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Socrate

Alla scoperta della sapienza umana

di Fulvio Notarstefano
Introduzione
Il "non sapere" fondamento pedagogico socratico
La "rivoluzione" della dialettica socratica
L'uomo e la psyché

La "rivoluzione" della dialettica socratica


C’è un nesso strutturale tra le motivazioni per cui Socrate non ha scritto nulla ed il metodo adottato nello svolgere il suo ruolo di filosofo nei confronti della comunità. La tesi secondo la quale "Socrate non ha scritto nulla perché dichiarava di non sapere nulla", e cioè per non cadere in contraddizione con se stesso è riduttiva. Secondo Giovanni Reale, le radici di questa scelta vanno ricercate nella cultura dell’oralità che oramai andava cedendo il passo alla scrittura, o per meglio dire nella fase di transizione da una oralità mimetico-poetica ad un’oralità concettuale-dialettica che preludeva ad un’alfabetizzazione più diffusa. Fino al V sec. a.C., periodo nel quale Socrate si formò ed operò, la cultura orale poteva dirsi ancora predominante. La fase culminante del processo cui Socrate assistette non rappresentava semplicemente il passaggio da una forma di comunicazione all’altra, ma piuttosto il superamento di un modo di pensare (quello della poesia, attraverso immagini ed emozioni) in direzione di un altro (quello della scrittura e della prosa, attraverso il ragionamento astratto).

La grandezza di Socrate risiede nel fatto che egli in qualche modo comprese ciò che accadeva, si accorse che maturava l'esigenza di un nuovo modo di esprimersi, e si inserì in questo processo con il metodo della sua dialettica. Non a caso il ritmo martellante della dialettica socratica, nel disturbare gli interlocutori interrompendoli e tempestandoli di domande ed osservazioni, stimolava l’altrui coscienza a smettere di ragionare attraverso immagini poetiche fini a se stesse, per indurla a pensare astrattamente, in modo tale che potessero fornire «precise spiegazioni razionali delle affermazioni da loro fatte»1. I "perché" e i "cos'è" di Socrate, insomma, imponevano all'interlocutore di ragionare facendo uso di una nuova terminologia e di una nuova sintassi, ribaltando così quello che era stato finora «l'asse portante della cultura greca» cioè, nella definizione di Reale, un pensare per immagini e per miti basato sulla ripetizione. A ciò Socrate contrappose un «modo di pensare per concetti e il ragionare in funzione dei principi e delle conseguenze»2, introducendo così nel mondo greco concetti dotati di universalità e di astrattezza.

Socrate criticava la poesia proprio perché non permetteva alla mente umana di compiere "astrazione", intesa nel senso di separazione della «"cosa in sé" dal contesto narrativo, che si limita a dirci cose intorno a questa "cosa in sé" o la illustra o la personifica»3. Nell’antica cultura orale mimetico-poetica, infatti, il soggetto pensante si immedesimava con l'oggetto rappresentato, mentre con il passaggio a quella concettuale-dialettica si affermava l’esigenza di rendere autonoma il primo dal secondo. E Socrate realizza questa separazione con la sua teoria dell’identità della persona umana con la psyché. Per Havelock, «la dottrina della psyché autonoma è la controparte della cultura orale». Prosegue Reale4:

 

La dottrina della psyché autonoma che si impone come controparte del rifiuto della cultura orale mimetico-poetica è avvenuta con Socrate nell’ambito dell’oralità stessa nella nuova forma, ossia mediante l’oralità dialettica e non nell’ambito della scrittura. [Questa rivoluzione] è stata messa in atto e sollecitata da una forma di oralità che si opponeva a una forma di oralità antitetica e tendeva a sostituirla. […] La parola scritta si è imposta ad un certo punto come necessaria, perché era nata e si era sviluppata accanto all’oralità mimetico-poetica una oralità dialettica la quale, proprio al livello cui l’aveva portata Socrate, se poteva essere comunicata in modo perfetto nella dimensione dell’oralità non poteva invece essere memorizzata conservata e reimpiegata se non con il supporto della scrittura. […] Socrate è l’ultimo grande esponente di quella cultura dell’oralità che era stata dominante fino al V secolo, che tuttavia mediante la dialettica ha svuotato completamente dei suoi antichi contenuti poetico-mimetici e dei metodi ad essi connessi; ma, nello stesso tempo, egli ha contribuito a rendere necessaria in modo determinante la scrittura per la conservazione e la riutilizzazione di ciò che aveva detto e insegnato.

Dunque dalla rinuncia alla scrittura di Socrate nasce la scrittura su Socrate, e per di più in una forma – quella dei lógoi sokratikói – senza alcun precedente storico, dal momento che il messaggio «che tanto colpiva nei suoi contenuti e nella forma con cui veniva comunicato non poteva essere memorizzato, fissato in modo stabile e riutilizzato nell’ambito dell’oralità»
5. D'altro canto, le disparità e le contraddizioni delle fonti socratiche sono spiegabili se si prende atto del fatto che, mentre i messaggi comunicati mediante l'oralità mimetico-poetica potevano essere recepiti, memorizzati e riutilizzati senza variazioni significative, quelli comunicati mediante l'oralità dialettica erano, per loro natura, difficilmente recepibili e riferibili allo stesso modo da persone differenti. Perciò, nelle dimensioni dell'oralità, il messaggio di Socrate non poteva conservarsi immutabile e intatto, ma doveva, necessariamente, subire le variazioni interpretative di coloro che lo recepivano e lo tramandavano.Torna all'indice di questo documento


1 - G. Reale, Socrate, Rizzoli, 2000, p. 83.

2 - Ibid., p. 162.

3 - Ibid., p. 92.

4 - Ibid.,
pp. 87-93.

5 - Ibid., p. 100.

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Fulvio Notarstefano © 2001  Torna all'inizio di questo documento