Il mondo di Platone La Repubblica di Platone: indice generale Il testo di Platone
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Lo splendore del fenomeno

L'interpretazione platonica di A. Peperzak
Alla ricerca della sapienza
Hegel lettore di Platone
Fenomeni e idee

Alla ricerca della sapienza

Per uscire dal paradosso del terzo uomo, abbiamo proposto una interpretazione della teoria delle idee esposta nel X libro della Repubblica che presuppone l'omogeneità della materia dei diversi gradi di conoscenza. Essa comporta, inoltre, che alla chiarezza della prassi faccia da contraltare l'indefinitezza della teoria.
Questa lettura è in armonia con lo spirito della filosofia antica, in quanto ricerca di sophia come sapienza di vita prima che di dottrina astratta. Spirito questo ben colto da A.T. Peperzak, il cui volume Platonic Transformations, (Boston, Rowman & Littlefield, 1997) si propone appunto di capire che cosa ancora possiamo imparare dallo stile filosofico di Platone, mettendolo a confronto con le interpretazioni di Hegel (pp. 19-56), di Heidegger (57-111) e di altri.
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Hegel lettore di Platone

Per Hegel, Platone è lo scopritore dell'idea come principio di realtà e di verità. Platone, individuo welthistorisch, diede alla civiltà occidentale un orientamento verso il soprasensibile e l'intellettuale e superò l'unilateralità dei principi grazie alla semplice totalità dell'idea.
Hegel afferma, come la tradizione, che Platone è il fondatore dell'idealismo perché oppone la conoscenza delle idee e la percezione immediata dei fenomeni, ma non condivide l'interpretazione per la quale le idee formano un ambito di distinto di entità invisibili e intoccabili, al di là di quello empirico dei fenomeni. Estetico e noetico, sensibile e intelligibile, sono rappresentazioni di una sola e medesima realtà: ma questa consapevolezza deve essere conquistata.
Nella Repubblica, il mathema più alto non è un concetto, né il culmine della conoscenza, perché la strada verso la verità è a un tempo teoretica e pratica. Il bene non può essere conosciuto come le altre idee, ma ogni virtù e conoscenza testimonia della sua luce - troppo ampia e avvolgente per essere ridotta a concetto. Hegel, di contro, interpreta neoplatonicamente il bene come l'idea per eccellenza, come logos illimitato che pensa tutto l'universo come complesso di idee, limitate ma, per sua virtù, interconnesse. In questo modo, il primato platonico della ragion pratica viene passato sotto silenzio.
Per Hegel il senso speculativo del platonismo è chiaro e rimane nascosto solo a chi non è interessato, anche se i testi sistematici platonici sono andati perduti. Questa tesi, tuttavia, suona bizzarra entro il sistema hegeliano: se, hegelianamente, forma e contenuto sono una cosa sola, come si può sostenere che il contenuto sia indifferente al medium dialogico usato da Platone?
Hegel, nel caso di Platone, distingue fra forma e contenuto, sostenendo che il dialogo non è adatto a trasmettere il senso speculativo del suo pensiero. E travisa il senso del dialogo platonico, descrivendolo come una moltitudine di monologhi in cui ogni partecipante sta attaccato alla sua opinione: una giustapposizione di allocuzioni didattiche piuttosto che una conversazione di cercatori della verità, o fra insegnante e allievi, o fra studiosi che partecipano a uno stesso progetto. La filosofia, se si riduce a monologo pienamente vero, può emergere soltanto da un monologo che mette a tacere gli altri, o da un meta-discorso esterno al dialogo.
Il dialogo, secondo Hegel, è una conversazione urbana, che riconosce il lato soggettivo e privato delle opinioni e della libertà individuale. Tuttavia, una conversazione (Konversation) non è una realizzazione adeguata della libertà e della ragione: gli interlocutori si fanno guidare dalla particolarità delle loro circostanze, dall'arbitrio dei loro bisogni e scopi e da una serie di associazioni accidentali. Per questo, la coerenza della loro conversazione è essa stessa accidentale. Una vera discussione filosofica (Dialog) deve essere governata dalla verità stessa: questo può avvenire solo tramite lo svolgimento sistematico di un inizio necessario, secondo regole e relazioni necessarie. Ma ai tempi di Platone lo spirito non aveva raggiunto la fase della scienza, ed era una presenza nascosta nell'esposizione narrativa. I dialoghi di Platone sono un catechismo, in cui l'apparenza dell'arbitrio nasconde il carattere autorevole dell'insegnamento di Socrate. La verità ultima è la ragione oggettiva che parla di sé su di sé, e che si nasconde nell'autore del dialogo, che un fantasma sopra, dietro, prima e dopo la storia del discorso – uno specchio assoluto in conversazione silenziosa con se stesso sulla sua propria autodeterminazione.
Sul piano politico, Platone suggerisce di studiare prima la giustizia scritta a lettere maiuscole: il lato psicomorale e quello politico sono connessi, entro strutture simili che tengono insieme parti e funzioni analoghe. Le virtù dell'anima hanno anche un senso politico, e viceversa. Hegel, di contro, pensa che l'invito platonico a leggere prima le lettere grandi della polis per facilitare la lettura delle lettere piccole della moralità individuale è una espressione bella ma ingenua di una unità nascosta. In realtà la verità della giustizia è solo nello stato: la Gerechtingkeit è possibile solo nella misura in cui si è membri di uno stato (Vorl. 114). Per Hegel la volontà è un concetto universale che, grazie alla mediazione di istituzioni particolari, si concretizza in volontà singolari (Rechtschaffenheitdikaiosyne). L'etica è un momento della politica; non a caso, nel sistema hegeliano,non c'è spazio per un diritto internazionale privato - perché dovrebbe riconoscere uno iato fra il diritto e il diritto come sistematizzato e garantito dallo stato-nazione.
Secondo Hegel, Platone non riuscì a comprendere l'unità di moralità individuale ed eticità politica, e propose, contro l'individualismo particolaristico dei suoi tempi un collettivismo repressivo, che raccoglieva l'eredità morente della polis - perché lo spirito del suo tempo non sapeva conciliare fra individualismo e sostanzialità. Platone non giustifica un ideale utopico, ma guarda all'indietro nel passato.

