Mentre ribadisce che, senza libertà non può esserci socialismo, esprime il suo sdegno per il modo in cui l'Europa occidentale degli anni '50 ha rivalutato l'anticomunista Franco e l'ipocrisia della logica del "non intervento" delle democrazie. Sì, come scrive Fofi, "gli intellettuali barano, e Camus rifiutava di barare". Da vero laico, si appellava a una "permanente fraternità tra coloro che lottano contro il fato", contro le ingiustizie, la schiavitù, il totalitarismo, ma soprattutto contro il furto delle coscienze e gli strumenti tutti di cui si serve il potere per rendere gli individui consenzienti al suo dominio. I suoi scritti si attualizzano in un dopoguerra che termina fra il 1989 e il 1991: rimangono vivi per il semplice motivo che il persistere della crisi economica e il crescere dei nazionalismi e degli integralismi non si è fermato, fanno temere un inizio di millennio oscuro la lotta contro l'ingiustizia, l'oppressione, e l'oscurantismo è un'impresa "sisifiana". Rincresce però che questa raccolta non annoveri i testi contro la pena dì morte: contro il vergognoso e insensato stereotipo della legge del taglione egli scrisse, fra i primi, se non per primo, in Francia già nel 1957 con Arthur Koestler. Intendeva far cambiare la legge francese influenzando l'opinione pubblica su questo rito "primitivo", assolutamente indegno della civiltà contemporanea."La pena di morte è ingiusta e profondamente nociva" intitolò un suo articolo. Suo padre, gli raccontarono, aveva deciso di assistere a una esecuzione; il delitto era particolarmente ributtante: un operaio agricolo preso da un delirio sanguinario aveva massacrato una famiglia di fittavoli con i loro bambini. "Si alzò nel mezzo della notte per recarsi sul luogo, mescolato a una folla immensa. Di ciò che vide quella mattina, non disse niente a nessuno. Mia madre mi raccontò che era tornato a casa come una ventata, con il viso stravolto, si era rifiutato di parlare, e all'improvviso aveva cominciato a vomitare". E qui traspare la morale "semplice" di Camus: "Se la giustizia provoca il vomito dell'uomo che dovrebbe proteggere, sembra difficile sostenere che è destinata a diffondere più pace e ordine nella città". |