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Protagora e la pedagogia

Come ricorda Pierre Hadot (P. Hadot, Qu'est-ce que la philosophie antique?, Paris, Gallimard, 1995; trad. it. di E. Giovannelli, Che cos'è la filosofia antica?, Torino, Einaudi, 1998, pp. 13-17) alla sofistica si deve l'invenzione dell'educazione impartita in un ambiente artificiale. Secondo Diogene Laerzio (IX, 52), Protagora fu il primo a chiedere un compenso in denaro per le sue lezioni, e, in questo senso, fu il primo sofista.

Quando Socrate, all'inizio del Protagora, mette in dubbio che sia possibile insegnare la giustizia, presuppone ancora un modello di educazione tradizionale e informale, basato sulla synousia, cioè sulla frequentazione degli adulti: come puoi tu, sofista, insegnare la giustizia, se talvolta neppure i padri riescono a insegnarla ai figli?

Protagora risponde raccontando il suo mito: da una parte, la giustizia è un elemento convenzionale, "culturale", e dunque può essere insegnata; dall'altra, è qualcosa che occorre presupporre in tutti, perché altrimenti non esisterebbe la comunità politica, e quindi va trattata come un dato, che il sofista deve semplicemente sviluppare. Significativamente, egli aggiunge che anche i poeti - gli educatori tradizionali del mondo greco - erano sofisti, per legittimare con una apparenza di continuità la sua rottura pedagogica con il passato.

Stando così le cose, l'insegnamento sofistico si riduce a una tecnica dell'argomentazione intorno a valori che, nel nuovo ambiente educativo artificiale, vengono sottratti all'indagine critica, per motivi strumentali. Socrate contesta questa educazione su tre fronti:
  • Protagora, accettando il complesso di virtù tradizionali come qualcosa di dato, si basa su una cultura contraddittoria, incapace di reggere alla dialettica sofistica;
  • la sua comunicazione "cattedratica" ha senso solo in una logica di potere e di concorrenza commerciale, che impedisce l'interazione critica fra docente e discente;
  • la sua tecnica argomentativa, non comportando un critica sociale, è vuota.
Nell'interludio dedicato all'esegesi di un brano di Simonide, Socrate, con un esercizio di abilità sofistica, interpreta il canto dell'antico poeta in modo da fargli dire l'esatto contrario del suo senso letterale. Il tono ironico dell'intermezzo induce a sospettare che Socrate stia facendo il verso a Protagora per mostrare la problematicità del suo rapporto con la tradizione: il confronto fra la tradizione e la nuova tecnica dei sofisti è molto più radicale di quanto Protagora voglia far credere.

Quando Socrate, alla
fine del dialogo, afferma di essere stato convinto da Protagora, non sta dicendo una cosa del tutto falsa: la sofistica gli ha insegnato a mettere in discussione l'educazione tradizionale e i suoi fondamenti, e gli ha dato gli strumenti logici per farlo - strumenti la cui conoscenza è una vera e propria disciplina specialistica o techne.
Di suo, Socrate aggiunge che una istruzione che voglia fornire un sapere etico rigoroso deve avere il coraggio di confrontarsi criticamente con la tradizione e di essere non cattedratica, ma dialogica. Il modo in cui si insegna conta più di quello che si insegna: Socrate, ancora piuttosto giovane, ha imparato dal celebre sofista perché non lo è stato ad ascoltarlo in silenzio, ma lo ha interrogato, interrotto e sbeffeggiato. Questo, probabilmente, è l'autentico élenchos del dialogo.
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Maria Chiara Pievatolo © 1998  Torna all'inizio di questo documento