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Olismo deriva dal greco holon, che significa "tutto", nel senso di "intero". L'olismo politico è quella prospettiva teorica che tratta la comunità politica come se fosse un intero, e gli individui che la compongono come sue parti. Come le cellule hanno senso e funzionalità solo entro l'organismo di cui fanno parte, così i cittadini hanno senso e valore esclusivamente in quanto parti dello stato, cioè dell'intero o del tutto che li ricomprende: una classica illustrazione di questa tesi è l'apologo di Menenio Agrippa. Il "tutto" è legittimato a valersi di logiche che gli individui che ne fanno parte possono non capire, o trovare immorali.
Olismo e individualismo possono essere parte di posizioni metafisiche quando si pensa che l'intero, o l'individuo, siano la realtà, cioè che siano reali, per usare una metafora hegeliana, la foresta e non i singoli alberi, com'è per gli olisti; oppure siano reali i singoli alberi ma non la foresta, com'è per gli individualisti. Ma se si è consapevoli del carattere funzionale e non metafisico-sostanziale dei nostri strumenti logici, olismo e individualismo possono convivere. Per esempio, possiamo considerare la foresta come un tutto quando ci occupiamo della sua influenza sul clima globale, oppure il singolo albero, nella sua individualità, quando ci chiediamo come farlo crescere dritto. Platone, nel I libro della Repubblica, ragiona come un olista, quando fa dire a Socrate che lo schema della giustizia come armonia può essere applicato sia al singolo, sia alle comunità?Per rispondere a questa domanda, dobbiamo chiederci se l'olismo metafisico usi, nel trattare il tutto e le sue parti, una o due logiche. Se, cioè, l'olismo legittimi l'applicazione al tutto e alle parti di un solo strumento logico, oppure se ne richieda due, uno per gli individui in quanto parti del tutto, e uno per il tutto in quanto intero. Per esempio, in merito al problema della giustizia, un olista potrebbe dire che per gli individui giusto è comportarsi funzionalmente alla sopravvivenza della comunità (salus rei publicae suprema lex), e non alla loro, mentre per il tutto è giusto mirare esclusivamente alla propria sopravvivenza. Ma questo modo di ragionare, a ben guardare, comporta due logiche, e non una: quella del sacrificio per gli individui, e quella "egoistica" per il tutto. Di contro, l'uso di una sola logica per il "tutto" e le "parti" non comporta necessariamente, sul piano pratico, una prospettiva olistica, perché gli individui possono reclamare l'attuazione, se la logica è una, degli stessi valori cui si ispira il tutto: ad esempio, se la libertà è un valore di riferimento, allora deve poterlo essere non solo per la città, ma anche per me come individuo. Inoltre, in questo modo di ragionare non si richiede che la totalità o l'individuo abbiano una realtà metafisicamente autonoma: posso applicare a me e allo stato gli stessi criteri organizzativi perché la mia e la sua unità sono qualcosa che assumo in funzione degli strumenti che uso, e non posso dire che siano "tutto" o "parte" ontologicamente, cioè per il loro essere intrinseco. L'applicazione di un criterio determinato di armonia tanto all'individuo quanto alla comunità politica distacca Platone sia dalla tradizione di Parmenide, sia da quella di Democrito, se accettiamo la caratterizzazione unitaria di queste due tradizioni offerta da J. Stenzel (Plato der Erzieher, Leipzig, F. Meiner, 1928; Platone educatore, Roma-Bari, Laterza, 1974). Parmenide si schiera dalla parte dell'intero: per lui, solo l'Uno è, il suo essere equivale al pensiero, tutto il resto è apparenza, doxa, e quindi non è. L'uno è una sfera che abbraccia tutto, che costituisce il limite del mondo e racchiude in sé ogni essere pensabile. L'idea dell'infinito è per Parmenide, come per tutti i greci, qualcosa di insoddisfacente e di indefinito: occorre una meta (telos) e un limite (peras), altrimenti il mondo sarebbe informe e incomprensibile. Occorre trovare la conclusione formatrice del mondo, che nasce solo dal pensiero. A questo scopo, Parmenide sacrifica la struttura del mondo, che viene detta irrazionale e illusoria, perché introdurrebbe molteplicità e indefinitezza; razionale è solo l'unità e totalità del mondo: il puro essere è indivisibile. Lo stesso ragionamento applicano Leucippo e Democrito all'infinitamente piccolo: la divisione ha fine con un indivisibile concettuale, l'atomo o in-dividuo, cioè quello che non si può più tagliare o dividere. Platone si distacca sia dall'olismo, sia dall'individualismo metafisico perché non si chiede se sia "reale" l'individuo singolo o l'intero sociale, ma cerca, per così dire, un modulo funzionale che consideri non la natura degli oggetti, ma le relazioni fra questi. Per questo, può applicare lo stesso modello sia ai rapporti dell'individuo con se stesso, sia a quelli degli individui fra loro. Ma, se è così, il carattere unitario del modello platonico non è di per sé un sintomo di olismo metafisico. |
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