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Il redivivo e lo spettro |
Amleto ed Er
La morte fra filosofia e tragedia Ambiguità platoniche |
Amleto ed Er
Secondo Karl Jaspers (Über das Tragische, 1952) la grande tragedia è un prodotto tipico delle epoche di transizione - antiche e moderne - che vedono disgregarsi una tradizione compatta. Il tragico mette in scena il carattere conflittuale e problematico dell'esistenza, senza offrire una definitiva soluzione razionale, e svanisce o non viene più compreso quando si affermano le filosofie sistematiche. Nel mondo antico, il ruolo di affossatore del tragico fu svolto, esemplarmente, da Aristotele.
Platone, da filosofo, attacca la mimesis, cioè l'immedesimazione dei poeti in un mondo che non sanno spiegare concettualmente, pur avendo, in questo mondo, un ruolo di potere. Tuttavia, quando parla della morte e del senso della morte per la vita, lo fa sempre in forma mitica. Per questo, può essere interessante confrontare la morte secondo Er e la morte secondo Amleto. La morte fra filosofia e tragedia
In questo celebre monologo, viene esposta una concezione della morte molto simile a quella criticata da Socrate nell'Apologia: la morte, in quanto mitico e ignoto, è più temibile dei mali, noti, della vita. Amleto ha pur visto uno spettro - quindi un viaggiatore tornato dall'aldilà - ma sulla morte non ha certezze. Il suo fantasma è un fantasma mondano e vitale di sospetti, obblighi d'onore, potere politico - della cui consistenza non c'è certezza. E questo Amleto lo imparerà alla fine, affrontando una morte ironica, sulla quale ha da dire soltanto che "the rest is silence".
Ambiguità platonicheTutto questo, però, viene esposto in forma mitica: il racconto filosofico platonico non è ancora - e forse non vuole essere - una narrazione totalitaria, a soppiantare quella dei poeti, e per questo lascia dei buchi e delle falle. La scoperta della libertà è la scoperta della sua irriducibilità a descrizione teoretica: anche la "filosofia" ha i suoi sogni.
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