Il mondo di Platone La Repubblica di Platone: indice generale Il testo di Platone
Max Weber

La caverna secondo Weber

Il testo di Weber
Scienza e situazione esterna
Il movimento del sapere
La razionalizzazione
La morte
La comunicazione del sapere
I demoni
Lo spazio della scelta
Il sociologo tedesco Max Weber menziona l'allegoria platonica della caverna nella sua conferenza del 1919 Wissenschaft als Beruf (La scienza come professione).
Questa conferenza si interroga sul problema del significato etico del lavoro intellettuale. Analogamente, l'allegoria della Repubblica si propone di spiegare che cosa si intende per paideia o per cultura in senso etico, politico, pedagogico. Anche per questo il riferimento di Weber a Platone non è puramente ornamentale.

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Il testo di Weber

Vi ricorderete di quella meravigliosa immagine all'inizio del settimo libro della Politeia di Platone: quei cavernicoli incatenati, il cui viso è rivolto alla parete di roccia davanti a loro - dietro di loro sta la fonte di luce, che non possono vedere - si occupano perciò solo delle immagini d'ombra che essa getta sulla parete e cercano di stabilirne il nesso. Finché uno di loro riesce a spezzare le catene, e si volta e si accorge: il sole. Abbagliato, brancola intorno e parla balbettando di ciò che ha visto. Gli altri dicono che è pazzo. Ma a poco a poco egli impara a guardare nella luce e allora è suo compito scendere fra i cavernicoli e condurli in alto alla luce. Egli è il filosofo, ma il sole è la verità della scienza, che sola non rincorre illusioni ed ombre, bensì il vero essere.
Ebbene, chi oggi si pone così, nei confronti della scienza? Oggi, piuttosto, il sentimento della gioventù è proprio l'opposto: le costruzioni di pensiero della scienza sono un regno sotterraneo di astrazioni artificiose, che cercano di prendere con le loro mani smagrite il sangue e la linfa della vita effettuale. Ma è qui nella vita, in ciò che per Platone era il gioco d'ombre sulle pareti della caverna, che pulsa la realtà effettuale. Il resto sono spettri senza vita, astratti da questa e null'altro. Come si è consumato questo cambiamento? L'entusiasmo appassionato di Platone si spiega, in ultima analisi, perché allora per la prima volta si era scoperto consapevolmente il senso di uno dei più grandi mezzi del pensiero scientifico: il concetto. [...] Qui per la prima volta sembrò a disposizione un mezzo con cui stringere chiunque nella morsa della logica, così da non lasciarlo uscire senza ammettere o di non sapere nulla, o che questa e non altra è la verità, l'eterna verità, che non sarebbe mai trascorsa come l'agire e l'indaffararsi degli uomini ciechi. Fu questa la straordinaria esperienza che si schiuse ai discepoli di Socrate. E sembrò seguirne che, se solo si fosse trovato il corretto concetto del bello, del buono, o anche del coraggio, dell'anima e così via, se ne potesse cogliere anche il vero essere, e questo sembrava di nuovo aprire la via per sapere e per insegnare: come agire giustamente nella vita, soprattutto come cittadini. Infatti per i greci, che pensavano in una maniera completamente politica, tutto dipendeva da questa questione. Perciò si coltivava la scienza. (M. Weber, trad. it. di A Giolitti La scienza come professione, in Il lavoro intellettuale come professione, Torino, Einaudi, 1948, pp. 21-22 - leggermente modificata)


