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Aiace

Hegel e Platone

La razionalità del reale

Gli scritti di Hegel su Platone costituiscono uno dei motivi più interessanti dell'intera storia della filosofia. A questo tema il filosofo tedesco ha dedicato pagine fondamentali delle sue opere a stampa, ed un numero consistente di Lezioni. L'ateniese è stato posto al centro delle considerazioni hegeliane fin dagli anni della giovinezza, per tornare in modo emblematico in quel luogo della prefazione alla Filosofia del diritto in cui si discute tanto della razionalità del reale, quanto dello stato come manifestazione storica di una razionalità siffatta.

Platone viene indicato come il filosofo che per primo aveva compreso una tale verità, e ne aveva elaboranto la forma concettuale adeguata al mondo antico, anche se Hegel mette in luce l'impossibilità per la situazione etica del mondo antico stesso di giungere ad una soluzione effettiva di questo rapporto. Il toglimento (Aufhebung) della contraddizione tra realtà e razionalità è un privilegio riservato all'età moderna, vale a dire a quello stesso nuovo mondo al quale Hegel intendeva fornire una concezione filosofica sistematica (1). Tuttavia, già nella Filosofia del diritto, allo stesso modo che nelle altre opere mature come l'Enciclopedia (1827-30), e successivamente nei corsi di Lezioni berlinesi, al momento della definizione del problema speculativo, cioè del problema della razionalità del reale, egli riprende le fila del suo confronto a distanza con Platone. In questi ultimi luoghi, nella prospettiva delle riflessioni tarde sullo statuto della filosofia in quanto sfera dello spirito assoluto, viene alla luce appieno un contrasto molto forte tra il regno della libertà pura, cioè il regno del libero pensiero di cui si rende interprete la scienza, e il regno della libertà realizzata che è regno dello spirito oggettivo, al quale, al contrario, si rivolge l'eticità.
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Un dissidio siffatto è proprio di tutto il periodo berlinese e non trova conciliazione neppure negli ultimi anni della riflessione filosofico-politica hegeliana, allorché l'ago della bilancia sembrerebbe spostarsi in direzione delle sorti del pensiero puro. È all'interno di questo contesto che la figura di Platone riemerge in tutta la sua portata, perché è senza dubbio vero che Hegel si sentì molto vicino al grande filosofo dell'antichità, come a colui che aveva pensato nella forma più completa la situazione etica del proprio presente, ma che allo stesso tempo ne aveva sperimentato i limiti. Tuttavia, al di là delle affinità rintracciabili tra l'itinerario speculativo platonico e quello hegeliano, lo studio del rapporto tra Hegel e Platone può essere rivolto verso una direzione differente. È possibile che Hegel si fosse convinto del fatto che, allorché raggiunse il culmine del proprio pensiero, anche Platone avesse maturato la consapevolezza della limitatezza della pretesa di una corrispondenza perfetta tra l'idea e la sua veste reale, e pertanto che il rapporto tra la scienza e la politica, tra la filosofia e lo stato, fosse destinato a non trovare una soluzione definitiva.

