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Introduzione
Il "non sapere" fondamento pedagogico socratico La "rivoluzione" della dialettica socratica |
Il "non sapere" quale fondamento pedagogico socratico
L'Apologia scritta da Platone ci rivela per quali motivi Socrate affermasse di "sapere di non sapere". Secondo Reale ed altri si deve riporre piena fiducia nella veridicità storica 1 di questo testo. Socrate dice che il motivo è connesso ad un responso fornitogli dall'oracolo di Delfi, secondo il quale era lui il più sapiente: egli infatti aveva compreso che «la sapienza umana è poca cosa e che il vero sapiente non è fra gli uomini, in quanto la sapienza è un possesso divino»2. Socrate si sentiva investito di una "missione divina", di un "compito assegnatogli dal dio": quello di esortare l'uomo alla virtù, ossia di «liberare l'uomo dalle illusioni che lo ingannano e lo spingono a prendersi cura di tutto, tranne che di ciò cui dovrebbe prendersi veramente cura, ossia della propria anima»3. Lo strumento di cui Socrate si servì per la sua "missione etico-educativa" di liberare l'anima dagli inganni, dagli errori, dalla falsa conoscenza, fu la sua dialettica confutatoria, il cui valore morale traspariva attraverso l'ironia. L'ironia appartiene essenzialmente all'attività pedagogica di Socrate, che è appunto quella di insegnare a prendersi cura della propria anima. Ironia e "non sapere" socratico sono finalizzati, secondo le interpretazioni di Kierkegaard e di Vlastos riprese da Reale, a «creare unità fra maestro e discepolo» - unità realizzabile solo tramite «l'amore del maestro per il discepolo»4:
1 - In breve, i motivi che inducono a ritenere così sono tre: a) l'opera è intitolata a Socrate, che è anche il protagonista, mentre negli altri dialoghi il titolo è dato dal deuteragonista; b) Platone cita se stesso nel dialogo per ben due volte: Socrate dice che è presente al processo e che appartiene al novero degli amici disposti a pagare l'ammenda proposta come pena alternativa alla morte; c) il processo cui assistette era un processo di Stato, dunque pubblico, e pertanto se avesse riportato falsità sarebbe stato senz'altro contestato; non solo, ma si sarebbe anche reso a sua volta reo di fronte a quella stessa polis che ne aveva condannato il maestro. (cfr. Reale, Socrate, Rizzoli, 2000, pp. 127-130).
2 - G. Reale, cit. p. 136.
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