Il primo volume di
The Open Society and Its Enemies,
The Spell of Plato (trad. it. di R. Pavetto,
La società aperta e i suoi nemici, I,
Platone totalitario, Roma, Armando, 1973) è quasi interamente dedicato a un violento attacco contro il platonismo filosofico e politico.
Per
società chiusa, Popper intende la società tribale, che interpreta se stessa come naturale, sacra e immutabile, ed è collettivista, gerarchica, organica, fondata sulle relazioni faccia a faccia (trad. it. pp. 239-279). In essa gli individui non godono di nessuna libertà, ma ciascuno conosce concretamente la proprio posizione e i propri doveri. La
società aperta, di contro, è consapevole di essere una costruzione culturale soggetta al cambiamento, ed ospita relazioni astratte ed individualistiche.
Platone, pur essendo allievo dell'individualista Socrate, è un nostalgico della società tribale, sia perché è di famiglia aristocratica, sia perché vede nell'incertezza e nella mutevolezza della società aperta una fonte di infelicità: tutto il suo pensiero politico, afferma Popper, può essere ridotto a un
progetto totalitario di restaurazione della società chiusa. A questo scopo, Platone si vale di strumenti politici e concettuali reciprocamente connessi:
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essenzialismo metodologico: la scienza scopre la vera natura delle cose, cioè la loro realtà o essenza. Questo è possibile grazie all'intuizione intellettuale, che coglie i modelli delle cose sensibili, cioè idee autonomamente esistenti (trad. it. pp. 39-59);
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collettivismo: gli individui hanno valore solo come parti di una totalità più ampia lo stato inteso come intero (holon). Per questo possono essere usati come pedine al servizio dell'interesse dello stato alla propria conservazione.
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teoria organica o biologica dello stato: per la sua autosufficienza, lo stato è l'individuo perfetto e il singolo cittadino è una sua copia imperfetta. Alcuni sostengono che Platone offre una teoria politica dell'individuo umano. Ma questo dimostra che l'individuo è inferiore allo stato, e lo stato serve come metodo di esplicazione dell'individuo (la città è più grande e più facile da esaminare). Per questo, egli cerca prima la giustizia nella città e poi passa all'individuo. L'uomo è in realtà molti, e la città è unitaria, anzi è l'unità per eccellenza (trad. it. p. 118). Le sorti dello stato, che è un intero naturale e non una struttura artificiale, sono identiche a quelle delle sua classe dirigente: per questo il problema fondamentale della politica è: chi deve comandare?
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tecnocrazia: il governo va affidato ai competenti, cioè a coloro che sono in grado di afferrare la vera essenza dello stato ( trad. it. pp. 197-219).
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"storicismo": i protagonisti della storia, prevedibile nelle sue grandi linee, sono i grandi collettivi e le grandi idee (trad. it. pp. 25-28 ).
A Platone, Popper contrappone la propria prospettiva, che definisce "umanitaria". I presupposti epistemologici del suo "umanitarismo" sono
l'individualismo e il nominalismo metodologico. Contro l'essenzialismo, il nominalismo sostiene che compito della scienza non è catturare l'essenza delle cose, ma cercare dei nessi esplicativi fra le cose stesse, cui diamo dei nomi solo per comodità funzionale. Contro il collettivismo, l'individualismo tratta la singola persona come elemento fondamentale: per questo, esso non si interroga collettivisticamente sull'essenza dello stato e su ciò che è bene per lo stato come intero, ma chiede: che cosa pretendiamo da uno stato? Perché preferiamo vivere in uno stato ben ordinato piuttosto che nell'anarchia? Che cosa ci proponiamo di considerare come legittimo nell'attività dello stato?
Non si tratta di perseguire tecnocraticamente la perfezione dello stato, ma di valutarlo come
strumento per la protezione della libertà individuale - anche contro gli stessi governanti. Per questo, il problema strutturale di organizzare lo stato in modo da rendere il suo potere controllabile e da rendere possibili avvicendamenti al governo senza spargimenti di sangue diventa una questione fondamentale.