Lo stato e la filosofia

Agli occhi di Hegel, il disegno platonico della Repubblica non è un sogno giovanile, ma è invece una sublime opera di pensiero. Proprio in quella posizione speculativa si trova il lato universale della riflessione platonica. Riprendendo una nota espressione della Filosofia del diritto, Platone ha colto la verità "senza veli", ma quest'ultima lo ha messo di fronte ad un problema che non appartiene ad un'epoca determinata dello spirito, ma alla natura dello spirito stesso. Una verità siffatta, la razionalità del reale, si estende anche al piano della politica, perché dinanzi ad essa si comprende che lo stato non è un'opera d'arte (2), e che l'accidentalità immanente ad ogni forma di oggettivazione della libertà conduce all'impossibilità di definire una omogeneità perfetta tra la razionalità "assoluta" e quella "realizzata". D'altra parte, proprio allora diviene possibile dirigersi verso una concezione della peculiarità dell'oggettività stessa. Seguendo questa via interpretativa, si può giungere a chiarire gli atteggiamenti hegeliani che lo conducono tanto alla difesa delle sorti della politica e della statualità, quanto alla volontà di collocarle al centro del mondo etico, per concludere con la descrizione di una statualità siffatta quale luogo peculiare di esercizio della libertà pubblica.
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Per quale ragione il rapporto tra Hegel e Platone molto più che in riferimento al momento di definizione "positiva" del contenuto dell'idealismo può essere individuato in riferimento al suo momento "negativo" ? Secondo il testo hegeliano la specificità della filosofia politica di Platone fu il fatto d'aver compreso la necessità di unificazione nell'oggettività etica del contenuto razionale; vale a dire il fatto di essersi resa interprete dell'unità tra idea e stato, e della conseguente vocazione della filosofia alla comprensione della totalità. Tuttavia, oltre la lettera del testo hegeliano si presenta la problematicità che una tale interpretazione pone nei confronti della lezione platonica, in modo particolare in riguardo alla visione dell'universo etico incentrato sulla dimensione dell'idea del bene come regno della 'trascendenza'. Ciò che in realtà colpì Hegel, e da cui deriva una interpretazione siffatta, fu la concezione platonica della filosofia come esigenza di sanare le ferite della contraddizione, alla quale s'associa il compito riservato alla stessa, in quanto attività speculativa pura, di pacificare le scissioni del presente storico.

Una tale funzione primaria della filosofia costituisce la fonte tanto del tema della scienza, quanto del tema dello stato. Infatti, è significativo lo sforzo effettuato da Hegel al fine di trovare una forma di conciliazione tra stato e pensiero, la quale, impiegando una terminologia che rimanda ad un problema fondamentale dell'intera riflessione platonica, potrebbe essere tradotta nel tema dell'accordo tra le leggi e la giustizia. Tuttavia, man mano che s'approssima la conclusione del dialogo, nella Repubblica una tale conciliazione oggettiva tende a sfumare con progressività sempre maggiore nella figura metafisica dell'idea del bene (idea agathou), la quale si presenta nella veste di un concetto dotato di un rilievo teorico maggiore - come ha scritto Heidegger, di un'eccedenza (3) - rispetto alla semplice realtà oggettiva rappresentata dalla polis. Allo stesso modo, nella Filosofia del diritto hegeliana l'idea etica, definita pure come idea del diritto (4), e rappresentata come il prodotto della volontà libera, acquista un rilievo particolare ed una particolare eccedenza nei confronti della realizzazione del diritto (5) che è quella stessa totalità reale (6) con cui Hegel definisce lo stato.
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La realtà come maturità del pensiero

Il Platone della maturità, che si ritrova nei dialoghi politici più tardi, come Le leggi, agli "ideali" della Repubblica sostituisce una logica dell'accettazione del reale, che si manifesta nel differente atteggiamento col quale è trattato il presente storico e isitituzionale della polis del tardo periodo democratico. Un tale mutamento di prospettiva è interpretato da Hegel come una riconciliazione del filosofo con le leggi della propria città. All'interno del proprio personale itinerario speculativo, Hegel stesso approda nel periodo della maturità ad una logica della razionalità del reale, la quale comporta l'accettazione da parte di ognuno del presente etico che il proprio tempo gli ha riservato: questa è una consapevolezza che deve essere tenuta ferma ancor prima della immedesimazione etica con le leggi dello stato. Una tale unità d'intenti tra i due pensatori non deve essere interpretata come un'abdicazione alla forza del semplice dato oggettivo, come un consegnarsi alla semplice situazione fattuale, o addirittura, come hanno rilevato in molte occasioni i critici della filosofia speculativa, come la formulazione di una vera e propria sudditanza teorica dell'intelligenza e della volontà al dato oggettivo, alla quale si associa in modo necessario un atteggiamento di disimpegno politico. Al contrario, è possibile provare a fornire una spiegazione diversa in merito a questa posizione filosofica, la quale ha accomunato due tra i massimi pensatori di tutte le epoche: sarebbe invece ingeneroso accettarla come un dato immediato.

