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Dalla parte del nemicoI Persiani di Eschilo |
La tragedia della storia
Dalla parte del nemico Una condizione comune Universalismo e particolarismo |
La tragedia della storiaI persiani furono messi in scena nel 472 a. C. Si tratta della tragedia più antica pervenutaci intera, ed è per noi anomala, perché ha ad oggetto un evento storico - la sorprendente sconfitta dei persiani da parte della coalizione greca, a Salamina - e non, come d'uso, vicende collocate nel tempo del mito. Tuttavia, in una cultura ancora largamente orale come quella dell'Atene del V secolo, anche gli eventi storici, per essere ricordati, hanno bisogno di diventare leggenda. Il teatro era uno strumento di autocoscienza politico-religiosa del popolo unito: mettere in scena l'inaspettata vittoria della democrazia ateniese contro il gigante persiano non era, pertanto, fuori luogo, tanto è vero che quattro anni prima il tragediografo Frinico aveva vinto il premio con un'opera di argomento analogo. Eschilo, sulle tracce del precedente più antico, fa una scelta audace: quella di raccontare la vicenda dalla parte del nemico. Dall'epitaffio di Eschilo, composto probabilmente da lui stesso,
si può ipotizzare che la sua scelta non è un espediente retorico. Eschilo non invoca, su di sé, testimonianze testuali o teatrali, ma solo testimonianze topografiche e umane. E l'unico testimone umano è il Medo dalle lunghe chiome - il nemico. Ma perché il nemico possa portare testimonianza su di noi, la guerra con lui non può essere mortale, tesa a ridurre l'altro al silenzio. La nostra memoria è la memoria del nemico. Dalla parte del nemicoLa regina Atossa, vedova di Dario e madre di Serse, attende a Susa notizie dalla guerra lontana e dell'esercito persiano. Non sa nulla di quel popolo esotico, i Greci, e ne chiede notizie ai notabili persiani che formano il coro.
Arriva un araldo, che riferisce della sconfitta nella battaglia navale di Salamina. Racconta che un disertore aveva fatto credere a Serse che la flotta greca fosse pronta a fuggire, e occorresse semplicemente bloccarla. Questa falsa notizia attirò le navi persiane nello stretto braccio di mare fra Atene e l'isola di Salamina, e le prese in trappola. I Persiani si accorsero dell'inganno quando videro la flotta nemica compatta, e sentirono il grido che veniva da essa:
La testimonianza del nemico qui riportata è una espressione eloquente della libertà degli antichi. I Greci si governano da sé e si battono per la loro libertà. Ma questo, per avere un senso politico, deve essere riconosciuto. Lo sguardo dell'altro è una via per riflettere su di sé: per questo, nel teatro ateniese, bisogna saper rappresentare l'altro in modo credibile. Non si dà autonomia se non riusciamo a distanziarci da noi stessi per immaginarsi attraverso gli occhi dell'altro. Il coro, per avere lumi sul futuro, evoca lo spettro di Dario, il quale predice che solo pochi, dell'"esercito dei barbari" (798), riusciranno a tornare a casa.
Il fantasma di Dario prevede, ex post, la sconfitta di Platea. Ma aggiunge qualcosa di meno scontato: egli parla, come se fosse un greco, della finitezza degli uomini e della rovina di chi commette hybris. Lo dice in greco, a un pubblico greco, in un teatro greco. Lo dice, dunque, non tanto per i persiani lontani ma per i vincitori recenti, vicini. Il nemico è evocato dalla tomba, ma non per celebrare, conflittualmente, una identità nazionale, ma per mostrarne la fragilità. Lo spettro persiano parla come noi, perché ci ricorda qualcosa che tutti noi abbiamo in comune: la finitezza, la morte, il dolore. Solo a partire da questo è possibile costruire un discorso politico - perché la tragedia è un discorso politico - che vada oltre i confini delle città e degli imperi. Universalismo e particolarismoL'impero persiano si ispirava a un progetto universalistico, connesso a una religione monoteistica. L'iscrizione sulla tomba di Dario si esprime molto diversamente da quanto Eschilo attribuisce al suo spettro:
Potremmo essere tentati di contrapporre meccanicamente il Dario di questa iscrizione all'Eschilo della tragedia: vedere il primo come un fautore di un universalismo imperialistico - un globalizzatore, per usare un termine alla moda - e trattare il secondo come sostenitore di un particolarismo politico e religioso. Ma questa riduzione non farebbe giustizia alla complessità del confronto implicito nella tragedia: Eschilo affida allo spettro nemico un messaggio che è rivolto ai persiani, nella finzione teatrale, ma che nella realtà si indirizza anche e in primo luogo agli Ateniesi. Si tratta, dunque, di qualcosa che vale per entrambi: la religione di Eschilo, che invita alla consapevolezza della misura umana, vuole essere una dottrina universale ma non totalizzante. In quanto creature finite, possiamo imparare soltanto sulla nostra pelle, soffrendo. La finitezza umana è comune a tutti; ogni imperialismo è destinato a incontrare i suoi limiti nella volontà di autonomia altrui.
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Giulia Regoliosi, Greci e barbari nel teatro di Eschilo
John Porter, Introduction to Aeschylus' Persians |
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