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Introduzione
Il "non sapere" fondamento pedagogico socratico La "rivoluzione" della dialettica socratica Il concetto di anima da Omero a Socrate L'uomo e la psyché |
Il concetto di anima da Omero a SocrateOMERO
- POETI LIRICI E TRAGICI - ORFICI - NATURALISTI
- SOFISTI - SOCRATE L'anima, nel mondo greco antico, era concepita originariamente come un qualcosa di neanche lontanamente paragonabile a ciò che intendiamo noi oggi, al di là delle speculazioni religiose. Solo una lunga riflessione di filosofi, sacerdoti e sapienti finirà col dare al termine il connotato cui oggi le possiamo ancora attribuire, per poterla definire parte spirituale ed immortale dell'uomo, sede della nostra coscienza e della nostra moralità. Questa riflessione si protrarrà a partire dalla produzione omerica, primo grande veicolo di trasmissione culturale noto, fino a Socrate, punto in cui culminerà. L'Ateniese armonizzò le varie idee circa l'anima umana diffuse nel suo mondo, organizzandole ed inserendole per la prima volta in una riflessione filosofica di ben più ampio respiro, e anzi ponendola alla sua stessa base.
POETI LIRICI E TRAGICI - Nella produzione poetica che va da Omero a Socrate, la psyché assume diversi significati: può indicare la vita, le passioni, le emozioni, finanche alcuni aspetti della razionalità. Sebbene, abbiamo visto, in Omero costituisse la "vita che se ne va", in quasi tutti gli altri poeti successivi e negli storici Erodoto e Tucidide, essa acquisterà il significato di vita vera e propria. In quanto sede emotiva, essa veniva spesso identificata col cuore e pertanto anche coi sentimenti (che a loro volta potevano essere collegati in qualche modo alla mente). Fra la psyché e il sóma (corpo) «non c'è alcun contrasto di fondo; psyché è anzi il corrispondente spirituale di sóma. In attico ambedue i termini possono assumere il significato di "vita": gli Ateniesi dicevano indifferentemente combattere per l'anima o per il corpo. E in opportuno contesto con entrambi i vocaboli possono significare "persona"» (p. 208). Ad ogni modo, è ancora presto per parlare di un utilizzazione del concetto di psyché nelle riflessioni sui processi mentali. ORFICI - Una posizione decisamente più evoluta rispetto all'idea di anima risalente ad Omero è quella generata dalla religione orfica, cui era legato anche Pitagora. Tale culto contrapponeva anima e corpo, come entità antitetiche. L'anima (intesa come una sorta di spirito-demone) è prigioniera nel corpo umano, che non è nient'altro che un involucro. Essa si trova in questa condizione per scontare una colpa originaria e, per mondarsi, dovrà reincarnarsi una serie di volte o condurre uno stile di vita volto ad ottenere lo stesso effetto. Benché l'idea, introdotta dagli orfici, dei "premi e castighi" riservati all'anima nell'aldilà sia assai curiosa, essi non identificarono l'anima «con la personalità dell'uomo che conosce e vuole; era quindi posta totalmente al di là dell'intelligenza e della coscienza» (pp. 199-200). NATURALISTI - I filosofi naturalisti si occuparono fondamentalmente del problema dell'origine delle cose (physis o arché) e solo in via incidentale toccarono la questione di che cosa fosse l'anima. Ad esempio, Talete, che individuò nell'acqua il principio di tutto, avrebbe affermato che l'anima è immortale. Ma lo fece in quanto affermava «l'immortalità del principio divino dell'acqua che è in tutte le cose e di cui l'anima fa parte» (p. 201). Ancora non troviamo un accostamento alla coscienza e alla ragione. Questo accostamento sarà indicato per la prima volta da Anassimene, anche se per sostenere la sua tesi a favore dell'aria quale elemento primordiale. Ma a compiere, secondo Reale, il "passo decisivo" fu Eraclito: egli individuò nel fuoco il principio cosmico e lo fece coincidere con il lógos e con la saggezza e l'intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose; perciò anche la psyché venne a coincidere strutturalmente con il lógos e l'intelligenza (p. 202). Eraclito fu il primo ad intendere l'anima come qualcosa che veramente andasse al di là del mondo fisico, conferendole un'accezione di "profondità" prima estranea alla cultura greca (Snell). SOFISTI - Anche i sofisti si occuparono dell'anima e, dato che furono contemporanei di Socrate, lo fecero partendo da un retroscena culturale comune. Ad esempio, da un lato in Protagora troviamo un influsso eracliteo, quando parla della profondità dell'anima, pur se dall'altro egli la riduce a "nulla oltre le sensazioni". Anche Gorgia, nell'Encomio di Elena, la intese come sede delle attività emotive, ma, aggiunse, anche di quelle intellettive. Sebbene alcuni suppongano che ciò possa derivarsi da un influsso socratico, conclude Reale (p. 207) che «quel che è certo è che i sofisti non portarono le loro intuizioni a livello di riflessione speculativa: sembra che essi abbiano assecondato, in merito alla psyché, l'orientamento del tempo in cui vissero e ne abbiamo subìto l'influsso più che averlo consapevolmente condizionato». E' solo con l'Ateniese che tutte le idee vagamente diffuse sino al tempo in cui visse presero forma in una teoria meglio definita e composta di anima, quale coscienza razionale e morale dell'uomo. Socrate comprese che la concezione della dottrina orfica della purificazione dell'anima e la concezione scientifico-naturalistica dell'anima come coscienza intellettuale erano complementari. Nell'esporre la propria idea, distinse l'uomo per ciò che è in sè e per sè (anima) da ciò che ha (corpo, beni materiali); ma, a differenza degli orfici, non intese così il corpo come un mero involucro, ma come uno strumento di cui egli serve, di cui si serve l'anima, che è innanzitutto intelligenza, cioè capacità di intendere e di volere. L'uomo non è dunque il suo corpo, bensì ciò che che si serve del suo corpo (pp. 211-212).
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