Platone e Hegel giungono alla conclusione dell'immanenza dello stato alla vita etica degli individui proprio per via di quella stessa problematicità teorica presente all'interno del concetto di giustizia, la quale, a sua volta, rinvia all'idea del bene. La specificità della filosofia politica hegeliana rispetto alla filosofia politica platonica si fonda su quest'ultimo argomento. Nelle critiche mosse da Hegel all'idea del bene (Idee des Guten), oltre che all'esplicito riferimento kantiano che ricorre in numerosi luoghi sistematici, è presente anche un riferimento alla posizione platonica; d'altra parte una tale eredità platonica già era stata resa pubblica da Kant (7) . In contrapposizone alla prospettiva mossa dalla visione etica ispirata all'idea del bene, la quale rimanda ad una tipologia teleologica avente in sé ancora una forma di scissione (8), Hegel formula la teoria della presenzialità della ragione sotto la veste della realtà etica. È una visione siffatta che regge il teorema della razionalità del reale, che come abbiamo visto rappresenta il tratto distintivo tanto del pensiero hegeliano vero e proprio, quanto della sua peculiare interpretazione di Platone.
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Lo sviluppo dello spirito nella storia

In riferimento al problema dell'interpretazione del sistema etico platonico, nella riflessione hegeliana interviene il tema del passaggio dal mondo antico al mondo moderno, sulla base del quale Hegel giustifica la preminenza del proprio sistema filosofico rispetto a quello di Platone. Attraverso questa argomentazione, sono posti in questione i limiti della metafisica antica e dei propri strumenti logici, rispetto agli strumenti della logica moderna e alla prospettiva metafisica ad essi connessa. Nella Filosofia del diritto questi temi compaiono in luoghi molto precisi, all'interno dei quali ricorre la presenza costante di un'espressione che per Hegel è fondamentale: il concetto dello spirito. La caratteristica propria dello spirito è la sua capacità di costituirsi come una seconda natura. Cosa s'intende con la formula per la quale lo spirito, ed in modo particolare lo spirito oggettivo che interpreta il mondo del diritto, è "seconda natura"? (9).

Con quest'espressione Hegel intende riferirsi alla capacità dello spirito, che è ragione, di edificare un mondo proprio, indipendente dal mondo della natura, nel quale al posto delle leggi della necessità meccanica sia vigente la legge della libertà teleologica. Pertanto, il regno spirituale hegeliano si configura dapprima come un regno di liberi scopi. Tuttavia, una tale costruzione incentrata sulla libertà e sull'autonomia degli individui non è ancora sufficiente per risolvere il problema dello spirito; è necessario che accanto alla molteplicità degli scopi individuali sia presente una finalità di maggior rilievo delle altre, la quale divenga il carattere dominante del mondo etico. Sotto questo profilo, inizia a prendere forma la concezione hegeliana della realtà etica, intesa come la realizzazione della libertà sotto la forma di istituzioni razionali, da un lato, e come la comprensione di questa stessa libertà nelle forme dello spirito assoluto, dall'altro.
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Per questa ragione Hegel lega le sorti della filosofia a quelle della realtà statuale, perché quest'ultima è intesa come l'oggettivazione concreta della libertà. Per la medesima ragione possiamo comprendere la critica al progetto implicito nella prospettiva dell'idea del bene, al cui primato sostituisce quello dell'idea etica. Inoltre, egli lega quest'ultima alle sorti del regno dello spirito universale, in virtù della teoria dello scopo finale (Endzweck) della storia. Questo scopo finale, la libertà etica, trova progressiva realizzazione nel corso dello sviluppo storico del mondo 'occidentale' fino alla istaurazione del "regno dello spirito" nell'età moderna.

La funzione della teoria dello spirito

Attraverso la teoria della realizzazione dello spirito nella storia Hegel intende riportare una vittoria duplice: tanto nei confronti delle concezioni filosofiche moderne, che assumono quale loro fondamento il concetto di cosmo naturale, quanto nei confronti del pensiero antico.

