Il mondo di Platone La Repubblica di Platone: indice generale Il testo di Platone
Tempio di Athena Nike, Atene

Il mito del giudizio dei morti

La funzione del mito
Il giudizio dei morti
Il castigo dei tiranni
Una rielaborazione omerica
Il senso filosofico del mito
La verità della morte
L'oltretomba come anti-città

La funzione del mito

Il Gorgia si conclude con un mito sull'Oltretomba [523a ss]; inaugurando un modello seguito anche dalla Repubblica, che prende congedo dal lettore con lo straordinario racconto di Er. L'ipotesi di un mondo dei morti, come luogo della verità e non come regno delle ombre, si trova anche nelle pagine finali dell'Apologia. In tutti e tre i casi, la funzione del mito è quella di lasciare il testo inconcluso, mantenendolo in tensione con una storia enigmatica che sembra alludere a qualcosa di più di quello che comunica esplicitamente. Perché Platone ricorre al regno dei morti come termine di confronto per mettere in discussione quello dei vivi?
Nel Gorgia, Socrate narra il suo racconto "come se fosse una verità" dicendo che, nonostante la sua apparenza di mythos, per lui è un logos.

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Il giudizio dei morti

Al tempo di Chronos e nei primi anni del regno di Zeus, si veniva giudicati, per stabilire se la nostra vita ci meritava il premio delle Isole dei beati o il castigo del Tartaro, quando si era ancora vivi. I morituri venivano condotti davanti a giudici viventi, i quali emanavano le loro sentenze il giorno del loro trapasso.
Ma Plutone e gli altri che avevano in cura l'amministrazione delle Isole dei beati si lamentavano con Zeus, perché i giudici inviavano loro persone immeritevoli. Zeus si rese conto che i giudici emanavano sentenze ingiuste, perché erano viventi che esaminavano dei viventi. Se viene giudicato da vivo, il candidato all'aldilà è vestito; molti che hanno un'anima malvagia sono rivestiti di bei corpi, di nobiltà, ricchezza e prestigio sociale. Per questo, numerosi testimoni si presentano a dichiarare che è vissuto giustamente. Anche i giudici sono vivi, e giudicano vestiti; la loro anima è velata dagli occhi, dagli orecchi e da tutto l'insieme del corpo, e dunque vengono ingannati da questo apparato, cui essi stessi partecipano. La morte era una esperienza disponibile: ogni libertà morale e di giudizio era annullata in una società totale, e totalmente esteriore.
Per questo, Zeus stabilì che gli uomini non conoscessero l'ora della loro morte, e fossero giudicati da morti, nudi, e nudi e morti dovessero essere anche i giudici, anime di fronte ad anime. Eaco giudica chi viene dall'Europa, Radamanto chi viene dall'Asia, e Minosse funge da giudice d'appello. L'anima e il corpo, separati, conservano ciascuno le proprie qualità e i segni delle attività compiute, che il giudice, senza gli ingombri del corpo e del vestito, può accertare direttamente. Il giudice vede l'anima senza sapere a quale corpo appartiene, e se è flagellata, contorta e piena di cicatrici a causa della sua malvagità, l'avvia in prigione, dove patirà i dovuti castighi. In questo modo il giudice è messo, letteralmente, in condizione di amministrare la giustizia senza guardare in faccia nessuno.

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Il castigo dei tiranni

Chiunque sconta una pena, se questa è inflitta giustamente, o diviene migliore e ne trae vantaggio, o serve da esempio agli altri, perché questi, vedendo quello che soffre, intimoriti divengano migliori.
Chi trae vantaggio dalla pena è chi ha commesso colpe riparabili, o, meglio, curabili (iasimos). Ma tale vantaggio viene ottenuto solo da chi passa attraverso sofferenze e dolori, in questo mondo e nell'Ade. Chi invece ha provocato un male incurabile, può servire da esempio agli altri con la sua pena. Le punizioni esemplari, che consistono in castighi eterni, sono riservate a re e tiranni (Sisifo, Tantalo, Tizio), i quali, dunque, appartengono al novero di chi compie mali irreparabili. I privati - perfino quando si tratta di persone come Tersite - non hanno meritato nessun castigo del genere, e dunque sono più felici dei potenti e dei sovrani, nell'aldilà. E' difficile, per questi ultimi, essere virtuosi.
Socrate conclude il suo racconto dicendo di avere molto a cuore un esito felice del processo dei morti, e perciò di tenere l'occhio fisso sulla verità, perché mira a sapersi difendere in esso e non in quelli di Atene, ove la mancanza di chiarezza e di corroborazione critica rende irresponsabili i comportamenti degli uomini. La sua scelta, che contrasta con le opinioni di Callicle, è dovuta al fatto che l'unico ragionamento rimasto inconfutato è che dobbiamo guardarci dal commettere ingiustizia più che dal subirla.

