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Socrate

Alla scoperta della sapienza umana

di Fulvio Notarstefano
Introduzione
Il "non sapere" fondamento pedagogico socratico

La "rivoluzione" della dialettica socratica
L'uomo e la psyché

Il "non sapere" quale fondamento pedagogico socratico


L'Apologia scritta da Platone ci rivela per quali motivi Socrate affermasse di "sapere di non sapere". Secondo Reale ed altri si deve riporre piena fiducia nella veridicità storica 1 di questo testo. Socrate dice che il motivo è connesso ad un responso fornitogli dall'oracolo di Delfi, secondo il quale era lui il più sapiente: egli infatti aveva compreso che «la sapienza umana è poca cosa e che il vero sapiente non è fra gli uomini, in quanto la sapienza è un possesso divino»2. Socrate si sentiva investito di una "missione divina", di un "compito assegnatogli dal dio": quello di esortare l'uomo alla virtù, ossia di «liberare l'uomo dalle illusioni che lo ingannano e lo spingono a prendersi cura di tutto, tranne che di ciò cui dovrebbe prendersi veramente cura, ossia della propria anima»3. Lo strumento di cui Socrate si servì per la sua "missione etico-educativa" di liberare l'anima dagli inganni, dagli errori, dalla falsa conoscenza, fu la sua dialettica confutatoria, il cui valore morale traspariva attraverso l'ironia. L'ironia appartiene essenzialmente all'attività pedagogica di Socrate, che è appunto quella di insegnare a prendersi cura della propria anima. Ironia e "non sapere" socratico sono finalizzati, secondo le interpretazioni di Kierkegaard e di Vlastos riprese da Reale, a «creare unità fra maestro e discepolo» - unità realizzabile solo tramite «l'amore del maestro per il discepolo»4


Socrate, con la sua dichiarazione di non-sapere, cercava di mettere in atto proprio questo: «Perché, che cosa mai era la sua ignoranza se non l'espressione per l'unità dell'amore verso il discepolo?». In effetti, «se l'unità non si potesse realizzare con l'elevazione, si dovrebbe cercare di farla con l'abbassamento»: evidentemente, con l'abbassamento del Maestro al livello del discepolo, proprio al fine di poterlo elevare; e questo non può essere se non un atto d'amore. E' evidente che il Maestro - che con la maschera del «non-sapere» vuole avvicinarsi il più possibile al discepolo per liberarlo dall'ignoranza - non può se non negare, di conseguenza, di essere Maestro. Perciò, in senso assiologico, l'affermazione del non sapiente è propria del vero sapiente ...[così come quella di] «non essere un Maestro» è propria del vero Maestro, che in questo modo accende nel discepolo la fiamma del sapere. [...]«Quando Socrate professa di non avere conoscenza intende e al tempo stesso non intende quello che dice. [...] Nel senso convenzionale, dove insegnare è semplicemente trasferire conoscenza dalla mente di un docente a quella di un discente, Socrate intende quello che dice: non pratica quel tipo di insegnamento. Ma nel senso che lui aveva dato a "insegnare" - impegnare potenziali discenti nel ragionamento elenctico per renderli consapevoli della propria ignoranza e abituarli a scoprire da sé la verità che il docente aveva tenuto per sé - in questo senso di "insegnare" Socrate voleva dire di essere un insegnante; ...il suo dialogo con i compagni è diretto ad avere, e in effetti ha, l'effetto di suscitare e assistere il loro sforzo per un automiglioramento morale» (Vlastos).

 

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1 - In breve, i motivi che inducono a ritenere così sono tre: a) l'opera è intitolata a Socrate, che è anche il protagonista, mentre negli altri dialoghi il titolo è dato dal deuteragonista; b) Platone cita se stesso nel dialogo per ben due volte: Socrate dice che è presente al processo e che appartiene al novero degli amici disposti a pagare l'ammenda proposta come pena alternativa alla morte; c) il processo cui assistette era un processo di Stato, dunque pubblico, e pertanto se avesse riportato falsità sarebbe stato senz'altro contestato; non solo, ma si sarebbe anche reso a sua volta reo di fronte a quella stessa polis che ne aveva condannato il maestro. (cfr. Reale, Socrate, Rizzoli, 2000, pp. 127-130).

 

2 - G. Reale, cit. p. 136.


3 - ibid., p. 139

4 - ibid., pp. 159-161

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Fulvio Notarstefano © 2001  Torna all'inizio di questo documento