Per quanto riguarda il primo punto, egli svincola in modo definitivo la filosofia dal rapporto con l'oggettività e la determinatezza naturale; un rapporto che in una certa misura era rimasto ancora valido tanto nella filosofia della storia di Kant (10), quanto nell'idealismo trascendentale di Schelling (11). In Hegel la storia del genere umano diviene qualcosa di assolutamente differente dalla storia naturale, ed essa si svolge interamente intorno al filo conduttore di quella peculiare libertà che appartiene soltanto all'uomo. In altri termini, si tratta della definizione di una discontinuità della storia umana rispetto alla storia naturale, perché gli individui costruiscono la propria realtà intorno alla natura spirituale della quale rendono testimonianza le istituzioni etiche.
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In merito al problema della cesura operata dalla teoria dello spirito nei confronti del pensiero antico, Hegel si dirige innanzi tutto verso una concezione dell'esaurimento del percoso storico della libertà. Infatti, dall'esame dello sviluppo del principio della libertà nel mondo, che fa la sua comparsa con la libertà oggettiva dell'antichità - della quale fu espressione massima quella stessa democrazia ateniese di cui Platone si era reso interprete (12) -, si giunge a comprendere il fatto che solamente con l'età moderna, e con la sua peculiare forma di libertà, è possibile uscire da quello stesso conflitto tragico che aveva dominato la situazione etica del mondo antico, e che il lungo periodo della riflessione dello spirito, del quale la libertà soggettiva era stata la figura paradigmatica, non aveva potuto risanare. Al contrario, il mondo moderno si è fatto portatore di una forma di pensiero adeguato ad effettuare la conciliazione, la quale sul piano della realtà etica ha trovato espressione attraverso la figura della libertà sostanziale, come noto, unione della libertà oggettiva antica e della libertà soggettiva cristiana e moderna. In questo senso, agli occhi di Hegel il mondo antico era destinato a perire. D'altra parte, un tale destino si rende manifesto già dopo l'irruzione del principio della soggettività all'interno del mondo etico greco, del quale Hegel rintraccia l'evento storico nel processo e nella condanna di Socrate (13). A partire dalla presa di coscienza da parte del pensiero antico del problema della soggettività, è possibile far risalire le origini della lunga fase della riflessione che ha dominato la storia universale fino al momento del proprio completamento a conclusione dell'età moderna.
Secondo Hegel, la funzione catartica del pensiero interviene solamente allorché il percorso della realizzazione è esaurito e "la realtà ha compiuto il suo processo di formazione e s'è bell'e assestata" (14). Di conseguenza, sulla base di un tale evento fondamentale la funzione della teoria dello spirito si definisce attraverso un duplice compito, rivolto tanto alla realtà oggettiva, quanto alla realtà assoluta del pensiero. In quest'ultimo senso, la libertà non è più distinguibile dall'elemento generalmente universale che Hegel nel sistema di filosofia chiama spirito assoluto.
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La realtà etica e la presenzialità dell'idea nel mondo

Come abbiamo scritto, Hegel intende sostituire il primato della realtà (Wirklichkeit) al primato della 'trascendenza' e del dover essere (Sollen) impliciti nella definizione dell'idea del bene (15). Solamente attraverso la sua realizzazione l'idea può trovare il proprio completamento, cioè può divenire realmente effettuale (16). Infatti, attraverso la realizzazione (Verwirklichung) l'idea da logos astratto assume le proprie configurazioni (Gestaltung) concrete, vale a dire acquista la propria vita e diviene spirito. A sua volta, quest'ultimo sarà ricondotto ad universalità attraverso le opere umane, e sarà isituito in eternità 'storica' nelle forme dello spirito assoluto.

