CHE COSA SI STUDIA OGGI
NELLE FACOLTA' DI PSICOLOGIA?| Cari ragazzi studenti dell'anima |
| Ci sono alcuni saperi che, chissà perché, tendono ad essere
emarginati, tenuti accuratamente nascosti, non insegnati e in
ogni caso non incrementati, a differenza di altri la cui
attinenza con l'oggetto è tutta da dimostrare, così come è da
dimostrare la loro validità scientifica. Sto parlando delle
scienze psicologiche e di quelle psichiatriche che vanno
sempre più attestandosi sul versante biologico-naturalistico
e sempre meno sul versante propriamente umano, anche se
l'uomo continua ad essere l'oggetto specifico della loro
competenza.
A differenza di quanto accade in medicina, infatti, in
psichiatria i sintomi non sono dati oggettivi, ma esperienze
vissute che hanno una dimensione narrativa e storica, quindi
più vicina alle scienze "umane" che a quelle "esatte". Oggi,
come scrive lo psichiatra Eugenio Borgna in Noi siamo un
colloquio (Feltrinelli, pagg. 232, lire 30.000), "dilaga una
psichiatria dell'esteriorità" che guarda i sintomi e prescrive i
farmaci senza minimamente preoccuparsi di "cosa ci sia
dietro i sintomi (di una depressione ad esempio) e di come
ogni paziente riviva nella sua soggettività i modi d'essere
nell' angoscia, nell'ossessività e nella felicità sfrenata che
sono poi i modi di essere di ogni esperienza neurotica e di
ogni esperienza psicotica".
Ma esiste un sapere capace di scavare dietro il sintomo e di
entrare in comunicazione con i vissuti di chi soffre? Signorsì,
esiste e si chiama psicopatologia, un sapere inaugurato da
Karl Jaspers nel 1913 con la sua Psicopatologia generale
(un'opera continuamente riedita in italiano da Il Pensiero
Scientifico Editore, pagg. 954, lire 80.000), di cui la
psichiatria italiana sembra fare allegramente a meno,
probabilmente perché "comprendere" (in senso jaspersiano)
un paziente non porta alcun contributo al mercato
farmaceutico.
Giorni fa sono stato invitato dalla professoressa Maria
Armezzani della facoltà di Psicologia dell'università di
Padova non a fare una conferenza o a partecipare a un
convegno, ma a rispondere alle domande di
trecentocinquanta studenti di psicologia che avevano scelto
l'indirizzo clinico e autonomamente si erano riuniti nell'aula
magna di quella facoltà non per fare la rivoluzione, ma per
chiedere qualche insegnamento che facesse loro
comprendere che cos' è, dal punto di vista psicologico, il
disagio mentale al di là di quanto si potesse apprendere dai
corsi di anatomia, biologia, neurofisiologia, statistica, teoria
e tecniche dei test.
Oltre a me, la professoressa Maria Armezzani aveva
invitato due psichiatri, Giovanni Stanghellini e Gilberto Di
Petta, che ancora non hanno disgiunto la psichiatria dalla
psicopatologia, che è poi quella negletta scienza che va al di
là delle sintomatologie cliniche, che formano l'oggetto della
psichiatria, per cogliere il nocciolo interiore del disagio
psichico senza lasciarsi imbrigliare dalla esteriorità della
sintomatologia separata dal vissuto che la alimenta.
Ora la facoltà di Psicologia dell'Università di Padova è la
prima e la più frequentata d'Italia con i suoi 10.000 studenti,
160 docenti e più di 100 insegnamenti. Dei quattro indirizzi
che gli studenti possono seguire l'80 per cento, mi riferiva il
professor Sadi Marhaba, sceglie quello clinico, dove la
psicopatologia compare in due insegnamenti sui cento
disponibili, e per giunta come esame complementare che si
può anche non fare. Obbligatori sono invece gli esami di
statistica e di testistica, come se nell'approccio clinico
capire cosa passa nel vissuto del paziente avesse
decisamente meno rilevanza di quanto non ne abbia
rassemblare dati grezzi per indagini statistiche, o
somministrare test che danno tanto l'impressione di
scientificità, dove è garantita la professionalità dello
psicologo anche nel fallimento dell'incontro.