L'interpretazione platonica di Weber mette l'accento sulla solarità della verità. Il sole è la verità della scienza. Questo carattere non si trova nel testo platonico: il sole non è la verità, ma la condizione che rende possibile la verità, in primo luogo sulla propria situazione. Gli oggetti della visione sono altro rispetto a ciò che rende possibile la visione.
Il sole come condizione della chiaroveggenza, inoltre, non opera indipendentemente dalla attività di chi vede. I prigionieri della caverna riescono a vedere e a vivere sotto una luce artificiale, senza saper nulla del sole. Chi è liberato dalle catene arriva al mondo esterno solo con un percorso difficile e doloroso. Mentre i cavernicoli scorgono chiaramente quello cui sono abituati, chi esce passa dall'abbagliamento all'ottenebramento - esperisce, cioè, momenti di visione difficoltosa molto più dei suoi compagni.
Weber, tuttavia, ha ragione a dire che la scienza, per Platone, ha un senso pratico e politico. Tuttavia, l'allegoria della caverna suggerisce che il mondo della prassi, e la scienza che lo vuole guidare, non sono affatto "solari"; di solare c'è solo l'aspirazione a un principio unitario, al di là di ogni manipolazione, che ispiri il conoscere e l'agire. E' questo perseguimento di una ricerca autonoma e coerente che differenzia la scienza dal sapere per sentito dire. Ma il mondo dell'azione è immerso in una notte perenne, perché è racchiuso in una caverna, senza speranza del giorno, ove occorre volgersi verso la luce, senza attendere illuminazioni. Weber cita, per distinguersene, Isaia, 21.11: "Sentinella! Quanto durerà ancora la notte? E la sentinella risponde: Verrà il mattino, ma è ancora notte. Se volete domandare, tornate di nuovo": Weber non crede nelle illuminazioni.

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Scienza e situazione esterna

Per evitare la poco istruttiva contrapposizione fra un assolutismo platonico e un relativismo weberiano, si propone l'esperimento di leggere Wissenschaft als Beruf come se Weber fosse uno spirito affine a Platone e di spiegarne le divergenze solo dopo, alla luce delle somiglianze eventualmente rintracciate.
Weber comincia la sua conferenza parlando della situazione esterna dello "scienziato di professione" dei suoi tempi, cioè di chi fa la carriera universitaria, il quale si trova esposto alla logica mercantile, nel modello americano, o semplicemente al caso, altrove (M. Weber, trad. it. Wissenschaft als Beruf, pp. 5-16). Una analoga oscillazione fra economicismo e casualità si ritrova nel VI libro della Repubblica, a proposito della relazione fra il filosofo e la città. Platone, però, vuole portare la scienza nella città: la situazione esterna, per quanto dura, non è per lui un destino immodificabile.

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Il movimento del sapere

La scienza, sostiene Weber, è progressiva: ogni lavoro scientifico compiuto vuole invecchiare. Il suo senso è soltanto parziale e provvisorio, perché può e deve essere indefinitamente superato. Anche nel pensiero platonico questa consapevolezza è viva e presente.
Che significato può avere, entro una vita umana finita, l'esposizione a un progresso indefinito?
Weber considera due possibili significati:
  • la scienza può giustificarsi in base a fini tecnici; ma questo interessa solo all'uomo pratico;
  • la scienza può giustificarsi in quanto fine a se stessa
Questa distinzione suggerisce l'idea che la scienza, quando è finalizzata alla tecnica, abbia un senso chiaro e non problematico. Ma tale senso sembra trattato come trascurabile e secondario: Weber sembra dare per scontato che l'orizzonte pratico della conoscenza sia una giustificazione solo per chi non va oltre i propri fini immediati. Come se una scienza giustificata dalla pratica si risolvesse in una cieca collezione di ricette e procedure tecniche.