Nel mezzo di questo sviluppo sistematico generale, dallo stesso Hegel posto a fondamento del proprio sistema della scienza, del quale l'Enciclopedia del 1830 costituisce la più tarda e maggiormente completa trattazione, si pone il problema della filosofia del diritto. In quest'ultima parte del sistema Hegel vedeva la trattazione dello spirito oggettivo, il quale con la teoria della realtà etica intende mettere capo ad una conciliazione all'interno del regno dell'oggettività, cioè all'interno del mondo dei costumi, effettuata alla luce della presenzialità (Gegenwart) della ragione nel mondo. Sotto questo profilo, la concezione hegeliana dello stato deve essere riportata interamente ad una tale prospettiva speculativa. D'altra parte, per questa stessa ragione appare chiaro che, anche se nella Filosofia del diritto Hegel non ha esitato ad identificare lo stato con l' "immagine e [la] realtà della ragione" (17), tuttavia nei luoghi in cui un tale riferimento speculativo è maggiormente accentuato, il significato di questa "razionalità" si dirige senza dubbio molto di più in direzione dell'elemento astrattamente universale, cioè della libertà etica in quanto tale (18), piuttosto che in direzione dell'elemento peculiarmente statuale, il quale altrove è stato definito dallo stesso Hegel nei termini di materiale (Material) della realizzazione.
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Nonostante questa posizione interpretativa interna alla Filosofia del diritto, rimane vero il fatto che Hegel ha creduto fermamente nella concezione della realtà etica quale luogo della conciliazione tra l'elemento 'universale' rappresentato dalla libertà con l'elemento meramente 'oggettivo' rappresentato dallo stato. Pertanto, risulta interessante fornire una spiegazione delle motivazioni teoriche hegeliane, ancor prima che della sua concezione politica. Citando una fortunata espressione coniata da Karl Löwith, bisogna ricordare che, attraverso il proprio personale "venerdì santo speculativo", Hegel inaugura il primato della realizzazione nei confronti dell'idea nel suo concetto, cioè nei confronti dell'elemento logico in quanto tale. Prendendo ora in considerazione l'attenzione riservata da Hegel all'elemento concreto, alla particolarità, la comunanza della filosofia del diritto hegeliana con la concezione etica di Platone può essere rintracciata proprio in quello stesso monito a "tornare nella caverna" che nella Repubblica viene impartito allo schiavo 'liberato' dalle proprie catene e giunto alla comprensione filosofica. Tuttavia, come Socrate, questi troverà la morte proprio a causa del suo ritorno nel "regno delle ombre", confermando l'interpretazione hegeliana del mondo antico come un'età di conflitti tragici, che investono non solo la sfera etica, ma anche il rapporto di questa con la dimensione della conoscenza. Al contrario di Platone, Hegel pensa che la propria età storica sia pronta a fornire una conciliazione a questi stessi conflitti riconducendoli sul terreno della realtà etica. È grazie a quest'ultima che, come scrive nella Filosofia del diritto, la massima "fiat justitia non deve aver per conseguenza pereat mundus" (19).

D'altra parte, attraverso il primato della realizzazione Hegel intende ribadire la propria adesione alla teoria dello spirito come compimento della teoria logica. Come abbiamo ricordato, questa stessa adesione non significa altro che il prendere le parti delle forme concrete e viventi, le quali, a suo giudizio, possono essere definite in modo autentico solamente nel pensiero.
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I limiti del principio della realizzazione

L' adesione hegeliana al primato della realtà, divenuta qui forma della ragione effettivamente presenziale, conduce Hegel verso una nuova forma della scissione (Trennung). Infatti, il primato della presenzialità conduce alla definizione di un medesimo orizzonte di pensiero che abbracci l'intero sviluppo dello spirito come avente un corso definito e determinato; a questo concetto è stato dato il nome di conclusione della storia. Sorta in opposizione all'idea del bene nella sua formulazione platonica e kantiana, l'idea etica hegeliana non permette tuttavia di definire come razionale tutto quel che è meramente presente, bensì solamente le forme dell'universale che prendono corpo nel corso di quel racconto a priori che è la storia del mondo o storia universale (Weltgeschichte). In questo modo, nella filosofia hegeliana il presente autentico risulta solamente quello che investe il percorso dello spirito, il quale è stato individuato come lo sviluppo dell'idea nella storia (20) e che dal punto di vista politico può essere ricondotto all'avventura etica del mondo moderno.

Tenendo presente l'intera connessione sistematica della filosofia hegeliana dello spirito oggettivo, l'ideale platonico della giustizia in Hegel si ripropone con rinnovata forza come l'orizzonte alla luce del quale si sviluppa l'idea etica. Un ideale siffatto si risolve nel profilo della libertà, la quale mette capo in ogni caso alle buone leggi (21). Per questa ragione, è vero anche il fatto che una tale libertà si riveste di forma effettiva attraverso quello stesso principio del diritto che in questo luogo sfugge ad una semplice connotazione giuridica, ma pur senza perderla, intende esprimere al contempo il medesimo senso etico che fu uno degli ideali maggiori del mondo di Platone.
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Nico De Federicis © 2000