Ma poi che credibilità dare a questi test che occupano tanta
parte degli studi di psicologia? Hathaway, psicofisiologo, e
McKinley, neuropsichiatra, hanno ideato alla fine degli anni
'30 il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI),
il testo oggettivo di personalità tuttora più conosciuto e
diffuso nel mondo. Ma nel 1972 in un articolo che ha per
titolo: "Where have we gone wrong? The mistery of the
missing progress" (in J.N. Butcher - Ed. -, Objective
Personality Assessment, Academic Press, New York,
1972), Hathaway muove critiche radicali all'impiego dei
metodi naturalistici nell'indagine sulla personalità,
rimangiandosi, con rara onestà, il lavoro di tutta una vita che
lo aveva reso famoso. Ecco le sue parole: "Se il lettore
sostiene la tesi che lo sforzo degli ultimi quarant'anni abbia
prodotto test e inventari di personalità di sicura efficacia,
lascio a lui il compito di provarlo... Devo ammettere che
posso impiegare solo deboli argomenti a favore della
validità pratica dei test... Se mi chiedessero di esibire un'
evidenza convincente che, in un'ora, un determinato
intervistatore non può fare bene e meglio, non esiterei ad
accettare la sfida".
Hathaway cerca quindi i motivi del fallimento (questo è il
mistero) in una serie di indizi: il costrutto elusivo, l'origine
complessa, i criteri impossibili, la strategia improduttiva,
arrivando alla conclusione che non si possono applicare
nello studio della personalità "gli stessi strumenti matematici
e gli stessi disegni di ricerca che sono serviti per risolvere
problemi in altri campi della scienza". E questo perché:
"L'analisi fattoriale, l'analisi della varianza e altri feticci sono
procedure standard per l'analisi della personalità, ma ciò
che non va nei test è stato causato proprio dalla
applicazione di queste strategie statistiche", per cui "lancio
una sfida alla metodologia della scienza applicata alla
psiche, invocando perfino uno scetticismo iconoclasta;
comunque non darò nessuna direttiva convincente per
qualcosa di nuovo".
A mo' di chiosa Hathaway osserva che: "Leggendo questo,
un collega dichiarò che si stanno facendo molti progressi
nella conoscenza della schizofrenia stabilendo o osservando
correlazioni e procedendo nella scoperta di parametri che
sembrano riferirsi all'andamento non lineare di "r(a)". Ma un
altro collega disse che, alla mia età, potevo permettermi di
dire qualunque cosa. Grazie a questo privilegio, rispondo al
mio primo collega che lo sapevo già. Ho visto così tanti
parametri e correlazioni sulla schizofrenia cambiare in
continuazione, che la sua fiducia sembra essere basata più
su un entusiasmo giovanile verso la scienza che sulla
probabilità che si stiano facendo effettivi progressi".
Il testo completo di Hathaway è apparso in traduzione
italiana nel volume La diagnosi testologica (a cura di Franco Del Corno e Margherita Lang, Franco Angeli Editore, 1989) con il titolo: Dove abbiamo sbagliato? Il mistero del progresso scomparso, ma gli studenti oggi non lo possono più leggere perché nella riedizione del 1997 sono riapparsi tutti gli altri saggi tranne questo. Onori alla scientificità della ricerca e all'onestà intellettuale. Per chi oggi ne vuol sapere qualcosa consiglio l'ottimo lavoro di Maria Armezzani, L'indagine di personalità (La Nuova Italia Scientifica, 1995) dove c'è un paragrafo dedicato al ripensamento di Hathaway, con un riassunto e la trascrizione di molti passi, nonché i cambiamenti intervenuti nella somministrazione del test, che però riguardano solo la standardizzazione su nuovi campioni e lo svecchiamento di alcuni item, ma non la struttura dell'inventario che resta ancorata alle stesse superate categorie per giunta rinnegate dal suo ideatore.
Contro questo modo di fare psicologia e psichiatria, in Italia
conducono la loro quasi solitaria battaglia gli psichiatri
Bruno Callieri da un lato ed Eugenio Borgna dall'altro.
Quest'ultimo autore di saggi fondamentali sulla depressione,
la schizofrenia, l'angoscia, che ciascuno, e non solo lo
specialista, può leggere nelle Edizioni Feltrinelli per scoprire
cosa si nasconde in ogni anima che non voglia comprimere
e pietrificare nelle definizioni psichiatriche stati d'animo
fluttuanti e mutevoli, esperienze vissute, ferite inferte e
lacerazioni subite che sembrano allontanare chi ne è afflitto
da una "norma" che resta comunque e sempre problematica
e astratta.