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Possiamo spiegare questa caratterizzazione della prassi considerando la generale razionalizzazione che, secondo Weber, pervade la civiltà occidentale Questo processo non comporta che noi come singoli abbiamo, delle nostre condizioni di vita, una conoscenza maggiore di quella di un indiano o di un ottentotto. Noi facciamo affidamento sul funzionamento di un sistema complessivo che conosciamo solo in misura assai parziale – mentre il selvaggio ha una conoscenza dei suoi strumenti e un controllo del proprio ambiente infinitamente migliore di quella di ciascuno di noi. La razionalizzazione e intellettualizzazione non comporta, dunque, un avanzamento della conoscenza generale delle condizioni di vita che ci circondano. Essa significa piuttosto la coscienza e la fede che basti soltanto volere per potere ogni cosa che può essere dominata con la ragione. (M. Weber, Wissenschaft als Beruf, trad. it. pp. 19-20).
Questo tesi segna una differenza importante fra Weber e Platone: il racconto della caverna è un racconto sulla sfiducia nel sistema: il sistema è qualcosa da cui diffidare e contro cui combattere, per quanto nel sistema si nasca e per quanto doloroso e faticoso sia questo compito. La conoscenza inizia con un atto di ribellione verso il sistema. Il sole di Platone non è la verità, ma è la condizione di possibilità di una visione altra rispetto a quella in cui siamo nati. L'unità e la coerenza del sapere e dell'agire non sono un dato culturale, ma devono essere frutto di scelte consapevoli. Per questo, la prassi platonica può avere un senso più ampio di quello meramente tecnico - può essere un "seguire la via verso l'alto".
Si potrebbe osservare che il sapere di cui diffida il prigioniero liberato è di tipo tradizionale, mentre il sapere della razionalizzazione non lo è. Weber, tuttavia, afferma che la razionalizzazione non si basa sul controllo conoscitivo di ciascuno sul mondo che lo circonda, ma sulla fede nella sua controllabilità. Esso riposa, dunque, su qualcosa che è dato al di là della conoscenza che ciascuno padroneggia: il grado di consapevolezza e di partecipazione del singolo è divenuto irrilevante. Il tecnico che agisce entro questo contesto accetta l'orizzonte della razionalizzazione e persegue soltanto fini immediati, in un orizzonte che accetta come dato e non mette in discussione. Solo col presupposto della razionalizzazione si spiega la riduzione, presente in questo testo weberiano, della prassi a tecnica.

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Esiste, tuttavia, una differenza importante fra mondo tradizionale e mondo razionalizzato: ove la vita segue un corso finito e prestabilito, chi muore può morire sazio, senza enigmi da risolvere; di contro, in un mondo progressivo, la morte appare assurda, perché tutti noi siamo consapevoli di gustare solo una parte minima e transitoria della vita dello spirito.
Alla fine della Repubblica, Platone parla della morte nel mito di Er, ove si narra che la qualità specifica di un individuo è frutto di una scelta transitoria, valida per una sola reincarnazione, e si esorta ad essere progressivi - a seguire la via ascendente nella conoscenza e non solo nella giustizia - per non dimenticarsi della libertà e della provvisorietà delle esistenze individuali. Un mondo progressivo può non essere assurdo per il singolo, se ciò che questi è - uomo o donna, povero o ricco, essere umano o animale - anche se scelto liberamente, è provvisorio e poco importante. Quello che conta è la memoria - vale a dire il carattere cumulativo della conoscenza - e la partecipazione volontaria e consapevole all'avanzamento. Weber non può sostenere questo, perché il meccanismo della razionalizzazione rende superfluo ciò che nel mito di Er era invece indispensabile: la partecipazione libera e consapevole al movimento del tutto.
Per questo oggi la scienza appare - così Weber rovescia l'immagine platonica - un mondo sotterraneo di astrazioni artificiose, che non catturano la vita effettuale. La scienza si è fatta caverna: un sistema che ci comprende al di là di ciò che noi facciamo e crediamo.
Stando così le cose, quando Weber afferma che la scienza, pur presupponendo la validità della logica e del metodo, non può dimostrare che il suo risultato sia degno di essere conosciuto, ma che il suo significato ultimo dipende da posizioni personali (M. Weber, Wissenschaft als Beruf, trad. it. p. 25), sta uscendo, a suo modo, dalla caverna. Nessun sistema è in grado di giustificare se stesso; le giustificazioni possono nascere solo dalle scelte dei singoli.

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Se i significati ultimi sono una questione di scelte personali, allora chi insegna non deve trasmettere valori e opinioni politiche, ma conoscenze e esperienze scientifiche. La cattedra, secondo Weber, non è per i profeti e per i demagoghi, che hanno il diritto di parlare solo dove è possibile la critica. Dunque non nelle aule universitarie, dove il professore sta in cattedra e gli studenti, vincolati dal programma e dal'esame, ascoltano in silenzio senza poter mai avere l'ultima parola (M. Weber, Wissenschaft als Beruf, trad. it. p. 29). Chi si ricorda del Protagora e del Gorgia sa bene che la distinzione polemica fra una comunicazione finalizzata al potere e conseguentemente strutturata e una comunicazione volta ad orientare alla conoscenza è un tema tipicamente socratico-platonico. Perché Weber ripropone questo ethos della comunicazione? Se il senso ultimo della scienza dipende da posizioni personali, perché non sostenere che la correttezza, anche nella comunicazione, è l'utile del più forte?
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Nel 1917 Weber si era richiamato esplicitamente a un altro mito platonico, il racconto di Er, in un passo importante di Der Sinn der 'Wertfreiheit' del soziologischen und ökonomischen Wissenschaften: la scienza empirica non può dare indicazioni immediate sui "valori", perché valori e sfere di valore stanno fra loro irrisolvibile antitesi. Per questo:

...ogni importante azione singola, ed anzi la vita come un tutto - se essa non deve procedere da sé come un evento naturale, bensì essere condotta consapevolmente - rappresenta una concatenazione di ultime decisioni, mediante cui l'anima (come per Platone) s c e g l i e il suo proprio destino - e cioè il senso del suo agire e del suo essere.

[trad. it. di Pietro Rossi, in M. Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Torino, Einaudi, 1981, pp.332-33)

La scienza, afferma Weber nella conferenza del 1919, insegna soltanto la chiarezza sul rapporto fra mezzi e fini. Non offre garanzie empiriche sui valori. Ma questa stessa chiarezza è detta essere una potenza etica. Una potenza che per lo scienziato di professione può essere scoperta e seguita come "il demone che tiene i fili della sua vita."

Chi sceglie un demone, secondo Weber e secondo Platone, fa una scelta libera, personale e determinante la sua esistenza futura. Ma per Weber questa scelta ha ad oggetto una "potenza etica"; per Platone, un semplice paradigma di vita personale. Per Weber, la chiarezza perseguita dalla scienza - e l'ethos della comunicazione scientifica ad essa connesso - è un demone la cui scelta non può avere una fondazione ultima; per Platone, la luce in fondo alla caverna, per quanto tocchi a noi voltarci e guardarla, brilla al di là delle nostre scelte.

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Lo spazio della scelta

L'uso weberiano dell'allegoria della caverna suggerisce una contrapposizione elementare fra un mondo vero, quello solare della verità della scienza, e un mondo falso, quello delle ombre. Questa contrapposizione non esiste in Platone: il sole illumina senza offrire verità sostantive; una comunità di discussione pubblica - politica e scientifica - è possibile solo se chi ha conosciuto la luce dell'esterno scende di nuovo nella caverna per trovare un pubblico cui raccontarla, a suo rischio; e che ciascuno scelga il suo demone, lo sappiamo, nel mito di Er, solo dal racconto di qualcuno che ritorna dal regno dei morti.
Per Platone, lo spazio della scelta è uno spazio chiaroscurale, pericoloso, mortale. Ma è uno spazio pubblico: sia il prigioniero liberato, sia Er ritornano per riferire, e il racconto vuole avere una rilevanza pratica e intersoggettiva, anche al di là delle scelte particolari che ciascuno fa. Se così non fosse, neppure il racconto sarebbe possibile. In questo spazio si fonda l'ethos della comunicazione dialogica, contro la comunicazione autoritaria e monologica - ethos che Weber condivide, ma non sa giustificare.
Giuliano Marini (Sul tema dei conflitti di valore in Max Weber, pp. 529-531 in Aa.Vv. Filosofia religione nichilismo. Studi in onore di Alberto Caracciolo, Napoli, Morano, 1988, pp. 511-531) osserva che il "debole neocriticismo weberiano" non sa dare una fondazione teorica alla certezza soggettiva, ma non oggettiva, della fede morale, vale a dire al motivo per cui un "valore" può essere normativo per un soggetto in generale. Forse per questo, Weber confonde le personalissime e particolarissime scelte esistenziali che hanno luogo di fronte alla Parca nel racconto di Er, con scelte morali e politiche, che chiamano e pretendono intersoggettività, e che sono connesse non al daimon, ma al ritornare per raccontare e indicare una via - perché la scelta sia riconosciuta.

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Maria Chiara Pievatolo © 2001  Torna all'inizio di questo documento