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La Lisistrata di Aristofane

Il burlone o giocherellone cui sembra alludere Socrate nel V libro della Repubblica [452e],a proposito della questione femminile, é naturalmente l'autore della commedia Lisistrata (trad. it. presso Logos), Aristofane.

Questa commedia è "il primo testo della cultura occidentale che affronti il problema dell'emarginazione femminile, senza limitarsi al lamento 'patetico', che ribadisce le catene, e senza offrire soluzioni giustificate dall'eccezionalità della personalità eroica e limitate ad essa. L'una e l'altra cosa aveva fatto Euripide, soprattutto nella Medea. Qui la funzione comico-drammatica esprime una fattiva volontà di cambiare il mondo e di porsi come soggetto storico" (G. Paduano, Il corpo strumento e il corpo soggetto, p. 17, saggio introduttivo a Aristofane, Lisistrata, Rizzoli, Milano 1992).

E' già significativo che il problema della condizione femminile venga sfiorato o trattato esplicitamente nel teatro, connesso, secondo tradizione, al culto di Dioniso, il dio inquietante che è al di là di ogni determinazione, e dunque permette di sospendere i confini forniti dalla quotidiana e indiscussa stratificazione gerarchica dei soggetti morali. Da una parte, i testi teatrali - che pure sono scritti da maschi per maschi - sono la prova che la gerarchia vigente non era affatto un orizzonte culturale intrascendibile; dall'altra, il carattere dionisiaco dell'ambito ove si comincia a trattare il problema indica quanto esso fosse avvertito come temibile. La questione del potere femminile non è posta nei termini neutrali di un ampliamento della struttura partecipativa, ma è sempre connessa con il rischio di una dissoluzione dei limiti e delle formazioni proprie della cultura e di uno sconvolgimento della natura delle cose.

La vicenda della Lisistrata, l'unica delle commedie di Aristofane a recare nel titolo il nome del protagonista umano, è notissima: l'ateniese Lisistrata, per mettere fine alla lunga guerra del Peloponneso che travaglia la Grecia, convince tutte le donne elleniche a uno sciopero del sesso, di carattere ricattatorio; in appoggio a questo sciopero fa occupare dalle concittadine l'Acropoli, ove era conservato il tesoro della lega di Delo. Di fronte a un ricatto del genere, connesso com'è a un bisogno primario, gli uomini della Grecia non possono che cedere. Gli spartani stessi vengono a offrire quella pace che per l'Atene del 411 a. C. - anno nel quale venne rappresentata la commedia - sarebbe stata provvidenziale, ancorché impossibile. La vicenda termina con una celebrazione festiva, dalla quale, però, manca l'apoteosi della protagonista, a differenza di quanto avviene in altre commedie “utopiche” come gli Acarnesi, la Pace e gli Uccelli.

La commedia antica - i cui soli esemplari integri superstiti sono alcune opere di Aristofane - è l'espressione della democrazia partecipativa estrema dell'Atene dal V secolo. La sua libertà di linguaggio e la sua assoluta irriverenza la rendono scabrosa perfino agli occhi della critica antica, da Aristotele in poi, con l'eccezione di Quintiliano, che la definisce grandis et elegans et venusta (Institutio Oratoria, X, I, 65.). Anche il significato e lo scopo delle commedie di Aristofane è controverso: la tradizione cercava di giustificarne la libertà di linguaggio come strumento per trasmettere una educazione politica, mentre nel nostro secolo, a partire dall'articolo di A.W. Gomme del 1938 (Aristophanes and Politics, ora in AAVV, Aristophanes und die alte Kömodie, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1975, pp. 75-98) , parte della critica ha spostato l'attenzione sui suoi aspetti più propriamente letterari. Aristofane è stato definito di volta in volta, in rapporto al mondo cui si riferiva, un conservatore filospartano al soldo degli oligarchici, un democratico rurale in polemica con la città, un panellenista, un pacifista. E' stata però lasciata in secondo piano la sintassi e la semantica del mondo fittizio che egli, come drammaturgo, costruiva sulla scena.

Secondo Cedric Whitman (Aristophanes and the Comic Hero, Harvard University Press, Cambridge Mass., 1964), l'essenza della comicità di Aristofane è l'illimitatezza: se è vero che, come sosteneva Aristotele, gli eroi tragici sono uomini superiori, mentre gli eroi comici sono uomini inferiori alla media, c'è però poca differenza fra un eroe di Sofocle e uno di Aristofane dal punto di vista del loro rapporto con la realtà. In entrambi i casi, l'autonomia dell'eroe si esplica come dismisura, come rifiuto di adeguarsi e sottomettersi alle limitazioni della realtà, come hybris. Tuttavia, gli eroi comici risolvono il loro conflitto con la realtà con dei metodi molto diversi da quelli adottati dagli eroi tragici. Mentre i secondi perseguono inflessibilmente, fino all'autodistruzione, i valori con i quali si identificano, i primi escogitano stratagemmi surreali di eroica creatività in virtù dei quali riescono ad aggirare i limiti del mondo. Se l'eccellenza dell'eroe tragico può essere designata come arete, a quella dell'eroe comico si addice il termine poneria, che designa, in greco moderno, una sorta di genialità furbesca e un po' gaglioffa. .

