L'interpretazione di Mario Vegetti
Mario Vegetti ("Techne," in Platone, La Repubblica, Napoli, Bibliopolis, 1998, vol. I, pp. 193-207) ritiene che il I libro della Repubblica sia il preludio di un ripensamento del modello socratico della techne. Questo modello, che nel V secolo acquistò dignità in virtù della sua forza e della sua visibilità nello spazio della polis, si basava su un sapere specialistico, cumulativo, trasmissibile, autonomo e dotato di procedure pubblicamente descrivibili. Il Socrate dei dialoghi giovanili platonici contrappone questo sapere, visibile ed efficace, alla cultura dei poeti e dei sofisti.
- Ogni techne è preposta a un ambito specifico di attività (ergon): produzione di oggetti, condotte d'uso degli oggetti, o cura (therapeia) di settori della natura. La techne controlla la totalità del suo ambito, ma non ne supera i confini.
- Nel suo campo, la techne dispone di una piena conoscenza delle procedure razionali di insegnamento ed è in grado di renderne pubblicamente conto e di insegnarle.
- Gli oggetti delle technai sono normativi rispetto a queste (la forma della nave detta le procedure per la sua costruzione). La techne non è autoreferenziale, ma ordinata teleologicamente al compimento del suo oggetto, ed il suo limite è determinato dalla natura di questo.
- Le technai hanno un potere efficace (dynamis) di intervento rispetto al loro oggetto. Il loro sapere è sempre un saper fare e un potere di servizio.
Secondo Vegetti, nel I libro della Repubblica Platone mette in luce le debolezze della craft-analogy come strumento per definire la giustizia.
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La discussione con Polemarco indica che è impossibile definire l'ergon specifico della giustizia. Trasimaco mostra che la techne non è potere di servizio, perché viene esercitata per gli interessi del tecnico. Per questo Socrate inventa l'improbabile misthotiké (arte mercenaria o tecnica del guadagno), allo scopo di separare l'arte della politica dall'arte di perseguire il proprio interesse: e questo comporterebbe una violazione dell'ideale socratico della vocazione della techne al servizio. Inoltre, la politica come tecnica in sé disinteressata potrebbe essere combinata con un esercizio interessato del potere.
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Altrettanto debole (op.cit. p. 202), è il paragone del giusto col buon tecnico, quindi competente ed efficace, e dell'ingiusto con l'incompetente privo di techne. Il paragone reggerebbe se giusto e ingiusto perseguissero gli stessi fini, e il primo fosse più capace di raggiungerli del secondo. E non è vero che il giusto cerca di sopraffare solo l'ingiusto, come il buon tecnico, mentre l'ingiusto cerca di sopraffare tutti. Se si deve prendere sul serio il termine pleonexia, bisogna ammettere che i giusti e gli esperti competono per il potere e per la ricchezza come tutti gli altri: nelle technai antiche, come in quello moderne, c'è una competizione violenta per il prestigio e fra scuole. Escludere in linea di principio la competizione dall'ambito delle tecniche è possibile solo irrigidendo inverosimilmente l'idea della compiuta perfezione di ogni singola tecnica, in modo da permettere solo l'alternativa di competenza/incompetenza.
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L'interpretazione di Mario Vegetti propone due questioni:
La misthotiké come techne
Oggi si riconosce il carattere tecnico del marketing, che può essere paragonato alla misthotiké perché ha di mira un guadagno, con un nesso soltanto problematico col significato e con l'utilità, eventualmente differente, degli oggetti che si cercano di rendere commercialmente appetibili. Per esempio, l'ottimo editor HTML con cui sono fatte queste pagine viene messo gratuitamente a disposizione di tutti come CareWare, e questo non ne diminuisce affatto la validità tecnica; d'altra parte, se fosse un oggetto commerciale, il semplice fatto di essere in vendita non lo ridurrebbe a un mero costrutto di marketing, per chi volesse continuare a usarlo, traendone una utilità non riducibile al guadagno di chi lo vende. Il marketing e la programmazione sono saperi settoriali, che pretendono oggettività in merito a utilità differenti, e fanno astrazione dai nodi complessi di interessi e valori che convivono nelle persone. La politica potrebbe sottrarsi a questa astrazione solo se dimostrassimo che, almeno nel suo caso, è impossibile compiere la distinzione e la delimitazione fra settori e interessi che è propria delle altre technai.
Trasimaco, quando sostiene che la giustizia è l'utile del più forte, compie una affermazione di questo genere: le technai sono ispirate e dirette, al loro esterno, da un interesse personale che non è riducibile a sapere tecnico. Le technai hanno una oggettività soltanto settoriale, al di fuori della quale c'è unicamente la volontà di potenza. Ma la misthotiké suggerisce che anche la volontà di potenza può essere l'oggetto di una techne, e quindi di un sapere soltanto settoriale: chi ci assicura che l'interesse personale sia tutto, e sia il senso di tutto sia la volontà di potenza? E, viceversa, chi ci assicura che la techne sia il risultato di una delimitazione e di una neutralizzazione e non sia invece coinvolta, come peculiare rapporto col mondo, con le questioni ultime?
Il Prometeo del mito del Protagora, che dona la techne agli uomini, è molto più di un "tecnico". Il senso di ciò che facciamo, nella prospettiva delle techne, non si esaurisce nell'interesse personale, ma in un rapporto critico, costruttivo e dialogico con il mondo: uomo della techne è chi sa andare oltre se stesso, e per questo sa imparare ed insegnare.
L'argomento di Socrate, che fa arrossire Trasimaco, non nega affatto la competitività del giusto e dell'esperto, ma mette in rilievo soltanto che la competizione, nel caso dei giusti e dei tecnici, è regolata da criteri che aspirano all'intersoggettività, come non avviene, invece, nel caso degli ingiusti e degli ignoranti, che mancano degli strumenti per distinguere fra critiche scientifiche e attacchi personali. Trasimaco è un professionista, il cui mestiere è la sophia (A, VIII) e non può sopportare di vedersi equiparato a un ignorante. Ma l'impossibilità di distinguere fra il professionista competente, o sofista, e l'incompetente, segue dalla sua stessa tesi: se in ultima analisi la volontà di potenza è determinante, nessun ambito disciplinare, a rigore, può sottrarsi allo smascheramento.
Mario Vegetti afferma che la Repubblica, dopo aver messo in discussione la tecnica, legittima la filosofia politica come "supertecnica". Questa interpretazione è condivisibile se riconosciamo che la techne può diventare filosofica perché è fin dall'inizio un saper fare che comporta anche il sapere quello che si fa e che il problema non risolto del I libro è quello del senso complessivo delle nostre attività di techne una volta che sia venuta meno la fede nella tradizione e che non ci si voglia contentare della volontà di potenza del discorso trasimacheo.
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