Il Platone di Hegel sfugge all'argomento del terzo uomo e in questo senso la lettura hegeliana è in armonia con l'interpretazione della teoria delle idee della Repubblica qui proposta. Hegel tuttavia trascura, nel platonismo, il suo carattere pratico e l'importanza del problema della comunicazione - come ben mette in luce la critica di Peperzak.
Il problema della comunicazione è una questione teoretica e pratica nella misura in cui moralità individuale ed eticità collettiva sono distinte, e in generale nella misura in cui il rapporto fra il progetto e la sua giustificazione è indefinito. La centralità della comunicazione, tuttavia, non è di per sé una soluzione, ma è semplicemente il sintomo di un problema: la difficoltà di risalire all'idea e giustificare definitivamente perfino quello che noi stessi abbiamo fatto. Il mondo di Platone - nonostante alcune affinità teoriche - è assai meno trasparente di quello di Hegel.

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Fenomeni e idee

Confrontandosi con Heidegger, Peperzak osserva che l'uso tipicamente platonico di idea indica ciò che è autentico o vero, nei fenomeni che appaiono nelle nostre vite mondane. Tuttavia, l'incontro estetico (sensibile) con i fenomeni ci risulta stupefacente ed enigmatico; la loro verità - per quanto il termine idea idea suggerisca, etimologicamente, una metafora ottica - è al di là della visione.
Contemporanei di Platone come Isocrate e Tucidide usano idea in modo ampio; eidos significa figura geometrica, forma, o anche classe o tipo di cosa (genos). Il suo senso non può, pertanto, essere ridotto a quello di look (Aussehen) o form, ma deve essere di volta in volta evinto dai contesti.
L'idea non è né al di sopra del mondo dei fenomeni, né semplicemente data alla nostra spontaneità; è un segreto che ci spinge a scoprire ed ammirare, nel fenomeno, la sua presenza nascosta ma genuina. Nessun fenomeno estetico (cioè sensibile) è separato dalla sua idea, perché se lo fosse non sarebbe neppure percepibile, né l'idea è separata dalla sua apparenza fenomenica, perché altrimenti sarebbe impercettibile. L'idea, inoltre, ha bisogno di un intermediario per essere vista, la luce che deriva dal Bene. Il suo ruolo è quello di un modello: è pensabile come l'arché primordiale in cui l'essere e il valore sono ancora uniti, prima che sorga la distinzione fra essere e dover essere. Dal momento che l'essere originario include la sua propria perfezione, il primo comando per ogni essere è "sii ciò che sei".
Tuttavia, dal momento che 'idea suprema è il Bene, il quale fa vedere ma non è visto, e che ha un significato primariamente etico: lo splendore del fenomeno non sta nel suo essere, o nella sua conformità al modello - questo, anzi, è il suo lato oscuro e indefinito - ma nell'azione di chi consapevolmente agisce.
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Maria Chiara Pievatolo © 1998-2000  Torna all'inizio di questo documento