Nel suo ultimo libro: Noi siamo un colloquio, Borgna adotta
per titolo l'espressione di Hölderlin per significare che non si dà diagnosi e cura se si trascura quel tratto specifico
dell'uomo (che la psicopatologia a indirizzo fenomenologico
non si stanca di ribadire) che è quello di essere in perenne
comunicazione con sé e con gli altri, per cui in ogni dialogo,
in ogni colloquio siamo aperti al mondo degli altri e al nostro
mondo interiore nella loro continua e dialettica correlazione.
Talvolta, scrive Borgna, "quando siamo lambiti o sommersi
dalla tristezza, che è il nocciolo segreto di ogni depressione,
il dialogo con la nostra interiorità continua, ma quello con il
mondo degli altri si attenua e si smorza, fino a inaridirsi e a
perdersi nella solitudine ancora virtualmente aperta, del
resto, a qualche scheggia dialogica e colloquiale". Chiudere
quest'apertura con diagnosi "oggettive" e con cure
esclusivamente farmacologiche, significa spegnere non solo
il colloquio con gli altri, ma anche il colloquio con se stessi,
svuotandolo di ogni significato e inaridendolo in un deserto
dove nessuno più chiama e il silenzio si fa assordante. Senza
colloquio c'è il misconoscimento della soggettività e di quel
che si muove nei suoi abissi. E certamente non è possibile
restaurare la soggettività, sempre cercata e sempre perduta,
con pratiche terapeutiche che non hanno in vista il soggetto,
ma solo il sintomo e il disturbo sociale che arreca. Sin-tomo
è parola greca che significa "accadere insieme". Insieme al
sintomo accade un vissuto soggettivo che la psicopatologia
cerca di "comprendere" (in senso jaspersiano) mentre la
psichiatria a orientamento naturalistico cerca di "spiegare"
con il metodo della scienza e della natura, ottenendo come
risultato quello che Jaspers scrive nella sua Psicopatologia
generale: "È possibile spiegare qualcosa senza
comprenderlo", perché la "spiegazione" prescinde dalla
soggettività a cui la "comprensione" si rivolge. Ma per
questo occorre "in relazione", "essere in dialogo" anche se,
come già scriveva Kafka: "Prescrivere ricette è facile,
parlare con la gente è molto più difficile".
Partendo dagli abissi della soggettività, oscillando intorno a
quel limite che si muove tra il comprensibile e
l'incomprensibile, Borgna sviluppa una psicopatologia della
condizione depressiva, della condizione isterica, di quella
paranoica, di quella delirante e di quella tossica dove scorge
una fuga dalle condizioni di vuoto esistenziale e un tentativo
disperato di riempire questo vuoto assegnando alla droga il
compito di far brillare in modo "stupefacente" un senso nel
deserto dell'insignificanza.
Accostare la tossicodipendenza dall'esterno, come avviene
nei centri deputati alla distribuzione controllata ma
indifferente del metadone, significa allontanarsi già da subito
dalle strutture profonde del tossicodipendente. Significa
"non essere in colloquio", e come dice Hölderlin "non
potersi ascoltare l'un l'altro". Con l'avvertenza che il poter
ascoltare non è una conseguenza che deriva dal parlare
insieme, ma ne è piuttosto il presupposto.
"La psicopatologia - conclude Borgna - è una disciplina
debole e indifesa nel contesto di una psichiatria nella quale
la farmacologia e l'indifferenza al dialogo (al colloquio)
abbiano a dilagare con il timbro trionfale di molta musica
wagneriana; ma, nel ritorno alla psicopatologia (nel ritorno
all'interiorità come area tematica di ogni psichiatria), mi
sembra di cogliere una modalità di riflessione che consenta
alla psichiatria di non morire nel deserto della routine e nella
banalizzazione delle cose".
Agli studenti di psicologia con indirizzo clinico di Padova
che chiedono come si può comprendere, al di là dei test, il
disagio e la sofferenza a cui la loro laurea dovrebbe in
qualche modo abilitarli, consiglio loro di dedicare un bel po'
del loro tempo ai libri di psicopatologia, magari
incominciando proprio da quest'ultimo di Eugenio Borgna:
Noi siamo un colloquio, perché altrimenti siamo una
solitudine chiusa in se stessa. E sotto le apparenze della
professionalità, che ostenta sicurezza e ottiene
riconoscimento sociale, siamo un'isola che dolorosamente
non riesce a farsi dialogo, quando invece è proprio questo il
compito dello psicologo e dello psichiatra. |