Il mondo di Platone La Repubblica di Platone: indice generale Il testo di Platone
Magritte, l'impero della luce

Parlare in pubblico

Filosofi e guardie
Platone e Kant
Una differenza da spiegare
La pubblicità possibile di Kant
La pubblicità difficile di Platone
Dove discutono i filosofi?

Filosofi e guardie

D. Dawson rappresenta la Repubblica come una doppia utopia, nella quale convivono un progetto di ingegneria politica autoritaria e una raffigurazione, propriamente "utopica", della città perfetta. Il senso di questa convivenza, come osserva Alessandro Valieri nella sua scheda su Dawson, è problematico: "perché spendere tanto tempo a parlare di una città che potremmo definire terrestre, governata da guardie, se si vuole andare a concludere con una città alquanto diversa, quella dei filosofi?"
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Platone e Kant

Un elemento di complicazione del problema è la circostanza che la liquidazione di Platone come pensatore totalitario, che teorizza la dittatura dei filosofi, o la riduzione dei filosofi a guardie, è qualcosa di circoscritto e recente. Kant, filosofo tutt'altro che totalitario, rende omaggio alla Repubblica di Platone e si dice d'accordo con lui dal punto di vista della ragion pratica in un celebre passo della Critica della Ragion pura Questo omaggio, lungi dall'essere la retorica che si riserva a un libro insigne, sembra frutto di una lettura attenta del testo platonico.
Kant coglie anche la problematicità del diritto penale - quindi della manipolazione politica, delle "guardie" - in una prospettiva platonica: in un archetipico ordinamento perfetto le pene sarebbero inesistenti. Però, quando si va a parlare del rapporto fra i filosofi e la politica, Kant è tutt'altro che platonico. Il potere - dice Kant - è fonte di corruzione e i filosofi devono starne lontani. D'altra parte, l'articolo segreto del suo progetto Per la pace perpetua, chiede ai sovrani di lasciare parlare i filosofi sulle messime universali circa la conduzione della guerra e l'istituzione della pace.


Che i re filosofeggino o i filosofi divengano re non c'è da aspettarselo, e neppure da desiderarlo, perché il possesso del potere corrompe inevitabilmente il libero esercizio della ragione. Che però re e popoli regali (che si comandano da sé secondo leggi di uguaglianza) non facciamo scomparire o ammutolire la classe dei filosofi, ma la facciano parlare pubblicamente, è ad entrambi indispensabile per la chiarificazione del loro compito e, dato che questa classe è per sua natura incapace di rivolta e unioni in club, la calunnia di fare propaganda non la riguarda. [leggi l'originale]

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Una differenza da spiegare

Kant si dice praticamente platonico. Però, sul tema del rapporto fra i filosofi e il potere politico, che appartiene alla sfera della prassi, egli dissente in maniera radicale. Che cosa c'è dietro questa differenza?
Un filosofo può dire, in modo praticamente sensato, che i filosofi devono stare lontano dal potere perché il potere corrompe, solo se pensa di poter rimanere filosofo anche se non è lui a governare.
Platone stesso sembra essere consapevole del carattere minaccioso del potere: il racconto fenicio - il mito falso della Repubblica - è fatto narrare da uomini dei quali si dice che odiano la menzogna; la sfida di Trasimaco comporta, del resto, che ogni giustificazione filosofica della giustizia - e a maggior ragione una giustizia formulata da filosofi-governanti - sia per sua natura "ideologica". Perché allora sporcarsi le mani?

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La pubblicità possibile di Kant

Kant può dire sensatamente che il filosofo non deve fare politica soltanto con un presupposto:
deve darsi un luogo o una sfera in cui sia possibile praticare la filosofia senza contaminarsi col governo
Questo luogo, per Kant, può esistere (Beantwortung der Frage: was ist Aufklärung? Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?,1784): è la sfera della pubblicità, cioè la sfera dell'uso pubblico della ragione, ove si pone chi non è vincolato ad usare la ragione al servizio di una istituzione. Qui la libera discussione può sussistere, senza limitazioni. La sola condizione della sua esistenza è che le istituzioni la lascino libera, pur esigendo l'obbedienza altrove. Questo è lo spirito del motto fredericiano citato da Kant: "ragionate finché volete, ma ubbidite", che significa anche "ubbidite, ma ragionate finché volete".

