Il mondo di Platone La Repubblica di Platone: indice generale Il testo di Platone

Kateben...

L'incipit della Repubblica [327a] è un "discesi [kateben] al Pireo" che è sembrato molto significativo a un interprete come Eric Voegelin, perché richiama il kateben (Od., XXIII, 252-53) con il quale, in Omero, Odisseo racconta la sua discesa all'Ade. Secondo Voegelin, la discesa di Socrate al Pireo è una katabasis - un viaggio verso il basso - in un Ade sociale e culturale. Non dobbiamo, però, dimenticare che il significato del mondo dei morti è rielaborato, nei testi platonici, in modo tale da fare dell'aldilà un luogo di verità, come si può vedere, dubitativamente, alla conclusione dell'Apologia, e con sempre maggior forza nel mito finale del Gorgia e nel racconto di Er, al termine della Repubblica.

Mario Vegetti ("Katabasis", in Platone, La Repubblica, Napoli, Bibliopolis, 1998, vol. I, pp. 93-104) ricorda che il verbo greco katabaino (scendo) ha anche un significato quotidiano e banale. Tuttavia, prosegue Vegetti, l'impegno stilistico di Platone nella composizione della sua opera e la presenza, nel dialogo, di altri temi "catabatici" - nel mito di Gige, nell'allegoria della caverna e nel racconto di Er - fa pensare che questo incipit non sia frutto di una scelta casuale. Alla discesa iniziale corrisponde una risalita finale: nelle ultime righe del libro X, Socrate riprende la parola, dopo aver concluso il racconto di Er, per esortare a "seguire sempre la via verso l'alto" [tes ano odou, 621c]

Il porto del Pireo è un luogo notturno e barbarico, un melting pot popolato da barbari e semibarbari, come i Traci che festeggiano la loro Bendis, una divinità femminile, lunare, materna e guerriera, paragonabile ad Artemide e a Ecate. Nella tradizione, il viaggio negli Inferi (Odisseo, Orfeo, Pitagora, Parmenide) è un'impresa pericolosa, ma apportatrice di conoscenza, per lo più divinatoria o iniziatica.

Di contro, la conoscenza che Socrate conquista scendendo al Pireo non ha una natura divinatoria o iniziatica, ma è qualcosa che egli guadagna attraverso la discussione e il confronto con creature tutt'altro che infere e divine: ricchi meteci, aggressivi sofisti, partigiani democratici o oligarchici e aristocratici insoddisfatti - cioè con l'intero spettro sociale della polis del suo tempo. Molto opportunamente, Vegetti sottolinea (op. cit., p. 101) l'ironia con la quale Platone stravolge il topos della katabasis. Non ci sono né dei né indovini, al Pireo.

Socrate, dunque, è il protagonista di un romanzo di formazione, che comincia con una discesa, e finisce con una risalita. Tuttavia, egli non esce, alla fine, a "riveder le stelle" ma fa narrare un mito di anabasi dal leggendario Er, e si limita ad indicare la via verso l'alto. Il filosofo morto rimane chiuso nell'universo del testo: spetta a chi ha partecipato al dialogo come lettore uscire dal testo e salire, con questa nuova conoscenza, nella vita, in modo tale che il libro sappia davvero ricordare e raccontare qualcosa e non sia un documento, concluso, del mondo dei morti. La Repubblica non è un libro consolatorio: il lieto fine, se ci sarà, dipenderà da chi è vivo.
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Maria Chiara Pievatolo © 1998-2000  Torna all'inizio di questo documento