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Una rielaborazione omerica

Platone, in questo mito, rielabora elementi già presenti in Omero, che Socrate cita come sua fonte. Ma mentre Omero metteva nel Tartaro - la parte più profonda degli Inferi - soltanto i Titani, rei di essersi ribellati a Zeus, il mito platonico ci dice che il castigo eterno è riservato esclusivamente agli uomini di potere. Perfino Tersite, il paradigma omerico del kakos brutto, insubordinato e maligno, ha una sorte ultraterrena migliore della loro. Socrate precisa, ancora una volta contro la tradizione, che sovrani come Sisifo, Tantalo e Tizio vengono puniti per l'uso che hanno fatto del loro potere politico e non, come invece riportava il mito, per la loro hybris nei confronti degli dei.
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Il senso filosofico del mito

Socrate dice che il suo mito è tale solo in apparenza: a volerlo prendere sul serio, trattandolo come un logos, dobbiamo pensare che la mitica punizione eterna dei tiranni e dei sovrani celi una tesi filosofica. Il vero male, quello a cui non c'é rimedio, è quello che si sottrae alla confutazione, che può essere vista come l'unica pena coerente con l'equiparazione socratica fra virtù e conoscenza.
Se uno degli interlocutori è un uomo di potere (e magari si vale anche di strategie retoriche per manipolare gli altri) viene resa impossibile ogni discussione filosofica, e dunque anche ogni confutazione. Per questo gli unici ad essere condannati alla dannazione sono i tiranni, e non i ribelli. Dobbiamo ipotizzare che Socrate, quando parla di punizioni terapeutiche, stia pensando alla sua città dei morti e non all'Atene dei vivi. In questo modo, le tesi del Gorgia si concilierebbero con sua critica radicale alla giustizia penale, contenuta nell'Apologia.

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La verità della morte

Trattare il regno dei morti come luogo della verità, perché libero da ogni pregiudizio sociale - perfino il corpo, a dire di Socrate, è una fonte di pregiudizio - introduce un ulteriore elemento di complicazione: questo luogo di verità ci è descritto solo attraverso un mito, ed è trattato come qualcosa di invisibile ai nostri occhi. Di così poco evidente, che se ne può dare solo un sapere evocativo e allusivo, come, appunto, quello del mito. Cosa, questa, piuttosto bizzarra, vista l'insistenza di Socrate, con i suoi interlocutori sofisti, per la chiarezza e l'evidenza dei ragionamenti e delle definizioni.
Nel carcere dell'Ade, i tiranni ricevono castighi esemplari, perché la loro malvagità è incurabile e per l'edificazione degli altri. Ma questi castighi non sono affatto visibili: hanno luogo nell'aldilà e la loro conoscenza è affidata a un mito. Né il castigo è essenziale come strumento di dissuasione: nel resto del Gorgia, la tesi prevalente, e argomentata, è che la malvagità e l'incapacità di governare se stessi sono già, di per sé, dei mali. Che senso ha, allora, usare la città dei morti come misura critica per la città dei vivi?

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L'anti-città dei morti

La costituzione del regno dei morti non può venir trattata come la costituzione vera e corretta, che deve essere realizzata nel mondo dei vivi. Questo sarebbe impossibile, anche accettando la logica del mito: i vivi, velati dal corpo e dalla società, non possono giudicare bene come i morti. Anzi, a rigore, di fronte a un essere vivente, noi, da vivi, non siamo neppure in grado di sapere se ha un'anima oppure no. La città dei morti, essendo mitica ed invisibile, non ha la chiarezza cognitiva di un eidos. Però la sua evocazione - in modo simile a quanto avviene nell'Apologia - serve a mettere in dubbio l'indiscutibilità e l'autoevidenza del costume della città dei vivi. Il mondo dei morti, ove solo gli uomini di potere ricevono castighi eterni, ove solo gli uomini di potere vengono messi fuori gioco, è un luogo in cui non c'é manipolazione - proprio come non c'é manipolazione in un serio confronto elenctico, per quanto penoso esso possa apparire a chi viene confutato. Anche in questo senso, il regno dei morti non è una città alternativa, ma una anti-città, senza convenzioni, coercizioni e pregiudizi. Anche per questo, gli invisibili processi che vi si fanno sono più seri e più meritevoli di essere vinti dei tenebrosi processi del mondo dei vivi.

La conclusione mitica ed enigmatica del Gorgia potrebbe essere interpretata come un punto a favore della tesi secondo la quale esiste, ed è prioritaria, una dottrina non scritta di Platone. In altri termini, il mito potrebbe essere letto come una strategia per depotenziare la parola scritta, tramite l'allusione a qualcosa di non detto, o meglio di non scritto e di più solido, a paragone della abituale incertezza espressa da Socrate anche a conclusione di ragionamenti "di ferro e diamante".
E' possibile, però, proporre un'altra ipotesi: il rifiuto di scrivere di filosofia in forma di trattato può essere motivato non solo dalla convinzione che la filosofia sia sapere iniziatico e pericoloso per la città, ma anche da una opinione molto diversa, e cioè che la filosofia sia sapere non specialistico, che trovi il suo senso e i suoi contenuti soltanto se è diffuso nella prassi. Scrivere un trattato di filosofia comporterebbe, in altre parole, una paralisi del pensiero nel suo continuo confronto con se stesso e con la politica.
In una simile prospettiva, il mito del giudizio dei morti ha senso solo perché serve per rendere problematica la città dei vivi, e non per produrre una certezza superiore a quella del mondo visibile: altrimenti, il mito sarebbe stato espresso in un logos. E rendere qualcosa problematico significa, appunto, renderlo "filosofico".
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Maria Chiara Pievatolo © 1998  Torna all'inizio di questo documento