Nel teatro greco, non a caso, l'ironia appartiene alla tragedia e non alla commedia: l'ironia presuppone sempre una ignoranza di qualcuno e un sapere nascosto di qualcun altro, uno stato di impotenza e di limitazione cui si allude soltanto oscuramente, e che può risultare chiaro solo a chi diviene alla fine consapevole della propria inadeguatezza. L'eroe tragico, vittima dell'ironia, prende tutto alla lettera, e la lettera lo uccide. L'eroe comico non conosce ostacoli: per lui il mondo è una metafora che si può superare con un nuovo gioco di parole .

Lisistrata si è resa conto, come donna, che la guerra fra le città greche è rovinosa; ma la gerarchia sociale stabilita esclude rigorosamente le donne da ogni partecipazione politica. Un dilemma del genere avrebbe portato la protagonista di una tragedia alla hybris e alla rovina. Ma Lisistrata ha la fortuna di essere un personaggio della commedia antica, e può quindi ricorrere a uno stratagemma surreale: usare le funzioni che la gerarchia stabilita attribuisce alle donne come strumento di ricatto in una trattativa politica. Più brutalmente: un mondo che non sa e non vuole vedere le donne al di fuori della sfera domestica e sessuale, verrà a patti con loro solo quando sarà, per così dire, preso in parola e messo in discussione proprio a partire dall'area ristretta di visibilità in cui le ha confinate. Per questo, il superamento del limite compiuto sagacemente da Lisistrata, è allo stesso tempo il suo svelamento e la sua conferma.

Aristofane, probabilmente, non voleva nascondere nella comicità la denuncia di un'ingiustizia, ma si valeva del paradosso inquietante del potere femminile come medium retorico per contrabbandare un messaggio politico. La sollevazione delle donne può apparire in sostanza come un'amplificazione comica di una figura - in se stessa non molto originale - della retorica demagogica: un artificio per contrabbandare un punto di vista inconsueto sotto le spoglie di una semplicità e di una mancanza di sofisticazione tanto ostentata quanto fittizia. L'idea che la lunga guerra fra le città greche sia assurda e controproducente è rappresentata come una verità così evidente da essere accessibile perfino al buon senso elementare di una madre di famiglia, che non si preoccupa di nulla al di là dei bisogni primari.
La dilatazione fino alla mostruosità di un espediente demagogico in se stesso banale conduce Aristofane ad oltrepassare i limiti del suo eventuale orizzonte politico: il suo rovesciamento comico del mondo, anche qualora fosse usato solo allo scopo di rafforzare lo status quo in virtù di una licenza episodica, è strutturalmente ambiguo, perché può mettere in luce la mancanza di senso e di necessità di quelle gerarchie sociali che vengono ribaltate e sospese . Per isolare questa ambiguità, bisogna compiere un lieve arbitrio ermeneutico rispetto al genere letterario: occorre, cioè, prendere sul serio la commedia.

Con la consapevolezza di permetterci una certa libertà interpretativa consideriamo l'agone epirrematico in cui Lisistrata espone il suo disegno politico di fronte a un pubblico di uomini . L'Acropoli è stata occupata dalle donne, che si sono impadronite del tesoro pubblico; i vecchi di Atene hanno tentato di riconquistarla e sono stati respinti: soltanto allora il probulo che li guida viene incitato a interrogare Lisistrata sui motivi della sua azione inusitata . Gli argomenti di quest'ultima, in sostanza, sono i seguenti: le donne sono state coinvolte in una decisione politica catastrofica, la guerra, senza aver potuto partecipare alla sua deliberazione, perché obbligate - pur essendo cittadine e svolgendo nella polis una funzione vitale - a tacere e stare in casa (Lys. vv. 507-528); inoltre, dal momento che alle donne viene fatto amministrare il bilancio domestico, non si vede perché non siano in grado di amministrare anche l'erario (Lys. vv. 493-497). Il colpo di forza, in questa situazione, era l'unico modo per farsi ascoltare e salvare la città della rovina. In questa esposizione ho compiuto, consapevolmente, un abuso, perché ho preso sul serio uno scambio di battute comico e l'ho trasformato in una argomentazione politica. Ma se prendiamo in considerazione i discorsi del probulo, non andiamo oltre invettive irose e sgomente del tipo:

Io zitto di fronte a te, maledetta, che porti un velo in testa? Piuttosto morire! (Lys. vv. 530-531)


Neppure un interprete spregiudicatissimo potrebbe estrarre da interiezioni di questo genere un argomento a difesa della stratificazione dei soggetti morali stabilita: per il probulo la guerra, così come la subordinazione delle donne, sembrano essere circostanze di fatto talmente ovvie da non richiedere giustificazione. Nel V libro della Repubblica, di contro, vengono accuratamente analizzati, in contraddittorio, sia gli argomenti a favore dell'uguaglianza delle donne, sia quelli discriminatori.

