Il carcere di BenthamCome nota David Lyon, in questa parodia laica dell'onniscienza divina, l'invisibilità e la conoscenza - o lo sguardo - asimmetrici sono una garanzia di potere e di introiezione della sua volontà nei soggetti, che non possono mai sentirsi sicuri di essere soli, grazie all'ingegnosità strumentale del dispositivo di sorveglianza. L'anello di Gige
La storia di Gige, è narrata dal punto di vista di un invisibile: invisibilità controllata e asimmetrica significa - come per Bentham - potere. Ma questa invisibilità non è lo strumento di un potere assunto come istituzionale, benevolo e legittimo: essa stessa istituzionalizza e legittima un potere nato come trasgressivo. Fra carcerieri e carcerati non c'è nessuna differenza morale, ma soltanto una differenza "tecnica". Se l'unica garanzia di giustizia è la consapevolezza della sorveglianza, sottrarsi alla sorveglianza non significa semplicemente sottrarsi alla giustizia, ma mettersi in condizione di acquisire un potere incontrollato. Il Panopticon può essere pensato come l'esito istituzionale dell'anello di Gige. Esteriorità e coscienzaBentham e Gige rappresentano un soggetto che, quando è invisibile, è ingiusto, immorale e impolitico, e diventa giusto, morale e politico solo nella misura in cui è reso visibile. Il potere è il controllo della visibilità, e, in quanto tale, è un punto cieco fuori controllo. Perfino coloro che vorrebbero regolare il potere limitandone la prospettiva e invocando una sfera "privata", nascosta al pubblico, accettano implicitamente la logica di Gige e di Bentham: siamo liberi dove e quando non siamo sorvegliati. Ma il nostro spazio "privato", in quanto si sottrae allo sguardo, si sottrae anche alla giustizia, se la giustizia è intesa come una funzione "di sorveglianza" esclusivamente pubblica. Viceversa, lo spazio pubblico è uno spazio di timore e di conformismo. Una giustizia che riuscisse a sopravvivere all'esame dell'anello di Gige sarebbe non solo una virtù di relazione, che si esercita nella sfera della visibilità, ma anche e nello stesso tempo una virtù interiore, propria della sfera dell'invisibile. Rendersi visibili non sarebbe solo una questione di tecnica di potere - come è per Bentham e Gige - ma anche una questione politica e morale. Lo spazio della pubblicità, per Gige e Bentham, è uno spazio di imposizione, da cui si sottraggono solo coloro che riescono a dominare la loro visibilità e invisibilità. Ma questo controllo comporta un potere senza limiti e senza garanzie. Di contro, chi sapesse essere giusto senza essere sorvegliato, potrebbe farsi altre domande. Perché scegliere di rendersi visibili? E' possibile pensare a una pubblicità che non sia soltanto imposizione e potere? Socrate e Kant risponderebbero che ci si può rendere visibili, dialetticamente, per imparare e per discutere. Uno dei problemi della Repubblica è, appunto, se questa differente visibilità possa essere resa interamente politica. |
|
|
|
|