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La famiglia liberale di Hobbes:il modello della tipologia dei poteri |
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L'affermazione Sofronisco è il padre di Socrate, dunque il suo signore, può essere un'illazione concreta, ma non evidentissima, perché signore non rientra nella definizione di padre, e quindi, per l'evidenza, occorre rendere chiara la connessione di padre e signore. (T. Hobbes, De Cive. Elementi filosofici sul cittadino, a cura di T. Magri, Editori Riuniti, Roma 1999 2(1979), p. 159) Così nel De cive Hobbes, trattando del diritto dei genitori sui figli, si pone il problema dell'origine del potere paterno. L'argomentazione che fonda questo potere sulla generazione, prosegue, non è affatto evidente poiché a generare si è in due, mentre il potere è indivisibile, e non può che spettare a uno soltanto. Se non nella generazione, dove trae legittimazione il potere paterno?
Per capirlo, argomenta Hobbes, bisogna tornare allo stato naturale, in cui tutti gli uomini devono essere considerati uguali. Qui per diritto di natura, è padrone chi vince; e poiché a generare fisicamente il figlio e ad averlo a disposizione per prima è la madre, la padrona dei figli dovrebbe essere lei. Il fatto che alcuni dicano che nello stato di natura il signore è il padre e non la madre, infatti, non ha fondamento nella ragione, in quanto la disuguaglianza delle forze naturali è troppo piccola perché il maschio possa acquistare potere sulla femmina senza ricorrere alla guerra (T. Hobbes, cit. p. 160); [12] la spiegazione non si trova neppure nella consuetudine o nell'esperienza, come mostrano il caso delle Amazzoni e il fatto che nello stato di natura è la madre a scegliere (e indicare) il padre dei suoi figli, dunque il padre è chi lei vuole. Come avviene allora, si chiede Hobbes, che la donna perda il dominio sul figlio? In primo luogo se è lei stessa a rinunciarvi, abbandonandolo. In secondo luogo se perde la proprietà di sé: una volta presa in guerra o diventando cittadina di uno Stato, o, in ultima ipotesi, se si unisce in società di vita con un uomo (a patto che il potere spetti a questo). I figli saranno così di chi la possiede: nel primo caso il vincitore della guerra, nel secondo lo stato, nel terzo il padre dei suoi figli poiché, in generale, se la società di maschio e femmina diviene un'unione, così che l'uno sia sottoposto al potere dell'altro, i figli sono di chi ha il potere. (T. Hobbes, cit. p. 161) In conclusione, dunque, in uno stato in cui il maschio e la femmina sono uniti da un patto di coabitazione, i figli sono del padre perché in tutti gli Stati, che appunto sono stati costituiti dai padri, non dalle madri di famiglia, il potere domestico spetta all'uomo. Tale contratto, se viene concluso secondo le leggi civili, si chiama MATRIMONIO. Se invece il loro accordo riguarda soltanto la convivenza, i figli sono della madre o del padre, a seconda delle diverse leggi civili nei diversi Stati. (T. Hobbes, cit. p. 162) Dunque il matrimonio istituisce la sovranità del padre sui figli e sulla famiglia. La filosofia politica di Hobbes, basandosi sull'idea che tutti gli uomini (e le donne) sono uguali potendo ugualmente uccidersi, rifiuta di attribuire necessariamente al padre il titolo di dominio. Inoltre, poiché la prole segue il ventre che l'ha generata allo stato di natura è la donna la signora dei figli (Ivi, p. 161). Così il potere paterno deve basarsi sul consenso, sia esso espresso oppure tacito, e non sulla generazione: il ruolo prevalente dei padri nella società è dovuto solo al fatto che essa è stata fondata da padri e non da madri. Egli identifica i diritti dello stato patriarcale con quello dello stato dispotico o politico; ma come hanno fatto gli uomini a diventare patriarchi nello stato di natura, se là chi comanda naturalmente sui figli è la madre? La famiglia patriarcale resta un'istituzione naturale essenziale [13]. Come sostiene Carol Pateman, il contratto, qui, non è contrapposto al patriarcato, ma è il mezzo attraverso cui il patriarcato moderno si costituisce (C. Pateman, Il contratto sessuale, trad. di C. Biasini, Editori Riuniti, Roma 1997). Nel De cive Hobbes dice che una mera moltitudine non può agire collettivamente, a meno che non abbia un rappresentante accreditato; ma l'accredito è dato esclusivamente dalla sottomissione - perché i patti senza la spada sono parole vane. La famiglia, come caso particolare di questa dottrina generale, presenta tuttavia un problema: perché in essa il maschio, padre o padrone, è il sovrano? Hobbes afferma che gli uomini deboli sono naturalmente uguali ai forti, e dunque anche le donne dovrebbero essere uguali agli uomini. Il potere del marito sulla moglie, tuttavia, non viene visto come un esempio di potere politico: alla base del patto si presuppone una differenza, dapprima negata, che rende la donna sottomessa. La differenza femminile, intesa come capacità di generare, se nello stato di natura fonda il potere materno, col contratto di matrimonio è ciò che relega la donna nella sfera domestica. Ella all'interno della famiglia resta madre (e moglie) senza potere. E paradossalmente, questa assenza di potere all'interno le impedisce di averne all'esterno. Così il matrimonio si conferma una relazione naturale trasportata nella società civile, e la supremazia maschile nella famiglia e nella società può essere affermata solo sostituendo all'individuo la famiglia, nella persona del padre; "il nucleo familiare è un congegno agevole per salvaguardare i contorni dell'atomismo. Ma trattare una famiglia - composta da più di una persona - come un individuo singolo che agisce 'nel proprio interesse' contraddice altresì le premesse dell'atomismo (E. Wolgast, La grammatica della giustizia, trad. di S. Coyaud, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 48): e il matrimonio, trasformando la famiglia nella persona dell'uomo, fa sì che la donna, identificata con la sua natura biologico-riproduttiva, vi sparisca dentro. |