L'articolazione degli argomenti di Lisistrata è ancora più esplicita nel grande discorso politico con il quale riconcilia gli uomini di Grecia, piegati dalle conseguenze dello sciopero del sesso:

Non sono che una donna, ma possiedo la ragione. La posseggo per conto mio e per aver ascoltato i discorsi di mio padre e degli altri anziani; non sono male istruita. (Lys. vv.1124-1127)


I titoli che Lisistrata rivendica come legittimanti la sua partecipazione pleno iure alla politica sono sostanzialmente i seguenti: in primo luogo, ella è dotata di nous. di intellectus, ossia della facoltà di capire e penetrare le cose; a questo intelletto, che è una facoltà primaria e non acquisita, si aggiunge la conoscenza ottenuta con l'esperienza e l'educazione, ascoltando i discorsi di suo padre e degli altri anziani. Se dunque il requisito di un soggetto morale a pieno titolo è la capacità di capire le questioni su cui delibera, alle rivendicazioni di Lisistrata non si può opporre né l'argomento generale, tassonomico, che le donne in quanto tali mancano di intelletto pratico - anche perché il fatto che siano sottoposte a delle leggi implica che esse abbiano almeno la capacità di comprenderle e di seguirle -, né l'argomento particolare che manchino di esperienza, dal momento che questa esperienza è acquisibile e, nel caso particolare, è stata acquisita. Quali sono, dunque, le ragioni dell'esclusione? Da parte maschile, non c'è traccia di argomentazione: il discorso di Lisistata, di solennità tragica, perde la sua efficacia retorica in quanto Aristofane lo inserisce in una situazione comica: ella, infatti, sta mostrando una donna nuda che rappresenta la Diallaghe - la riconciliazione - a plenipotenziari spartani e ateniesi, il cui interesse è fisiologicamente limitato ad un aspetto quanto meno parziale della femminilità .

Lisistrata ha vinto soltanto de facto, perché il suo ricatto ha avuto successo a causa della incontenibile incontinenza maschile: significativamente ella viene fatta sparire dalla celebrazione con cui, come è costume di Aristofane, si conclude la commedia, mentre i personaggi maschili disconoscono a cuor leggero la maternità del suo progetto politico, preferendo attribuirla al vino:

- ... E noi, anche bevendo, ci siamo comportati saggiamente. -
- E' naturale, visto che quando siamo sobri ci comportiamo da stupidi. - (Lys. vv. 1227-1228)


Lisistrata, nel rovesciare il mondo, è stata costretta a confermarlo: l'area di visibilità delle donne, comunque esse si comportino, è e rimane esclusivamente il sesso. Esse ottengono una uguaglianza provvisoria solo qualora sospendano la loro disponibilità e la rendano oggetto di contratto. Ma essere riconosciuta come parte in causa in un contratto da una controparte la quale si rassegna a negoziare ciò che non riesce ad ottenere con la forza non implica un riconoscimento morale de iure, ma solo una equiparazione temporanea che dura finché sussiste il potere e la volontà di ricatto. Un riconoscimento morale pieno, dal punto di vista della morale politica di Atene, avrebbe implicato un diritto alla partecipazione, che nella commedia non viene mai riconosciuto, indipendente dal godimento contingente del potere di contrattazione. Un riconoscimento fondato sul ricatto è per forza di cose un riconoscimento spurio e transitorio: esso dura solo finché persiste il potere e la volontà di ricattare, e svanisce non appena il ricatto è concluso - anche con successo. Lisistrata, col suo sciopero, ha comprato la pace ma non ha ottenuto il riconoscimento. La soggettività morale non è negoziabile.

Aristofane e il Socrate del V libro della Repubblica ragionano allo stesso modo, sulla questione dell'uguaglianza delle donne?

Per rispondere a questa domanda occorre, preliminarmente, capire se Socrate sta usando questo tema come un espediente retorico, accessorio a un messaggio più importante che vuole comunicare, oppure se l'argomento, nell'economia del testo, si regge su se stesso. Se, cioè, Socrate abbia o no interesse a mettere la physis, così radicalmente in discussione da proporre sul serio quello che Aristofane osava immaginare soltanto per scherzo.


Una bella raccolta di testi in italiano su Dioniso e il teatro greco si trova presso la rivista digitale Il bolero di Ravel, numero dodici aprile 1999
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Maria Chiara Pievatolo © 1998-2000  Torna all'inizio di questo documento