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Il mito dell'anello di Gige

Gige era un pastore della Lidia, una regione dell'Asia minore, che lavorava alle dipendenze del sovrano locale. Un giorno, un nubifragio accompagnato da un terremoto aprì un voragine nel terreno dove pascolava il suo gregge. In questa voragine, Gige trovò un cadavere di enormi proporzioni, con un anello al dito.
Impadronitosi dell'anello, Gige si rese conto per caso che, se ne girava il castone dalla parte interna della mano, diventava invisibile, e tornava visibile girandolo di nuovo verso l'esterno. Si fece allora mandare dal re per il rapporto mensile dei pastori sui greggi; sfruttando l'invisibilità garantitagli dall'anello, gli sedusse la moglie e col suo aiuto lo assalì, lo uccise, e si impadronì del potere al suo posto.
Se due anelli di questo tipo venissero dati a una persona giusta e a una ingiusta, entrambi, essendo al riparo dalla vista e quindi dalla punizione degli altri, ne approfitterebbero per comportarsi secondo i loro capricci, "come un dio fra gli uomini". Questo dimostra che si è giusti solo se si è costretti, e privatamente tutti giudicano più vantaggiosa l'ingiustizia, piuttosto che la giustizia. [359c ss]

Glaucone usa il mito dell'anello di Gige - rielaborando profondamente la versione di Erodoto (I, 8-12) - per radicalizzare una delle questioni già poste da Trasimaco: se l'unico motivo per essere giusti è dato dalle convenzioni sociali, allora ha senso comportarsi giustamente soltanto in pubblico, quando non abbiamo la forza di farne a meno. La sfida di Glaucone non soltanto sopprime la condizione di validità della morale tradizionale greca, basata sulla reputazione, ma vieta anche di costruire qualsiasi modello di giustizia civile e personale che faccia riferimento, anche in minima parte, a nozioni come il controllo e la contrattazione sociale. Un invisibile, infatti, può agevolmente sottrarsi anche alla manipolazione educativa.

Se il soggetto morale è un invisibile, esso non può identificarsi con un soggetto “storico”, nel senso etimologico del termine, ma deve essere costruito secondo un modello che faccia a meno di qualsiasi riferimento sociale. Si può aggiungere, forzando un po' lo spessore semantico del mito, che quella di invisibile è una condizione piuttosto ambigua. Nel caso di Gige, essa rappresenta la possibilità - essendo una invisibilità controllabile - di sottrarsi temporaneamente al panoptikon sociale allo scopo di trarre dei vantaggi all'interno della società stessa. Esiste, tuttavia, anche una differente invisibilità: quella, imposta e non controllabile, degli esclusi e dei disconosciuti. Una giustizia degli invisibili dovrebbe incarnarsi in una società strutturalmente aperta, perché la moralità e la sua applicazione dovrebbero essere indipendenti dalla visione e dalla considerazione altrui.

Se viene eliminata la possibilità di riferirsi alle condizioni di visibilità della politica storica, occorre ripensare sia la struttura della giustizia, sia quella del soggetto cui si rivolge e della felicità di quest'ultimo. Non è più possibile richiamarsi ad una comunità politica i cui membri sono in una condizione di visibilità parziale e in cui valori individuali e valori comunitari possono confliggere. Nel mondo delle persone visibili, il controllo sociale rende possibile imporre loro comportamenti giusti, sebbene i loro interessi personali siano in conflitto con gli interessi comuni; ma per gli invisibili non può essere così. La giustizia degli invisibili deve fondarsi su un modello assiologico unitario: gli invisibili, essendo al di là di ogni condizionamento sociale, possono formare una società se e solo se la giustizia politica e la giustizia personale si identificano.

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Maria Chiara Pievatolo © 1998-2000  Torna all'inizio di questo documento