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La pubblicità difficile di Platone

Platone sembra pensare che questa sfera pubblica non sia possibile: le istituzioni con cui si ha a che fare sono, comunque, istituzioni totali. Il mondo della pubblicità sembra dominato dalla retorica, della manipolazione, dalla propaganda, dall'inganno e della demagogia: è questo è l'ambiente della caverna, che ha fatto morire Socrate. Addirittura, contro ogni evidenza, il mondo della luce è propriamente il mondo dei morti, che per la tradizione era regno delle ombre e delle parvenze evanescenti. Non esiste una pubblicità filosofica, e dobbiamo costruircela, se la vogliamo: ma questo comporta guardie e manipolazione perfino in Utopia. Prima del dialogo, e perché il dialogo sia possibile, occorre qualcosa di non dialogico - anche se questo punto fermo risulta una menzogna, dal punto di vista del pensiero dialogico. Il punto di partenza - ciò che è prima del discorso - è sempre ingannevole, o, meglio, emerge come tale non appena il logos comincia. Cercare la verità della politica significa smascherarne la falsità.
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Dove discutono i filosofi?

Kant e Platone sembrano d'accordo almeno su un punto: si ha pubblicità (Öffentlichkeit, apertura) filosofica solo se filosofia e politica sono distinte, e se la politica permette la sussistenza di questa sfera della discussione. E' veramente possibile fissare un confine netto fra i due ambiti?
Platone pensa di no. E Kant?
L'articolo segreto di Zum ewigen Frieden sembra chiedere ai sovrani di permettere la sussistenza di una sfera pubblica separata dalla sfera politica - nello stile della libertà dei moderni. Ma questo articolo non regge al vaglio del criterio della pubblicità, come è espressa da Kant stesso in riferimento ai principi trascendentali del diritto pubblico. Questi connettono pubblicità e politica, in modo tale che la seconda sia subordinata alla prima.

Il principio trascendentale negativo recita che "tutte le azioni che si riferiscono al diritto di altri uomini, la cui massima non è compatibile con la pubblicità sono ingiuste" (B 100/A 94); quello positivo che "tutte le massime che hanno bisogno della pubblicità per non venir meno al loro scopo concordano insieme con la politica e col diritto" (B 110/A 103 ). Kant ha cura di precisare che la sua idea di pubblicità non si identifica col semplice dire qualcosa in pubblico: in situazioni di disparità di potere, il dominante può permettersi di annunciare tutto quello che vuole senza trarne nessuna conseguenza negativa. Dunque non è pensabile che uno spazio pubblico sussista semplicemente perché i potenti lo permettono. Piuttosto, si può avere uno spazio pubblico genuino solo nella misura in cui riusciamo a renderlo politicamente filosofico, cioè ugualitario. I filosofi non devono rifiutare la politica: devono rifiutare la disuguaglianza. E se fanno politica in condizioni di disuguaglianza di potere e di potere di parola, mentono consapevolmente - sia narrando racconti fenici, sia prescrivendo articoli segreti, perché non possono dire che cosa vogliono veramente.

Lo stesso Kant, quando richiede al potere politico la libertà di parola per i filosofi tramite un articolo segreto, si è già preso questa libertà prima di chiederla. L'articolo "segreto" per la pace perpetua è tale a parole, al dichiarato scopo di non sminuire la maestà dei sovrani, ma non lo è di fatto, essendo compreso in un testo stampato e diffuso al pubblico. Il filosofo, sotto le spoglie di un omaggio ironico, ha già compiuto il suo gesto rivoluzionario.
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Maria Chiara Pievatolo © 1998-2001  Torna all'inizio di questo documento